1.8.12

Visita al Reparto Sperimentale Volo dell'AMI



Il Typhoon in rullaggio dopo la missione addestrativa
Il 24 Maggio scorso sono stato in visita presso il Reparto Sperimentale Volo dell’Aeronautica Militare, sempre all’interno del mio programma di documentazione e raccolta materiale per il terzo romanzo.
Per chi non lo sapesse esiste nella nostra Aeronautica un Reparto, nato nel 1949, che raccoglie i migliori piloti per poter collaudare, sperimentare e migliorare tutti gli aeromobili, e relativi nuovi equipaggiamenti/sensori/armamenti di tipo aeronautico che sono a disposizione dell’Italia. Per avere una breve nota storica ufficiale sul Reparto rimando a questo link: http://www.aeronautica.difesa.it/News/Pagine/Il_Reparto_Sperimentale_Volo_compie_60_anni_201009.aspx
Uno dei T346 del Reparto Sperimentale Volo

I piloti del 311° Gruppo Volo sono una formidabile unione tra la capacità analitica di un ingegnere e l’abilità di manovrare il velivolo come i migliori piloti acrobatici al mondo. Nonostante gli aerei che portano in volo siano pieni di sensori che registrano/trasmettono in tempo reale dati durante i test, la “sensazione” ed il giudizio personale del pilota è sempre fondamentale per giudicare un nuovo velivolo o una nuova configurazione di volo.
Il pilota dello RSV deve essere in grado di portare l’aereo al limite del suo inviluppo di volo, testarne le reazioni al limite delle prestazioni, e poi coi dati ottenuti da queste prove, generare un complesso output di dati che poi saranno vitali per i Reparti operativi di combattimento per sviluppare le tattiche. Semplificando un po’ il discorso, si può riassumere il compito del Reparto in questi termini: viene acquisito un nuovo aereo e bisogna capire come lo si può personalizzare per le esigenze operative nazionali. I piloti dello RSV testano il velivolo con tutte le configurazioni di volo (con carico bellico simulato, serbatoi esterni o configurazione pulita) e spingono le manovre al limite della macchina. Certe manovre sono ovviamente prima studiate in laboratorio con i simulatori di volo, che nel recente sistema Typhoon (ancora chiamato “ostinatamente” EFA dai piloti dello RSV), si raggiunge il massimo della precisione nella pianificazione di una missione di collaudo. Però in volo, per comprendere il comportamento del velivolo, esasperano le manovre. Una volta ottenuti i dati lo RSV redirige un protocollo tecnico da consegnare ai Reparti che utilizzeranno il velivolo in condizioni operative reali dicendo: "voi potete fare così, così e così. Sconsigliamo di fare questo, questo e questo, in questa configurazione. E' proibito fare questo e quest'altro..."
Con questi input reali e ponderati e certificati, i piloti dei Reparti operativi hanno un range di dati in cui studiare le tattiche di utilizzo dei velivoli.
E’ da notare che il pilota collaudatore militare è uno dei mestieri più pericolosi in tempo di pace. Nonostante questo il rateo di incidenti gravi dello RSV è quasi assente. Mentre piccoli e medi “malfunzionamenti” in volo sperimentale avvengono, e sono gestiti in tempo reale con grande perizia dai piloti: è il loro mestiere.

Il T346 è un addestratore avanzato che prepara i piloti
al volo ad alte prestazioni, prima di specializzarsi sul Typhoon
Il cockpit del T346 è sostanzialmente identico a quello del Typhoon

Fatta questa doverosa introduzione torniamo alla visita del Reparto che ha la sua base a Pratica di Mare, vicino a Pomezia in provincia di Roma. Si tratta di un’installazione enorme, dispersa su una notevole superficie, in cui hanno anche sede altri Reparti di volo, anche della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. La sensazione nell’entrare nella base, e di raggiungere la linea di volo (obbligatoriamente in auto, dato le distanze da coprire) è quella di trovarsi in qualche base dispersa chissà dove, dato il clima caldissimo e la tipica macchia mediterranea bassa del luogo. Come ho detto ci sono andato a fine Maggio, ma ho rimediato un’eritema solare da metà Luglio :-D (normale, quando si passa buona parte della giornata all’aperto a naso per aria a vedere aerei in volo...)

La giornata è perfetta nel senso che coincide con le prove del Reparto per lo Air Show di Latina che si sarebbe tenuto il successivo 3 Giugno. Questa manifestazione, all’ultimo momento, è stata pesantemente “castrata” per motivi di “bilancio”. In realtà per adeguarsi in modo molto goffo, alle proteste del “Popolo del web” verso la celebrazione del 2 Giugno et similia.

Istruzioni dettagliate per far saltare il tettuccio
esplosivo. Potrebbe essere utile saperlo
nel caso incappaste in un Typhoon ;-)
Mi si permetta di aprire una piccola parentesi sull’argomento.
Risparmiare sulle spese statali è sicuramente una cosa saggia da fare, con urgenza. Ma poche settimane prima di una manifestazione militare, ormai riproposta da anni, che si accusa essere uno scialacquo di soldi pubblici che potrebbero essere riutilizzati per “ospedali, asili etc...etc...” sono richieste parzialmente senza senso e senza coerenza. Sono solo prese di posizione di certe entità per avere un minimo di Potere mediatico, transitorio e senza alcuna strategia di proseguire coerentemente nel futuro con certe “proteste”. Chi fa questa demagogia allo stato puro dimostra di non capire di come tecnicamente sono stanziati i fondi per certe attività e di come sono gestiti. Solo un esempio per tutti: lo Air Show di Ostia è stato decurtato e vari velivoli non hanno fatto la loro esibizione. Ok, risparmiato del carburante. Ma protestare anche per le prove? Si spreca più carburante nelle prove che nella manifestazione vera e propria. Ma questo dettaglio non lo ha sollevato nessuno, dimostrando una miopia tecnica e politica enorme, quindi, inefficacia della protesta. I fondi per certe cose sono decisi e stanziati mesi prima, e i soldi a livello Statale si muovono su canali indipendenti. Non è che esiste un “calderone” dove la Sanità attinge, la Difesa attinge... etc...etc... Tecnicamente, con mesi, e in certi casi anni, di anticipo, sono decisi dei “calderoni” indipendenti tra loro per le varie strutture Statali e lì ci si deve muovere. I soldi stanziati per una struttura X non possono essere dirottati all’ultimo per la struttura Y. Se non attraverso delle pesantissime e lentissime azioni burocratiche, che in certi casi richiedono anche un Decreto apposito. Forse questa rigidità contabile è alla base dei mali della nostra Nazione, ma questo è un altro discorso. Le proteste, per essere efficaci, devono essere un minimo più articolate sul piano tecnico. Che poi il Governo, che ha mille cose vergognose da farsi perdonare, “ceda” ridimensionando all’ultimo momento le manifestazioni delle Forze Armate... qui cadiamo al solito in quello che distingue gli italiani da un popolo serio. E’ come aver comprato e pagato un’auto di lusso (di nascosto dai vicini di casa), e poi tenerla in garage per paura di far vedere che si è troppo ricchi ed attirarsi delle critiche. Ma intanto i soldi sono già andati e non sono più recuperabili e l’auto non la usiamo, e non possiamo nemmeno rivenderla. Chiusa parentesi.


Durante la mattinata ho assistito alle prove del Tornado, dell’AMX e dello MB339. Il Typhoon invece era decollato con due “chase plane” rappresentati dal modernissimo addestratore avanzato T346 (recentemente acquistato da Israele). Un altro dei compiti dello RSV è quello di portare nel mondo, alle varie fiere ed esibizioni mondiali, i nostri prodotti aeronautici italiani, per venderli. Un compito impegnativo, gravoso e fondamentale per far firmare dei contratti di vendita e smuovere del PIL. Loro devono esibire al meglio il velivolo in volo, per impressionare il potenziale cliente (eh si, funziona così. Più i contratti sono “grossi”, e più le regole che stanno alla loro base sono semplici...), e i commerciali devono far firmare il contratto nel più breve tempo possibile, finchè il cliente ha ancora in testa il “display” in volo dei nostri aerei. Poi intervengono altri fattori (più o meno chiari...) decisionali, ma sostanzialmente funziona così.

Una macchina relativamente grossa ed impressionante come il bombardiere tattico Tornado è stato oggetto di un flight display impressionante. L’aereo era in configurazione pulita, e non l’ho mai visto, nemmeno negli innumerevoli video disponibili su questo aereo, “tirare” certe figure acrobatiche. Sto parlando davvero di un’esibizione notevolissima, e bene o male so cosa può fare e cosa può fare in volo una macchina di questa categoria. Ma questo display mi ha fatto capire quanto la perizia tecnica può by-passare i limiti dei controlli di volo di un velivolo progettato per volare linearmente, a bassissima quota, e basta. Anche in questo caso il pilota ha dimostrato “quanto basso” può volare il Tornado. Emozione unica vedersi sfrecciare sulla verticale questo aereo a poche decine di metri d’altezza. Si, avevo tappi alle orecchie... ;-)
Poi c’è stata l’esibizione del 339, il velivolo usato dalla nostra Pattuglia Acrobatica Nazionale, le “Frecce Tricolori”. Qui il pilota collaudatore, ha “strapazzato” il 339 con ripetute figure e manovre prese anche dal repertorio del Solista delle Frecce. Sempre emozionante la figura della “scampanata”, dove l’aereo, dopo una ripida arrampicata, inanella una serie di tonneaux (avvitamenti sull’asse longitudinale) sempre più lenti e calibrati, mentre rallenta la velocità. Il tutto col muso sempre verticale. Ad un certo punto l’aereo sembra fermarsi, sospeso, per un’eterno attimo, e poi affonda sulla coda per qualche decina di metri per rovesciarsi pigramente sul dorso e puntare il terreno per riprendere velocità. Non oso pensare alle sollecitazioni a cui è sottoposto il pilota durante tutta la manovra.
Particolare forse poco noto, i piloti dello RSV, dato che sono spesso sottoposti a manovre ad alto numero di G, dopo ogni sessione di volo devono subito finire sotto le mani di un fisioterapista per rimettere a posto le vertebre di tutta la schiena, la porzione anatomica che più soffre di un pilota. Se i piloti non si sottopongono a questo trattamento l’affaticamento delle vertebre è tale per cui la loro carriera operativa si accorcia notevolmente.

La sequenza di volo è proseguita con un collaudatore che ha “spremuto” al massimo un AMX, aereo che non brilla certo per prestazioni esuberanti. Nonostante questo il display in volo di questo piccolo aereo da appoggio tattico, che sta conoscendo in questi mesi una vera vocazione di Close Air Support e bombardamento di precisione in Afghanistan (non ne parlano molto i media), è stato veramente emozionante.

Verso la fine della mattinata il Typhoon e i due T346 rientrano dalla missione, ma a parte due passaggi lenti in formazione a triangolo, non concedono nessuna manovra particolare. Atterranno e finalmente ho l’occasione di vedere da vicino sulla linea di volo il Typhoon, il velivolo che sarà più che un “protagonista” nel mio prossimo romanzo.

Il Typhoon è un po’ l’emblema della moderna industria dell’aeronautica militare. Nato come progetto di massima nei primi anni ‘80 (si, 30 e passa anni fa) come requisito di un caccia da superiorità aerea tutto Europeo, dopo il successo del consorzio Panavia con il Tornado, nel giro di qualche anno si materializza il primo prototipo in terra inglese, che visivamente non era molto diverso dall’attuale Typhoon. Da allora ci sono stati letteralmente decenni di contrattempi tecnici, politci, economici. La Francia abbandonò quasi subito il progetto, per dedicarsi al Rafale, che riuscì a mettere in linea operativa ben prima del Typhoon (chi fa da sè...). La Germania in 30 anni è uscita ed è rientrata nel progetto per due volte, di fatto quasi segnando il destino del progetto in più occasioni. In tutti questi anni, fatti di litigi e governi europei di vari “colori” che si succedevano, ognuno a favore, e poi contro, il progetto Eurofighter (il nome originale del Typhoon) è maturato scoprendo che... non aveva più un nemico e una missione! L’Eurofighter era nato per contrastare le nuove minacce sovietiche rappresentate dagli allora “segreti” MIG29 e SU27. Lo sviluppo del Typhoon è stato così lungo che l’URSS si è disciolta da sola (o quasi...). Esattamente come gli USA con lo F22 Raptor, l’Europa si è ritrovata dopo 30 anni di sviluppo del progetto, con un poderoso aereo, non ancora del tutto “maturo”, che era stato progettato per ingaggiare a lunga distanza squadroni di caccia sovietici sui cieli Europei. Ma il mondo nel mentre si era trasformato in un tormentato posto dove le guerre sono combattute economicamente e si “esporta la pace” verso nazioni che il cui sistema d’arma più sofisticato che c’è è l’AK47.
In “fretta e furia” (circa otto anni) si decide che il Typhoon debba avere un ruolo anche “aria superficie”, il che comporta una totale riprogrammazione del software di volo e dei sistemi, modifica del radar (che a tutt’oggi non è ancora definitivo) e qualche modifica sulla cellula del velivolo. Nel 2011 il Typhoon ha il primo “battesimo del fuoco” sganciando bombe “intelligenti” (con varie tecnologie di guida) di vario tipo sulla Libia.
Oggi il Typhoon è una piattaforma di volo molto sofisticata, che deve ancora raggiungere la totale maturità operativa. Come già detto manca ancora un radar di tipo full- AESA (un po’ complicato da riassumere, ma trattasi di un radar totalmente digitale e dotato di prestazioni elevate in capacità di discriminazione dei bersagli, rispetto ai radar di generazioni precedenti con antenna tradizionale), la tipologia di missili aria-aria a breve e lungo raggio specificatamente sviluppati per il Typhoon non sono ancora pronti, e tante cose da fare dal punto di vista software. Però già da qualche tempo il Typhoon è responsabile della difesa aerea dell’Italia, della Gran Bretagna, della Germania e, parzialmente, della Spagna. Inoltre il Typhoon è, esattamente come fu il Tornado negli anni ‘80, un prodotto paragonabile, e per certi versi superiore, ad un equivalente velivolo americano.


Il Typhoon vanta una cellula aerodinamica molto agile con configurazione “canard”, il che aumenta un po’ la sua segnatura radar (il Typhoon non è “stealth”), ma ne aumenta di molto la manovrabilità. Ha una dotazione elettronica di bordo più avanzata per certe cose del Raptor americano (sistemi di acquisizione bersagli multipli, gestione del casco con visiera “guarda&spara” -solo per gli inglesi al momento-, visore passivo IR / Termico ad altissimo guadagno, solo per citare dove il Typhoon è superiore). E’ un aereo che è studiato per essere “razionale” nella sua gestione e manutenzione (siamo pur sempre Europei, senza soldi da buttare...). Alla fine abbiamo ottenuto questo superbo aereo multiruolo, che però ha più il sapore di “stimolatore economico dell’Eurozona che fu”, piuttosto che di macchina da guerra.
Dalle foto che pubblico (non sono un professionista della fotografia) si possono ammirare le linee della forma che, a mio avviso, sono magnifiche.

Una volta atterrato il Typhoon è stato messo nel suo hangar, dove ho potuto toccarlo con mano e ho potuto fotografarlo nei dettagli più curiosi (adoro i dettagli!). E’ un gran bell’aereo, aldilà del fatto che politicamente nessuno ha mai capito cosa farsene, se non cercare di venderlo senza successo (al momento) a paesi emergenti o alleati mediorientali...

Al termine del display di volo ho partecipato ad un pranzo “alla griglia” offerto dal Reparto e da un’emozionante testimonianza di stima ed affetto da parte di un club di “spotters” che di fatto sono ormai di casa nella base. Mi sto riferendo al club “Amici del Reparto Sperimentale Volo”, i cosiddetti ARSV. Potete trovare la loro pagina Fecebook ed il loro sito facilmente in Internet su questi link https://sites.google.com/site/aereiedintorni/home/quelli-dell-a-r-s-v e http://arsv.altervista.org/
Innanzitutto ringrazio loro, che gentilmente mi hanno accompagnato ed introdotto alla base e al “Clan” dello RSV. Si tratta di un eterogeneo gruppo di appassionati di aeronautica militare, e quasi tutti fotografi semiprofessionisti, che sono una via di mezzo tra un fanclub e dei tifosi Supporter del Reparto. Gente che passa le sue ferie a fotografare aerei militari nei vari AirShow nel mondo, oppure che aspetta per interminabili minuti, sotto il sole cocente di un piazzale asfaltato, il momento giusto per scattare la foto “perfetta” al velivolo che sta preparandosi a rullare.
Se ci si parla con questi “spotter” si viene travolti dal loro entusiasmo e da una competenza tecnica in materia aeronatuica enorme, mista ad un senso di meraviglia fanciullesco. E’ ancora impressa nella mia memoria il dialogo pieno di energia, in milanese stretto, tra due ARSV che rivivono la descrizione di un “Cobra di Pugachev” eseguito da un SU27 in chissà quale Airshow estero...

La giornata è proseguita con una visita al Reparto Sviluppo Software. Interessantissimi luoghi dove vengono sviluppati i software di controllo dell’avionica (meglio: sviluppano “personalizzazioni”) dell’AMX, Tornado, e Typhoon. Per AMX, la cuia vionica è quasi assente, l’attrezzatura di sviluppo software si può riassumere su un paio di tavoli di lavoro. Per il Tornado, che a tutt’oggi è oggetto di aggiornamenti software per l’interfacciamento con nuovi equipaggiamenti, si tratta di un paio di “serveroni” Silicon Graphics e svariati client XP con sopra dei compilatori ADA. Per il Typhoon un intero capannone industriale strepiano di computer e cavi e simulatori di volo full-size. Di questa sezione della base parlerò approfonditamente nel romanzo, perchè ne vale la pena.

Inoltre durante questa visita ho avuto l’occasione di conoscere di persona la giornalista inviata di guerra Chiara Giannini, una stella nascente del giornalismo italiano e ormai “veterana” del teatro Afghano. Potete leggere i suoi pezzi su Libero, Oggi e sulla Webzine http://www.cybernaua.it/
Tenetela d’occhio, perché ha sempre cose interessanti da dire nei suoi articoli, e non è il tipo che si esprime in modo “tiepido”. Nel mio caso specifico, dovendo sviluppare un nuovo personaggio basato proprio su una giornalista inviata di guerra, l’averla conosciuta mi darà la possibilità di creare un personaggio estremamente basato sulla realtà dell’ambiente.

7.7.12

Eurosatory 2012


Rieccomi, ed ora che sono in vacanza, nel "solito posto" tra Abruzzo e Marche, mi prendo un po' di tempo per aggiornare il Blog. Lo faccio con un argomento un po’ particolare e che magari può interessare il mio tipico lettore. Se comprate riviste o leggete rubriche Online relativamente alle tecnologie legate alla difesa, sicuramente in questo periodo vi sarete accorti che ci sono molti articoli relativamente alla Fiera parigina di Eurosatory 2012. Eurosatory 2012 è una biennale che si tiene all’Expo di Parigi, accanto all’Aeroporto “Charles de Gaulle” e ha come scopo di presentare le tendenze delle tecnologie della difesa terrestre a livello Europeo ed Asiatico. Le maggiori ditte produttrici di mezzi terrestri, armi individuali, elettronica e software dedicato al moderno campo di battaglia si danno appuntamento in questo salone per dettare (o scoprire) le tendenze attuali di queste tecnologie. Non è una fiera aperta al pubblico, ma ci si può accedere solo su invito (o altri sistemi). Si, appartengo ai “altri sistemi”. :)
Il 13 Giugno ho quindi fatto una giornata intera per visitare questa fiera (Da casa mia a Parigi e ritorno, 24 ore non stop: miracoli dei voli low-cost) e avere una visione diretta di certi prodotti che poi utilizzerò nel mio prossimo romanzo. Sono sempre stato convinto che vedere, maneggiare, un oggetto dal vero, sia un metodo molto più efficace per descriverlo che leggersi l’equivalente di 50 pagine di Wikipedia, e vederlo solo in foto. La differenza nella narrazione, a parte i fisiologici limiti di tecnica di scrittura di un autore, si nota eccome da chi ha solo “letto” e chi ha maneggiato dal vero le cose. 
Posso dire che Eurosatory è una fiera molto grossa, ma non enorme. Gli spazi sono obbligatoriamente abbondanti nei vari stand perché quando bisogna esporre delle autoblindo di sei metri di lunghezza ed alte tre, oppure dei carrarmati, si fa alla svelta a realizzare dei padiglioni di svariati centinaia di metri quadrati anche per pochi prodotti. A dire il vero, se si arriva ad Eurosatory e non si ha ben presente COSA si vuole vedere, c’è il rischio di restare abbastanza annoiati e di camminare per ore senza incontrare nulla di veramente interessante. In questi casi una pianificazione di quello che si vuole vedere, a priori, è obbligatoria. Io sono andato ad Eurosatory per tre motivi: 1) vedere le novità relativamente alla robotizzaizone del campo di battaglia 2) vedere le ultime tendenze in generale sui sistemi di “condivisione dati” sul campo 3) maneggiare dal vero la HK MP7.
Il pubblico tipico dell’Eurosatory è formato da gente in giacca e cravatta, militari in uniforme da  cerimonia e troppi gradi multicolori sulle spalline per essere stati dei veri operativi e dei gran giornalisti. Ho riconosciuto due reporter italiani del settore, ma non li ho importunati, anche se sono miei “amici” su Facebook. Come? Le standiste? Assenti: non è il Motorshow. A parte una ragazza molto carina nello stand della Raphael (società israeliana), sostanzialmente non ci sono “donne immagine” all’Eurosatory.
Prima di iniziare a parlare dell’Eurosatory per quello che è stata la mia esperienza specifica, e magari con un punto di vista diverso da quello che troverete sulle riviste di settore, anticipo qualche nota di colore.
Gli stand italiani erano molto grossi e ben realizzati. La presenza italiana nei vari settori strategici dell’industria bellica era ben rappresentata con Finmeccanica, Beretta, OTO ed IVECO. Tutti tranne IVECO avevano un simpatico modo di fare con i frequentatori dei loro stand: un pezzo di Parmigiano Reggiano e un calice di vino. Italian Style…
Stand Beretta: un ARX160 in versione "solo ed esclusivamente da fiera"

Enormi gli stand cinesi, indiani e pachistani. Ormai i soldi, la liquidità del pianeta, è là. La vivacità delle loro industrie, ormai non più legate a far cloni di bassa lega di prodotti militari occidentali, ha raggiunto livelli “preoccupanti” di realizzazioni tecniche. Certo: non sono ancora a livello degli USA o Europa su alcuni prodotti specifici, ma stanno facendo soldi, Know-How e tessendo contratti. Ormai il sorpasso è vicino tra pochi anni.
Assenti grandi marchi di armi americani come Colt o Bushmaster. Presenti invece i canadesi con le loro repliche di M4/AR15 clone in tutte le salse, dimensioni ed accessori.
Grandissima attenzione per i sistemi “trasportabili” di sorveglianza radar terrestre e tantissime proposte di camere termiche per armi e sorveglianza, la FLIR con uno stand enorme pieno di notevoli proposte per armi individuali.
I francesi, anche se padroni di casa, relativamente sottotono con i loro prodotti. 
Tutte le proposte di UAV/UCAV Europei erano dei Mock-Up (modelli in scala, anche 1:1). Gli israeliani, i pachistani, cinesi e indiani presentavano i loro modelli esposti veri.
Gli Ucraini sono tornati alla grande nel mercato dei MBT (Main Battle Tank) con poderose riproposizioni moderne del T90. I Russi stanno rialzando la testa coi blindati e trasporto truppe corazzati in genere.
Ma ora parliamo dei prodotti su cui mi sono soffermato maggiormente.

1) Recon Scout XT Micro robot tattico da ricognizione
Questo micro UGV da ricognizione che aveva attirato la mia attenzione già due anni fa alla sua nascita, e di cui fa una piccola comparsa nelle prime pagine del mio romanzo “Futuro Ignoto” in mano al GIS dei Carabinieri, si è molto evoluto. Diciamo subito a cosa serve: è un sistema telecomandato via radio che riporta all’operatore, su una piccola console di pilotaggio, immagini e suoni in tempo reale con una trasmissione criptata. Il sistema ha riscosso un enorme successo presso i reparti americani, e i Marines hanno commissionato un ordine di 5.000 pezzi. A dire il vero, nonostante il prezzo che si aggira tra sistema di controllo e robot a circa 5000 € iva esclusa, è considerato una tecnologia “spendibile”. Ovvero, se il robot viene smarrito/dimenticato/distrutto sul campo di battaglia, non è considerato un danno enorme. 
Il robot si presenta come un cilindro di 40mm di diametro, dotato di due ruote gommate dal design “a ciglia” a trazione indipendente, sull’estremità dello stesso
. e una coda stabilizzatrice. A parte il cilindro centrale, che è realizzato in alluminio verniciato, il resto dei componenti è di gomma e plastica. Dal cilindro partono due “baffi” di una quindicina di centimetri di lunghezza che rappresentano le antenne di trasmissione/ricezione. La banda radio su cui lavora questo sistema UGV è un parametro riservato, ma se le antenne sono di quindici centimetri, e deve essere utilizzato in ambito prettamente urbano (muri, strutture metalliche in abbondanza), chi di voi è un radioamatore ha già capito su che lunghezza d’onda lavora. ;-)
Sul corpo del cilindro sono presenti quattro LED infrarossi e il sensore CCD, più un buchetto che funge da microfono direzionale. La console di comando è un parallelepipedo di lamiera nera, su cui svettano due antenne gommate e un display LCD in bianco e nero. A parte qualche aggancio per jack per le cuffie e per trasmettere l’immagine su un monitor esterno analogico ed il “joystick” di controllo, la selezione dei canali radio (quattro) non presenta altri comandi. L’immagine trasmessa del robot è di tipo “quasi grandangolare” e relativamente di buona qualità, per quanto in toni di grigio. La risoluzione stimata è di 640X480 e un frame rate di 25 fotogrammi al secondo, in condizioni ideali. Stiamo parlando di tecnologie che sono, a livello di qualità visiva, come quella di uno smartphone di 3-4 anni fa, solo che l’immagine, ripeto, è monocromatica.
Allo stand della RECON ROBOTICS sono gentilissimi e appena vedono che già conoscevo il prodotto, mi lasciano a disposizione la gentilissima Sig.ra Elisa, del commerciale Italia, che mi illustra con dovizia di dettagli il robot e mi fa fare numerosi test pratici. Vorrei far notare che questo robot da ricognizione è stato valutato a suo tempo dai nostri Reparti Speciali, ma non è stato valutato come “utile sul campo di battaglia”, senza fornire ulteriori dettagli. Utilizzando il robot penso anch’io di capire dove risiedono i potenziali difetti, che discuterò alla fine di questo articolo.
Il robot è dotato di numerosi accessori aggiuntivi: carica batteria da campo (una batteria pre-caricata a cui agganciarlo in assenza di energia elettrica esterna), zainetto da trasporto, un aggancio su rail picatinny per agganciare il robot di fianco alla canna del fucile ed utilizzarlo per ispezionare dietro gli angoli esponendo solo l’arma. Un supporto estensibile per impiegarlo per esaminare i veicoli nella parte inferiore e anche una corda di nylon per recuperarlo.
Il robot s’impugna per il corpo cilindrico e lo si attiva togliendo la sicura ad anello (esattamente come i vecchi tipi di granate a mano) e dopo 4 secondi è operativo. Il peso è di 540gr. E’ stato progettato per essere lanciato esattamente come una bomba a mano dentro stanze, finestre, dietro angoli etc…etc… Può reggere urti di “atterraggio” fino a cinque metri di altezza su una superficie rigida. Una volta atterrato servono dai due ai sei secondi affinché il robot si posizioni con la coda sulla superficie, capisca se l’illuminazione è tale da indurlo ad attivare i LED IR, ed inizia a trasmettere immagini e suoni in streaming. Fatto questo l’operatore usando un “thumb-joystick” analogico esattamente come quello della Playstation, può manovrare il robot e vedere l’ambiente in cui è dalla prospettiva “da terra” con un angolo verso l’alto di circa 45°. A questo punto si fa “gironzolare” il robottino dove serve mentre, con cuffie indossate, si possono ascoltare i suoni ambientali.
Lo stand della Recon Robotics proponeva questa prova ai suoi potenziali clienti: avevano costruito una struttura alta due metri e mezzo circa che simulava il piano di una casa. All’interno è completamente buio. Mi hanno dato un Recon Robot in mano e mi hanno chiesto di farlo uscire da questa “casa” simulata e di descrivermi cosa vedevo al suo interno. Prendo il robot, gli tolgo la pin  di sicura, e lo lancio dentro la finestra coperta da una tenda nera. Controllo sulla console di comando e vedo apparire l’immagine grigio/nera/azzurra della “stanza”. Mi giro attorno. La risposta tra il mio comando e l’immagine è decisamente rapida: stimo 1/8 di secondo. Guardandomi attorno con gli occhi del robottino vedo che sul soffitto ci sono una serie di frecce bianche che indicano la fine della stanza. Le seguo e c’è una piccola rampa di scale. Dato che il robot è in grado di fare le scale, ma solo in discesa, lo faccio volare giù  a tutta velocità (tanto è anti-urto, no?) dalle scale. E me lo vedo apparire alla base della casa dove viene recuperato da un tizio dello stand. (vedere video allegato). Metto il robot sul pavimento e valuto la qualità del microfono: eccellente. Praticamente amplifica i rumori ambientali, anche a circa 7-8 metri di distanza in un cono relativamente stretto davanti a lui. Potevo sentire le chiacchiere di due persone che erano fuori dallo stand, se orientavo correttamente il robot. Ok, prova realizzata in condizioni ideali, non c’è dubbio, ma il “concetto” di “expendable robot” c’è, eccome. E stiamo parlando di un prodotto realizzato con tutte tecnologie civili “off the shelf”. La velocità del robot su terreno “liscio” è di circa 4-6 km/h e l’autonomia sul campo continuativa è di circa un’ora.
Sono convinto che utilizzerò questo robottino estesamente nel mio prossimo romanzo.
Vantaggi del sistema:
1) Il robot è veramente di dimensioni minuscole: di notte è praticamente impossibile vederlo anche a distanze minime
2) La consapevolezza della situazione è la chiave per la sopravvivenza sul campo di battaglia. Questo robot da ricognizione tattica da la possibilità di sapere PRIMA di agire cosa c’è dentro una stanza, dentro un edificio, dietro un angolo. Permette di esplorare, sentire, un ambiente. Anche in condizioni di scarsa luce ambientale. Il tutto per poter dare dati per poter giudicare la situazione in atto e prendere la corretta decisione. Tutto in tempo reale.
3) Il sistema, tenendo conto di cosa offre, è possibile considerarlo come “economico”.
4) Se si usa con giudizio, il sistema è riutilizzabile e reimpiegabile per più missioni.
5) Facile da usare. Intuitivo. Non ha bisogno di preparazione.
6) Semplice da trasportare e leggero.
7) Spendibile. Se viene distrutto oppure se viene “rubato” da personale ostile, non è una tragedia. Nessuna tecnologia sensibile è esposta con questo robot.
Ma veniamo ai potenziali difetti:
1) Il robot è rumoroso. Mi spiego: ha lo stesso identico rumore di un radiomodello d’auto hobbystico elettrico radiocomandato (e la componentistica è la stessa). In una situazione tattica con suoni di esplosioni esterne, spari, urla etc…etc… la sua segnatura sonora è irrisoria, ovvio. Ma in un contesto tattico in cui abbiamo un barricato in un appartamento, in silenzio, oppure una casa con all’interno dei soggetti ostili nascosti (quindi in silenzio), questo ronzare elettrico che gironzola nelle stanze si sentirebbe, eccome. O si usa come strategia di coprire il suo rumore con una diversione (nelle operazioni anti-terrorismo con barricati per coprire le unità di ricognizione ne hanno inventate di tutti i colori: dagli stereo a manetta, inventarsi lavori stradali improvvisati con uso di martelli pneumatici al far volare jet militari a bassa quota), oppure è decisamente percepibile.
2) Non sa salire le scale. Certo che il robottino che sa salire delle scale lo devono ancora inventare, ed infatti questi UGV da ricognizione urbana sono tutti visti ancora come dei “giocattolini” dagli operatori per questo motivo. Non poter far le scale è, in ambito urbano, una limitazione enorme.
3) Nonostante i video pubblicati sul sito del produttore, questo micro-UGV è inutile in un bosco. Si pianta subito. Al massimo gironzola sulla ghiaia fine e l’erba ben tagliata. Sulla sabbia non oso nemmeno pesarci con quella coda stabilizzatrice… Gli UGV cingolati hanno maggiore capacità motorie, ma sono anche più grossi, più costosi e più complessi, però…
4) Un’ora di autonomia è poco. Ma ci stanno lavorando sopra.
5) Non è dichiarato da nessuna parte, ma sembra dalla costruzione come antipioggia. Però se trova una pozzanghera profonda, temo che ci siano dei problemi ad attraversarla. 
6) La portata massima reale operativa in ambito urbano non è stata dichiarata. Stimo 70-150 metri, ma è una mia personalissima valutazione data da conoscenza sistemi precedenti simili.
Nonostante questi difetti, però, credo che sia un oggetto utile per tutti gli altri casi di ispezione stanze. Penso che potrebbe essere un ottimo attrezzo per il Silent Team (squadre speciali per ricognizione multimediale di un obbiettivo in ambito urbano) del GIS dei Carabinieri.


2) Condivisione dei dati sul campo di battaglia 
Da anni si cerca di dare forma e standard a quella che è definita la “network centric warfare”. Ovvero la capacità di acquisire, gestire, DISTRIBUIRE i dati sul campo di battaglia a tutte le unità coinvolte, dai Comandi posti nella Nazione d’origine, all’ultimo soldato impegnato in prima linea. Per “dati” s’intende qualunque cosa: da un ordine, a un’informazione d’intelligence aggiornata, ad una fotografia di un obiettivo allo streaming video di un attacco in corso, una richiesta di supporto aereo in emergenza. Il vero problema delle strutture militari NATO è questo: saper gestire le informazioni.  Abbiamo Eserciti che sono strutture logistiche ed operative troppo complesse ed articolate per potersi muovere “in autonomia”. La “consapevolezza della situazione” è cruciale, specialmente in un sistema di regole d’ingaggio in cui i soldati NATO devo chiedere sempre l’autorizzazione a comandi non presenti immediatamente sul campo per aprire il fuoco (solo per fare un esempio scemo). Le nuove tecnologie informatiche, spesso di derivazione civile, hanno permesso negli ultimi quindici anni di aumentare enormemente la condivisione delle informazioni sul campo di battaglia. Si sta QUASI per arrivare all’obiettivo in cui il Generale che sta in America è in grado di vedere e di interagire anche con l’ultimo fante che si trova a 100 metri di distanza da una postazione talebana. QUASI. Perché nelle simulazioni nelle Brigate di test negli USA funziona sempre tutto, in Afghanistan sul campo, un po’ meno. Ma sono stati fatti, ripeto, enormi passi in avanti. In tal senso gli Israeliani sono sempre stati dei pionieri di queste tecnologie. Essendo una struttura militare relativamente piccola, per le potenziali minacce che circondano il loro territorio, basano moltissimo sulla tecnologia informatica della condivisione delle informazioni la loro efficacia sul campo. Tutti questi sistemi vengono poi riproposti agli USA oppure, in forma depotenziata, alle Forze di Polizia occidentali.
Gli stand israeliani si distinguevano dagli altri per dimensioni e per design. Molto ampi, molto belli, molto ricchi. Uno stand dove mi sono soffermato è stato quello della ELBIT che esibiva il suo sistema SKEYE. Nei loro enormi stand erano stati organizzati dei piccoli teatri, con tanto di poltroncine per il pubblico, con finta sabbia e sacchetti di sabbia per fare un po' di atmosfera da FOB. Sul palco quattro ragazzotti vestiti in ACU americana davanti ad una postazione con N schermi LCD che rappresentano i sistemi di sorveglianza venduti dalla ditta. I ragazzotti recitano in tempo reale con in sottofondo musica stile Hans Zimmer. La scena a cui il pubblico assiste è la seguente:
- Un veicolo corazzato sospetto viene intercettato da dei sensori piazzati sul terreno, attraversare il confine. Il capo dei regazzotti, che sono super coordinati tra loro, deviano un UAV che era già in volo sulla zona per avere conferma visuale dell'intruso, mentre contemporaneamente si collegano in videoconferenza con il comando centrale per avvertire della cosa. Lo UAV manda in tempo reale un video-feed del veicolo corazzato, che viene interrogato elettronicamente, ma nessun apparato IFF da risposta. Da un database in meno di dieci secondi devono capire se il veicolo fa aprte di un'azione prevista di mezzi alleati. Appena l'esito della ricerca è negativo (intanto la musica segna un ritmo di maggiore tensione), il capo dei ragazzotti ha uno scambio di valutazioni in videoconferenza con un colonnello che li autorizza, nel giro di due minuti (tutta la scena è cronometrata) ad ingaggiare l'intruso.
Si fa decollare un Apache che dichiara che sarà a portata di Hellfire dal bersaglio in tot minuti. Intanto lo UAV non molla un secondo il veicolo che si ostina a penetrare il territorio amico. I ragazzotti sono sempre più tesi, ma professionali (erano anche bravi come attori, tenendo conto che ra tutto live-action...). L’Apache dichiara di essere dietro una collina dal bersaglio. Il capo dei ragazzotti da l'ordine di marcare con un laser dall'UAV il veicolo. Lo UAV manda le coordinate automaticamente all'elicottero, che lancia il missile da dietro la collina (tutte queste scene erano un mix di filmati di repertorio e CGI decente ad hoc). Il missile appena "scollina" acquisisce il laser dello UAV. Quindi si scaglia sul veicolo nemico distruggendolo. Lo UAV da conferma della distruzione totale del veicolo. Viene ordinato di organizzare una pattuglia elitrasportata per andare ad investigare il relitto del veicolo. Fine missione.
A quel punto luci spente, il "capo" dei ragazzotti sale su un palco più alto (e si prende gli applausi del pubblico) e davanti ad una presentazione di Power Point sparata su un muro enorme commenta e dettaglia tutte le fasi della "scenetta" a cui si è assistito. Spiegando sistemi, metodi, vantaggi di questo sistema (lo SKEYE) venduto da questa ditta israeliana.
Se non è marketing spinto questo...


Immagine rubata col mio Smartphone alla presentazione della ditta Israeliana

3) HK MP7 A1
Lo stand della HK era un po’ sottotono, tenendo conto di che brand stiamo parlando. Forse l’Eurosatory non è considerata per questa casa costruttrice di armi un obiettivo di vendite strategico?
Comunque stand “piccolino”, un paio di commerciali annoiati e tutte le loro armi esposte su un muro, che si potevano maneggiare. In queste occasioni, specie in fiere aperte al pubblico “normale”, le armi esposte sono “vituperate manualmente” dai curiosi di turno. Si vede subito che vanno dalle armi più pubblicizzate nella serie di Call of Duty/Battlefield, poi iniziano il rito: togli il caricatore, metti il caricatore, masturba la sicura, scarrella l’arma, punta ad un bersaglio immaginario (con posture da far ridere i polli che identificano subito queste persone come “keyboard warrior”), clik clak click trak clak… una guardatina alle mire (eh si, proprio come nel gioco!), e poi rimettono l’arma sull’espositore: con sicura disinserita, otturatore chiuso e percussore armato. E’ vero che in tutta l’Eurosatory è impossibile trovare un proiettile vero, ma i professionisti delle armi si riconoscono da questi dettagli: un’arma, dopo che la sia è maneggiata, la si rimette nello stato di massima sicurezza. Quindi percussore scarico e sicura inserita. E se è una pistola col carrello aperto. Ci penseranno gli addetti dello stand a chiudere il carrello, se è il caso. Finito il penoso spettacolo prendo in mano l’MP7, che ho sempre e solo visto in foto. 
L’MP7 fa parte di quella categoria di armi cosiddette Personal Defence Weapon (PDW). Ovvero armi che prediligono la compattezza di dimensioni e l’uso di calibri non esagerati, per la difesa di punto di personale non dotato di fucile d’assalto. Negli anni passati è stata imposta la HK MP5, in tutte le sue varianti, in questa categoria. La HK, a seguito della FN, ha voluto esplorare le capacità balistiche dei proiettili dotati di micro calibri. La FN, nei primi anni ’90, se ne uscì con la rivoluzionaria P90, che sparava una munizione da 5,7mm di diametro con un design particolare nell’ogiva. Prometteva prestazioni di penetrazione balistica fenomenali, nonostante la compattezza della cartuccia. HK, dopo qualche anno, se ne esce con una munizione ancora più piccola: 4,6mm X30, ma con una velocità enorme alla bocca al momento dello sparo. Prove balistiche assicurano che questa micro munizione, entro i 50 metri, è in grado di forare tutti i corpetti antiproiettile –NON dotati di piastre rigide- presenti sul mercato mondiale. Inoltre ha ottime caratteristiche di perforazione di muri e di lamiere d’automobile, oltre che una traiettoria di tiro molto tesa e lineare. Inoltre, data l’elevatissima velocità iniziale, sulla gelatina balistica entro i 50 metri, produce cavità temporanee paragonabili a quelle di una ben più pesante munizione da fucile d’assalto.
Quindi HK propose sul mercato la MP7 come arma delle dimensioni di una pistola un po’ ingrassata, ma entro i 100 metri con letalità paragonabile ad un fucile d’assalto, il tutto unito ad un rateo di fuoco elevatissimo e un rinculo quasi assente. Le Forze Speciali tedesche, in Afghanistan, hanno utilizzato estesamente la MP7, e i risultati di efficacia balistica sono stati verificati.
La MP7 appena la si prende in mano si capisce che è stata un’avventura “basso costo” per la HK. Impugnatura della MARK23, con lo stesso sgancio caricatore, sicura. Da lì hanno incastrato un parallelepipedo in tecnopolimeri con tre “creste” di rail picatinny e un’impugnatura frontale ribaltabile. La leva di armamento è caudale come nei fucili AR15/M4. Doppio grilletto con pre-corsa come la Glock.
Nonostante fosse col caricatore vuoto, si può dire che la MP7 è leggermente sbilanciata in avanti, e in questo caso l’impugnatura verticale frontale risulta utile, nonostante la compattezza generale della pistolamitragliatrice. Il calcio scheletrico telescopico non è un granché in ergonomia: sfugge dall’incavo della spalla. Non so se è stata fatta una versione a calcio fisso della MP7,  ma non sarebbe una cattiva idea. Ok, ci dovrei sparare per capire meglio l’arma, ma in generale l’impressione è buona. Comandi ben pensati e ben raggiungibili, anche per della mani piccole come le mie. Non so come la pensano operatori con le mani a badile e i guanti, ma questo è un ‘altro discorso… L’idea è di robustezza generale e l’ergonomia è buona. Tranne il ri-armamento con quella manetta che ti induce a togliere l’arma dal cono di puntamento frontale .Non capisco perché non abbiano messo una mini leva laterale di armamento reversibile: ma forse avrebbe complicato troppo la meccanica interna. Nella configurazione proposta in fiera, e in tutte le foto che ho visto, la MP7 è sempre proposta con ottiche red-dot: segno che davvero oltre i 100-150 metri non ha senso ingaggiare con tiro discriminante con quest’arma. Il proiettile, avendo pochissima massa, smorza subito la sua velocità dopo tale distanza, ed anche la sua traiettoria perde di linearità, immagino.
La MP7, stando a voci di corridoio, è nei “desiderata” delle nostre Forze Speciali, ma sembra che il prezzo unitario dell’arma, non proprio economica, e soprattutto l’approvvigionamento di un calibro così non-standard (ergo: costose), ne previene l’acquisizione a priori. Sembra che sia presente in pochi pezzi nell’armeria degli Incursori dell’Aeronautica Militare, di cui però non ci sono feedback sull’utilizzo.


Mentre valuto l'ergonomia della MP7


22.6.12

Ti aspetterò qui. Ovunque sia qui.

Eccomi qui ad aggiornare il blog dopo qualche tempo (e specialmente dopo il post precedente sulla recensione di Act of Valor che mi ha generato un botto di contatti ;-) ).

Sono già in modalità terzo romanzo. Un mese fa sono stato in visita  al Reparto Sperimentale Volo dell'Aeronautica Militare (chi mi segue su Facebook ha visto le foto) per incominciare a documentarmi sulle ultime tecnologie adottate dal Typhoon. Poi una settimana fa sono stato all'Eurosatory a Parigi per farmi un'idea delle ultime tendenze in materia di robotizzazione del campo di battaglia. Tutte cose che utilizzerò per il prossimo romanzo, la cui trama è già pronta da qualche mese. C'è solo da scriverlo... ;-)
Se il tempo non è tiranno farò anche un post sulle due visite di cui ho accennato sopra.

Per quanto riguarda il titolo di questo post. E' la "dedica" che si legge in Futuro Ignoto. E' piaciuta a tanti lettori. Ognuno ha dato la sua interpretazione. E' giusto che sia così. Non ci sono molte spiegazioni da dare su questa frase. Semplicemente riassume la missione di un'intera esistenza.

La mia.

6.4.12

Recensione Act Of Valor (2012)


Act Of Valor (2012)

-Nostalgia degli anni ’90 in un film che è un videogioco senza controller-



“Le armi e le tattiche mostrate in questo film sono reali”.
Ricordatevi questa affermazione di cui il trailer di questo film ci ha ben trapanato in testa per comprendere il tono della mia recensione.

Act of Valor è un film che se non fosse il fatto che le pellicole di guerra/azione sono un genere raro nei nostri cinema, sarebbe passato assolutamente inosservato.
Eviterò di descrivere la trama, perché non ha bisogno di essere illustrata: non c’è.

Eviterò di commentare la retorica grondante in ogni singolo dialogo tra i personaggi di cartapesta di questo film.
Posso però affermare con assoluta certezza che il sorpasso delle sceneggiature dei videogiochi classe “Battlefield” e soprattutto dei curatissimi “Call Of Duty: Modern Warfare” nei confronti del cinema d’azione è già avvenuto. Gli sceneggiatori di questi videogiochi, sono molto più bravi e creativi dei sceneggiatori di Act of Valor.

Inoltre abbiamo proprio in questo film un fenomeno alquanto bizzarro, all’apparenza: ovvero questa pellicole, in tutto e per tutto, cerca di essere come un videogioco. Stesse rappresentazioni grafiche degli eventi/cartine geografiche, montaggio delle scene, e soprattutto le riprese in prima persona. Si, insomma, questo Act of Valor, non è altro che un DOOM –The Movie- in cui non c’è la base su Marte.

La sequenza di critiche (positive e negative) che seguono sono dettate dal fatto che fin troppe persone (anche “professionisti del settore”) prendono per buone le nozioni che vedono al cinema come informazioni corrette e realistiche. E con una tagline che recita “Le armi e le tattiche militari sono reali”, quanta gente è convinta che stia davvero “imparando qualcosa”? State guardando un film. Sempre e comunque. Per quanto possa sembrare realistico è un film, dove la drammatizzazione delle scene, il linguaggio cinematografico, la sceneggiatura hanno sempre e comunque il sopravvento sul realismo. Ed è giusto così. Questo film ha creato una grande aspettativa nel pubblico,e nella sua prima settimana di proiezione negli USA è stato campione d’incassi, perché si è affermato ripetutamente che nel cast ci fossero veramente SEALs della Marina americana. OK. E allora? In TOP GUN c’erano i piloti dei TOMCAT veri (per ovvi motivi), in BlackHawk Down di Ridley Scott in quasi tutte le scene c’erano veri Ranger in servizio attivo e i piloti degli elicotteri erano gli stessi sopravvissuti proprio alla battaglia di Mogadiscio. In tutta la serie cinematografica dei  Transformers lo US Air Force e buona parte delle Forze Speciali USA hanno fatto corposa presenza. Per Hollywood è la NORMALITA’ avere mezzi e uomini, a basso costo, per riprese di film di propaganda. Si: propaganda. Perché Act Of Valor, esattamente come i film citati sopra, e tanti altri, non è altro che il classico esempio di film che si fa “quando c’è da reclutare”. Anche questo è una cosa normalissima, dalla Seconda Guerra mondiale in poi, le Forze Armate di tutti i paesi hanno capito il potere del cinema per reclutare nuove leve.

Detto questo torniamo alla “tagline” del film: “Le armi e le tattiche mostrate in questo film sono reali”.

Perché mentire così spudoratamente? Forse perché non avendo una sceneggiatura decente e dei veri attori di richiamo, avevano paura di non avere pubblico?

ANALISI TECNICA DEL FILM
Le armi e gli equipaggiamenti mostrati in questo film sono effettivamente una buona fotografia di una parte della dotazione dei SEALs della Marina Americana degli ultimi tre anni. Da questo punto di vista il film è corretto. Niente “armi segrete”, niente cose strane. Il problema è che queste armi sono storpiate nel comportamento e nel loro uso.

FUCILI D’ASSALTO:
In tutto il film imperversa una versione ad hoc della carabina M4 con ottica olografica Eotech. Gli spari sono stati tutti renderizzati in computer grafica in post produzione, esattamente come l’ultimo B Movie d’azione a basso budget. Infatti in questo film gli M4 in campo aperto rombano cupamente come degli obici, in pieno giorno fanno fiammate a stella enormi (fenomeno solo visibile dal crepuscolo in poi su queste armi, data la corta canna che hanno che crea uno sfogo dell’esplosione della cartuccia non indifferente), e il .223 sembra essere un proiettile con un potere d’arresto simile ad un 7,62 NATO. Se volete sentire il vero suono di una carabina tipo M4, senza per forza far un giro in un poligono tattico del nord Italia, guardatevi uno delle migliaia di video ad alta qualità sull’argomento su YouTube. Il suono è ben diverso. Molto meno “virile” come gli M4 di Act of Valor. E soprattutto di giorno non si vede il “fiore” di fuoco davanti alla canna.



Ora confrontate questo fotogramma di Act of valor, con il seguente video.

E’ la stessa arma. Ma quale delle due vi sembra più “virile”? Anche in questo caso la rappresentazione del fucile è vittima della “drammatizzazione” del linguaggio cinematografico. Ma per fortuna che le armi rappresentate nel film sono “reali”. Poi la gente, va a dire il giro che l’M4 fa le “fiammate”. Se ce le aggiungi in post produzione le fa eccome. E con questo dettaglio Act of Valor non si distingue più dal peggior film sull’argomento degli ultimi dieci anni che è “Tears fom the Sun” –“L’ultima Alba”- con Bruce Willis, dove gli M4 sputavano fiamme e fuoco in pieno giorno. Esattamente come in questo film. Anche per questa immondizia cinematografica per sceneggiatura e realismo, quale è L’ultima Alba, i consulenti di scena era dei Seals, ma in congedo. Dov’è il problema, quindi?

(le immagini utilizzate per questa recensione sono state tratte dal trailer italiano in HD)

Assalto covo sequestratori nella foresta
Nella scena della liberazione di un ostaggio una squadra appiedata di Seals, coperta da una squadra sniper -tiratore+spotter-, assalta una base nella foresta Sud Americana.
La critica che si fa a questa scena sta nel concetto di base: una forza di soli sei uomini non può (e non deve) assaltare da sola una simile struttura di cui non si sa la reale entità della minaccia. Le operazioni militari di attacco, anche le più “discrete”, si basano su un rapporto almeno di 3-1 nei confronti della minaccia presunta. Esempio: se la minaccia prevista è di venti elementi ostili potenzialmente armati, la forza di assalto dovrebbe essere almeno di sessanta elementi. Questo perchè la ridondanza di personale deve essere in grado di supplire ad eventuali “sfortune” di missione. Ad esempio: se ci sono dei feriti, se si ha una forza di assalto esegua, come si esfiltrano? Ricordiamo una recente operazione reale proprio compiuta dai Seals: l’assalto al compound pakistano dove risiedeva Bin Laden. La forza di assalto del Seal Team Six era stimata in circa trenta elementi. Quando l’Intelligence aveva chiaramente detto che con tutta probabilità avrebbero incontrato al massimo tre/quattro guardie armate. E sono stati, per loro stessa ammissione, al “minimo indispensabile”.
Inoltre nel film non si prende in considerazione nemmeno una tattica base in questi casi: la diversione. Solitamente si impegna la forza ostile con un attacco (o presunto attacco) da una direzione, mentre la forza d’assalto che deve conseguire il suo obiettivo tattico, si fa strada da un’altra direzione.
Nel film, per ovvi motivi di semplificazione narrativa (e contenimento dei costi di produzione, stimo), non prende assolutamente in considerazione la realtà delle tattiche di base in questi casi.
Quindi viene mostrato una forza di SOLI sei elementi (ripeto: e se un membro è ferito? come lo gestiscono? Quanti uomini servono per stabilizzarlo ed evacuarlo? E se ciò avviene sotto il fuoco nemico, chi risponde al fuoco?)
In una situazione del genere una forza di almeno trenta elementi, divisa in due squadre distinte, era il minimo indispensabile. Ed essere in “tanti”, non significa per forza rovinare il vantaggio tattico di un’infiltrazione “stealth”. Sono addestrati apposta per questo.
Ma ricordiamoci: “le tattiche e le armi mostrate sono reali”. Si, certo. Manco chi gioca a Softair organizza assalti così “nudi”.
Una squadra di sei elementi da soli, all’interno di una struttura ostile, è semplicemente condannata al fallimento della missione, al minimo disguido tattico.
Qui purtroppo, gli sceneggiatori, hanno rappresentato la missione come l’avrebbe organizzata una persona con poca consapevolezza della tattiche di base.

 LAW 66 (M72A6 L.A.W.)
Nella sequenza della esfiltrazione dal campo dei sequestratori in Sudamerica, gli Sniper sono equipaggiati con un’arma anticarro portatile che useranno contro il veicolo che sta inseguendo i loro commilitoni. La prima critica è: perché una coppia sniper/spotter dovrebbero essere equipaggiati con un’arma anticarro, tenendo conto del contesto tattico che avevano previsto nel briefing? Solitamente sono armati con armi automatiche di backup per difesa di punto, ma un’arma anticarro portatile? Non era meglio che fosse in mano, al limite, alla squadra d’assalto?
Ma a parte questa osservazione, che può essere perfettamente giustificabile dal fatto che una squadra di questo tipo si porta con sé quello che vuole e come vuole, la critica è come l’arma è rappresentata nel film.
Nel film si vede uno sniper prendere il lanciatore a perdere, configurarlo correttamente ed impugnarlo, e spara un colpo contro l’automezzo nemico, facendolo letteralmente saltare in aria in una spettacolare palla di fuoco.






Prima critica: un veicolo leggero colpito da questo tipo di arma non salta come il Generale Lee di “Dukes of Hazzard” esplodendo come una bombola di GPL. Innanzitutto un veicolo qualsiasi, anche se ha il serbatoio pieno di benzina, non esplode: s’incendia. La benzina per autotrazione esplode quando è sottoforma di vapore. Discorso diverso invece per i veicoli alimentati a GPL. Infatti l’esplosione che si vede nel film, non ha nulla di diverso da una qualsiasi esplosione di filmetto di serie B apocalittico, dove si usa un sacco di Gas Propano per creare queste esplosioni sul set. Infatti, le ditte specializzate in effetti speciali, per creare queste esplosioni così “corpose” usano tanto GPL, cherosene ed altre sostanze chimiche “top secret” in proporzioni variabili. La ricetta per esplosioni spettacolari è un segreto custodito gelosamente da queste aziende specializzate per servizi cinematografici.
Quindi l’esplosione del veicolo, nonché il suo volo in aria, sono assolutamente irreali.
L’arma usata è un vetusto LAW 66mm, censito nelle Forze Armate USA con la denominazione M72 Light Anti-tank Weapon. Si tratta di un tubo, che nei decenni ha conosciuto vari materiali costruzione, pesante meno di 3 kg, che spara un razzetto non guidato di 50 cm di lunghezza e 6 cm di diametro, relativamente lento, che utilizza una testata bellica con meno di 1kg di esplosivo. Quest’arma, a suo tempo, venne ideata per fare quello che fanno la maggior parte dei razzi anticarro: fare PICCOLI fori nella corazza di un veicolo blindato, non sprecare tutta l’energia della sua testata bellica in fiammate dispersive. Il concetto è quello della “carica cava”, dove l’esplosivo contenuto nel razzo è sagomato in una forma a cono tale che detonando concentra la sua energia in un “dardo di plasma” che deve perforare fino a N mm di corazzatura. Questo dardo, penetrando la corazza, si espande all’interno del vano equipaggio del mezzo corazzato, notoriamente posti molto angusti, e qualche problema agli operatori interni li da. Può ucciderli, come più probabilmente, ferirli in modo tale da renderli incapaci di proseguire l’uso del veicolo corazzato stesso. Missione compiuta. Carro armato fermo: non deve saltare in aria per forza.

Ecco un’immagine di un VERO effetto terminale di un proiettile di LAW66. Operatione Just Cause, Panama, 1989. Viene sparato un LAW66 nell’estremo tentativo di impedire il decollo del Learjet che si credeva che trasportasse Noriega in fuga.

 Notare che il muso dell’aereo è ancora sostanzialmente integro. Quindi, niente esplosione incendiaria.

Seconda critica: il proiettile del LAW66 è relativamente lento, quindi la sua traiettoria, anche su bersagli molto vicini, è a parabola. Infatti il mirino dell’arma (un pezzetto di plastica con sopra incisi dei riferimenti) riporta un sistema di puntamento che impone degli “alzi” notevoli anche per bersagli non lontani. Quest’arma ha una portata massima di duecento metri scarsi.
Nel film la traiettoria del razzo è bella tesa e dritta.
Ma ricordiamoci la tagline del film: “Le armi e le tattiche militari sono reali”. Beh, non certo il LAW66.
Nel video qui sotto vedete come si comporta un LAW66 in poligono nella vita reale. Poco più che un petardone. Con tutta probabilità questo video di Youtube mostra una carica da esercitazione, ma ci siamo già capiti... ;-)

Quindi, scordatevi cosa avete visto nel film relativamente a quest’arma anticarro portatile.

UAV

Nella sequenza di assalto alla base nella giungla, un Seal su un barcone d’assalto lancia un un aeroplano telecomandato (dicesi: UAV -Unmanned Aerial Vehicle-) che dotato di sensori ottici su varie frequenze, verrà utilizzato per raccogliere e trasmettere in tempo reale informazioni da trasmettere alle truppe a terra. Questo dettaglio mostrato nel film è corretto. Da diversi anni, sul campo di battaglia, le truppe appena possono si basano su veicoli, aerei o terrestri, che dotati di telecamere o altri tipi di sensori, trasmettono immagini ed informazioni che servono per aumentare la “consapevolezza della situazione” ai soldati ed ai comandanti sul campo ed in una base remota. Senza entrare nei dettagli di utilizzo di questi sistemi comandati da remoto, o parzialmente robotizzati, si può dire che hanno letteralmente cambiato il modo di intendere e di eseguire le operazioni militari. Si può dire che nel moderno campo di battaglia non si muove soldato se prima un UAV dimostra che la zona è “sicura”.



La critica che faccio a questa sequenza del film è che su questo “aeroplanino”, che dalle immagini del film s’intende come un velivolo di poco meno di un metro e mezzo di apertura alare, con motore presumibilmente elettrico a batterie, e di costruzione piuttosto “esile”. Esistono UAV per uso militare come questo, ed anche ben più piccoli. Però nel film si mostra che questo velivolo trasporta con sè una suite hardware/software che è in grado di individuare, evidenziare e tracciare autonomamente i soldati a terra e le potenziali minacce, su più frequenze dello spettro visibile. Un aeroplanino del genere, come quello mostrato, non può portare più di 800 grammi di carico di sensori. E con quel peso, non ci si riesce a far stare un apparato hardware in grado di far girare un software così sofisticato con prestazioni che attualmente non sono ancora possibili nemmeno con più grandi UAV che trasportano sistemi ben più complessi. Quindi esagerazione oltre ogni limite, e quasi una presa in giro dello spettatore. Un UAV di simili dimensioni, nella realtà, riesce a trasmettere immagini, neanche tanto zoomate, della zona che sorvola. Stop: nulla di più.


SNIPER Rifle/sights
Uno dei momenti di maggiore pathos del film è ovviamente la sequenza dello sniper che ingaggia numerosi bersagli per dare supporto alla squadra d’assalto che si sta infiltrando nel campo base dei sequestratori nella giungla.

Sorvoliamo sul fatto che viene utilizzato un solo team sniper (spotter+tiratore). Di solito, in certi casi, se ne impiegano più di uno per coprire più punti di vista/angolazioni di tiro. Sorvoliamo sul rumore del fucile silenziato.
Parliamo della rappresentazione (abbastanza approssimativa) che si ha del reticolo di tiro, che svela tantissimi dettagli. Nelle inquadrature in soggettiva dello sniper si vede la classica immagine del cattivo/bersaglio di turno che viene inquadrato con il reticolo qualche istante prima di essere colpito con un tiro preciso alla testa.
In maniera molto corretta viene rappresentato un reticolo militare MilDot, effettivamente ancora in uso nei fucili sniper militari. Non è l’unico metodo, ma è tra i più diffusi. Questo reticolo è una semplice croce, formata da due linee sottilissime perpendicolari, su cui sono riportati dei puntini (i riferimenti dei MILDOT, appunto).
Quello che segue non è un corso sniper, ma serve per far capire la castroneria che si vede nel film.
Il sistema MilDot è un reticolo studiato per permettere al tiratore di stimare con una certa precisione la distanza tra lui/lei ed il suo bersaglio. Per il tiro (con qualsiasi categoria di arma da fuoco) di precisione è essenziale sapere almeno due parametri: distanza e vento. Per il tiro di precisione a lunghe distanze intervengono anche altri parametri (densità dell’aria, umidità dell’aria, temperatura dell’aria, tipo di proiettili, temperatura della canna allo sparo... la lista è quasi infinita...). Il vento lo si stima con vari metodi ed esperienza dello spotter (è lo spotter che da tutte le “regolazioni” allo sniper. Lo sniper è solo un mero “esecutore”). La distanza si stima con il reticolo MilDot. Senza fare trattati di trigonometria, col MilDot per avere la distanza da un bersaglio si usa una semplice formula matematica:

dimensione_stimata_del_bersaglio_in_metri X 1000 / numero dei Mild = distanza in metri dal bersaglio

Il parametro “numero dei Mill”, lo si ottiene sovrapponendo una linea punteggiata del reticolo sul bersaglio, si prende come riferimento su di esso una “dimensione nota” (ad esempio la dimensione del torace del bersaglio, o della sua testa, o meglio della sua altezza), si vede a quanti “Mil” corrisponde. Un Mil è misurato come la distanza tra gli assi di mezzeria di un puntino ed il successivo.
Se l’ottica è dotata di forti ingrandimenti variabili, il reticolo si modifica per mantenere la proporzione del MilDot.
Ovviamente oggi esistono particolari attrezzature (quali telemetri laser ed anemometri portatili, software balistici per palmari) che rendono certe procedure un po’ “vetuste”.


In questa inquadratura il nemico è inquadrato a mezzo busto (già questo, proceduralmente, non è correttissimo). Inoltre, stimo dall’inquadratura, che la testa da sola misura almeno 3 Mil abbondanti. Una testa di una persona adulta, vista lateralmente, è circa 20 cm.
formula: 0,2 X 1000 / 3 = 66,6 periodico
Quello che state vedendo sullo schermo è come uno sniper posto ad 67 metri (ripeto: 67 metri!!!) vede il suo bersaglio. Non ha assolutamente senso mettere degli sniper così VICINI al bersaglio. A quella distanza un qualsiasi soldato, anche con ottiche “di ferro”, con un fucile fa centro, sempre e comunque.
Ma ricordatevi cosa diceva il trailer? “Le tattiche e le armi sono reali”.
No, questa scena dello sniper è totalmente snaturata e prende in giro chi davvero fa tiro a lunga distanza. Quindi, scordatevi che uno sniper militare veda così chiaramente e “grosso” un bersaglio nel suo reticolo.
Anche questa scena è stata sottoposta al volere del regista, che vuole far capire allo spettatore che sta per essere colpito un cattivo, non fa vedere effettivamente COME realmente ingaggia uno sniper. Peccato.

CQB
Quello che sicuramente nelle intenzioni del regista era il punto forte del film sono le riprese in prima persona durante i combatttimenti. Con la miniaturizzazione delle telecamere, anche ad uso civile, riprese di sparatorie in ambiente operativo, anche reperibili su Youtube, sono numerosissime. Nel film, oltre a dare un taglio di comunicazione visiva identica ad un videogioco "first person shooter", si vuole coinvolgere al massimo lo spettatore nell'esperienza del combattimento in soggettiva.
Sbagliando.
Nelle sequenze al chiuso, ovvero di CQB (Close Quarter Battle), all'interno degli edifici si notano dei comportamenti tattici assolutamente errati in un contesto reale.

Sempre perché "le armi e le tattiche mostrate sono reali".

Innanzitutto si nota che il fucile, quando non deve ingaggiare un bersaglio, oppure la canna sta per intersecare la sagoma di un commilitone, viene alzato in alto a sinistra. Per tutto il tempo di queste inquadrature in soggettiva il fucile è sempre presente nella visuale, con la canna verso l'alto.


Sbagliatissimo. O almeno, in tanti lo fanno, ma è una questione di "moda". Qualcuno afferma che si usa per motivi di velocità di puntamento, ma ha più inconvenienti che consistenti vantaggi.
Tale comportamento è scorretto per tre motivi fondamentali.
Primo: la visuale è compromessa in parte dal fucile! Se ne accorge anche lo spettatore che sta vedendo la scena attraverso gli occhi dell'operatore Seal. Parte dell'ambiente circostante è coperta dal fucile. Errore fatale nel CQB.
Secondo: Nel CQB tutto lo spazio che abbiamo per muoverci è regalato. Non c'é in queste operazioni il tempo di guardarsi troppo attorno per i dettagli dell'ambiente che ci circonda. Stiamo cercando bersagli e nient'altro. Cosa c'é sopra la nostra testa non lo sappiamo. Potrebbe esserci un lampadario basso, un soppalco, una cornice di una porta particolarmente bassa che non avevamo valutato come tale. In tutti questi casi tenere la carabina con la canna verso l'alto, la si espone a rischio di "cozzare" contro qualcosa di inaspettato.
Terzo: Se parte un colpo "per sbaglio" (cosiddetto undisciplined discharge), e succede -eccome se succede!- avere una canna col vivo di volata ad altezza della testa, vicino alla faccia, per voi é una cosa sensata?

Il regista, per esigenze di "drammatizzazione" dell'inquadratura ha deciso di lasciare l'arma ben in vista sempre, per svariati motivi di comunicazione cinematografica. Innanzitutto l'arma sempre in vista aumenta il "sex appeal" della scena. Notoriamente le armi nel cinema hanno un significato sessuale non secondario. Inoltre la stessa inquadratura senza l'arma visibile avrebbe perso molto del suo fascino.
In realtà, sarebbe molto meglio, che l'arma la si punti verso il basso per evitare tutti e tre gli inconvenienti che ho elencato sopra. 
Ci sarebbe anche da parlare dell'uso assolutamente disinvolto dei laser di puntamento rossi (che erano già "sorpassati" dieci anni fa). Adesso li usano di un altro colore. E ripeto, non così "disinvoltamente".

Se non siete convinti di quanto sopra, giustamente, chiedete a chi ha esperienze dirette di certe cose, ma non prendete come realistici i comportamenti in CQB che vedete in questo film. 
Se qualcuno ha trovato belle e/o coinvolgenti queste riprese di Act Of Valor, per favore si vada a rivedere Munich di Spielberg, ed osservi le scene di combattimento in ambienti chiusi (CQB) davvero ben fatte.

Per quanto riguarda la scena con l'RPG nel villaggio messicano, dove ho sentito qualche malumore in sala...  Se un RPG è sparato a meno di dieci metri di distanza contro un bersaglio è normale che la testata non sia ancora armata, quindi in effetti potrebbe non esplodere. I problemi fondamentali sono: con al fiammata di scarico che la un RPG il tiratore, che è dentro una stanza con una parete alle sue spalle, doveva finire abbastanza arrostito/malconcio, invece viene prontamente abbattuto dai colpi di M4 di un SEAL. secondariamente una testata RPG, per quanto non terribilmente pesante, parte subito a circa 40 m/s. (per poi accelerare dopo circa 15 metri a  100  e passa m/s). E' sempre una bella botta prendere in pieno petto contro la piastra balistica del vest... 


  Briefing
Anche in questo film si cade nella “trappola” che i briefing pre-missioni siano un festival di schermate multimediali, con animazioni stile “filmato intermezzo caricamento di Modern Warfare”. Non è così, per un semplicissimo motivo. Spesso le informazioni, o almeno come nel caso ipotizzato nel film, si hanno con relativo poco preavviso: ma chi è il tecnico dell’Intelligence che perde qualche ora per fare le animazioni!? Si mette li a farle con qualche programma di montaggio video o linguaggio Flash!? Ma cerchiamo di essere seri! Nella realtà si fanno, quando c’è tempo, presentazioni con videoproiettori, schermi al plasma etc...etc... Ma al massimo si usa PowerPoint. Nulla di più complicato. Anche perchè ripeto, per fare certe animazioni (irrilevanti per la trasmissione delle informazioni agli operatori), servirebbero dei professionisti dell’animazione in computer grafica assunti H24 dai servizi di Intelligence. Quindi altra sequenza totalmente irreale, e sottoposta alle leggi del “Linguaggio cinematografico del film medio d’azione”.

Scena esplosione granata

Uno dei protagonisti SEAL, durante lo scontro a fuoco finale si sacrifica gettandosi su una granata per salvare dei suoi colleghi. La scena è un omaggio, esattamente come la scena del funerale, al Petty Officer Mike Monsoor che ha compiuto lo stesso gesto il 29 settembre del 2009 a Ramadi, Iraq. Per questo è stato insignito, in forma postuma, della Medal of Honor. Qualche informazione in più qui http://www.snopes.com/politics/military/monsoor.asp


Sequenza finale: balistica terminale dell’AK 47.

Nella sequenza finale del film che culmina con una battaglia CQB in una cittadina al confine meridionale degli USA, il protagonista della squadra SEAL riesce a braccare il capo terrorista, che ha deciso di vendere cara la pelle. Ovviamente il finale è un crescendo di sparatorie in prima persona, con i consueti difetti di cui parlavo sopra, ma sicuramente coinvolgenti. Il cattivo di turno a colpi di Ak47 decima tutti i colleghi del protagonista SEAL e si barrica dietro un riparo, all’interno di un corridoio. Il SEAL, che esaurisce le munizioni dell’M4, passa istantaneamente alla pistola (giustamente). Durante la transizione da un’arma all’altra viene colpito al petto da diversi colpi di AK47 del terrorista. Le piastra balistica rigida pettorale regge, ma si accascia contro al muro per il contraccolpo. Fin qui sequenza assolutamente credibile. I problemi di realismo iniziano ora. Con una drammatica visuale sulla verticale del SEAL, inizia un furibondo scambio di colpi tra i due. Il SEAL che spara con la pistola, mentre il terrorista, sempre dietro un riparo, lo colpisce più volte alle gambe ed alle braccia, che non hanno protezioni balistiche. Il tutto a meno di venti metri di distanza. Un colpo di 7,62X39 devasta un arto esposto. Nelle megliori delle ipotesi si limita a strappar via grosse porzioni di musoclo, se il proiettile incontra delle ossa le spezza, ed in casi “sfortunati”, stacca direttamente gli arti di una persona adulta. In giro per Internet, in siti “un po’ per malati”, ci sono fotografie esplicite degli effetti dei colpi di vari calibri contro il corpo umano. Il SEAL, nonostante incassi numerosi colpi alle braccia ed alle gambe, riesce a gestire una reazione. Non vi svelo il finale del film. Dico solo che questa sequenza raggiunge l’apice della narrazione/realismo da “B Movie”. Il buono deve vivere e vincere sempre, e notoriamente i “buoni” hanno un’ottima resistenza ai colpi di fucile d’assalto sparati a corta distanza contro porzioni del corpo non protette. Ridicolo. Ma chi vogliono prendere in giro? Qui si conclude il “le armi e le tattiche...”.
Questo è un film, in buona sostanza, che ha un realismo a livello di “Guerre Stellari”, oppure della serie “Delta Force” con Chuck Norris.


Conclusioni:
Questo film è così infame? Perchè questa sindrome da”maestrina con la penna rossa e blu”?
Il film non è completamente infame, e il fatto che sia così puntiglioso è dato dal fatto che se una casa produttrice sa perfettamente di aver fatto un “filmetto senza arte nè parte”, non può attaccarsi a proclami di “realismo eccezionale” e “nuovo tipo di esperienza cinematografica”, per indurci a spendere 8 Euro al cinema. Quando invece il realismo è a livello di film similari, precedenti, che magari sono anche più interessanti dal punto di vista della trama.
E’ una pratica “scorretta”.
Era molto più apprezzabile se dichiaravano: “Abbiamo avuto una grossa mano dalla US NAVY per la realizzazione di questo film, che ha fornito uomini e mezzi a prezzi irrisori, per produrre un film di fantasia che è un romanzato, ma appassionato, omaggio ai Navy Seals”. Se avessero detto questo, che è la verità a conti fatti, avrei fatto una recensione molto positiva di questa pellicola, solo per lo sforzo patriottico che hanno dimostrato.

Se “Act of Valor” non avesse avuto questa pretesa di essere iper-realistico, come lo avrei giudicato?
Come un onesto filmetto d’azione che merita un certo successo nel circuito dell’Home Entertaitment, attraverso i DVD a noleggio o da acquistare. Si, insomma, roba per pubblico appassionato del genere, ma che non si pone troppe domande.

Ci sono scene che però sono notevoli da punto vista tecnico? Certo, e sono anche numerose, ma si tratta di “dettagli” che possono apprezzare solo i veri “addetti ai lavori”.

Ad esempio la sequenza del boarding dello yacht di lusso è fatta decisamente bene e molto realistica, a parte l’aggressività con cui rispondono al fuoco inseguendo le navi secondarie. Qui si vedono i Seal in azione davvero, non attori o stuntmen addestrati.
Notevole anche la sequenza dove “chief”, il capo Seal, scende in fast-roping, da circa tre metri, da un SH60 SeaHawk che è in hovering, in traslazione laterale costante, per mantenere una distanza fissa dallo yacht che è in movimento sul mare. Tutta la sequenza è realizzata con un unico piano di sequenza senza tagli e senza applicazione di effetti speciali. Qui abbiamo un esempio strepitoso dell’abilità dei piloti della Marina USA e dell’abilità dell’attore/Seal a rendere il tutto “molto naturale”. Ripeto: questa è una scena di altissimo livello tecnico.
Tutte le scene dei lanci col paracadute sono fatte bene e ben rappresentate.

Tutte le sparatorie in esterno, dove in effetti si vedono in azione le comparse (che sono i veri Seals), si nota che si muovono in maniera piuttosto convincente e le posture di tiro sono realistiche. Anche nelle sequenze di cambio dei caricatori (filnalmente un film dove cambiano caricatori spesso!), si evince un’abilità consumata.
C’è adesso da sottolineare la nuova moda ad Hollywood che sono le scivolate finali per prendere riparo dietro coperture durante le sparatorie. Gesti comparsi un paio di anni fa sui videogiochi di Call of Duty, poi traslati su un paio di telefilm d’azione (in primis Falling Skies), ed ora presenti in questo film. Dopo la “moda” di imbracciare l’M4 tenendolo con la mano debole sul gruppo caricatore, ora abbiamo le scivolate. Ogni stagione, le sue mode, appunto. che poi si ripercuotono sulla realtà, perchè ora faranno tutti quelle scivolate molto “cool”. :-D

Una scena che è stata giudicata assolutamente veritiera è la sequenza e i riti durante il funerale dell’operatore caduto in azione. Qui, giustamente, hanno voluto portare sullo schermo i gesti che fanno i commilitoni quando danno l’ultimo saluto ad un collega. Tutte le comparse presenti sul set in quella scena sono Seals in servizio attivo.
Toccante la dedica a fine film. Gli americani non dimenticano mai i loro Caduti.

Molta gente, un po’ ingenua, è convinta che dopo aver visto questo film di aver “imparato qualcosa” sulle tattiche ed il CQB moderno. Fate loro leggere questo Blog, giusto per avere un punto di vista diverso sull’argomento. ;-)

Film passabili su questo argomento? Il primo che mi viene in mente, per coinvolgimento di mezzi e personale US NAVY (Seals compresi) è il mitico “NAVY SEALS - PAGATI PER MORIRE” del 1990. Film che risente pesantemente delle correnti narrative della fine degli anni ‘80, ma dotato ancora di una “freschezza” e soprattutto di alcune sequenze di CQB memorabili, e con una sceneggiatura che non è assolutamente strampalata nemmeno ai giorni nostri. Guardando questo film non imparerete nulla di particolare, ma vi divertirete molto molto di più che con Act of Valor.
Un film invece decisamente realistico nel CQB e nelle armi è TROPA DE ELITE. Qui si vede veramente come ci si muove e si combatte nell’ambiente urbano, senza troppi fronzoli ed effetti speciali inutili. Attori bravissimi, sequenze di combattimento strepitose.
Un esempio invece di ottimo sfoggio di mezzi e tattiche di combattimento è il iper-propagandistico Blackhawk Down di R. Scott. Scene di combattimento molto realistiche (tranne la parte notturna), regia eccellente ed un montaggio formidabile (che infatti ha meritato un Oscar). Attinenza ai fatti a cui si ispira quasi prossima a zero, ma questo è un altro paio di maniche.
Tecnicamente stupefacente, quanto noioso nella trama, “The Hurt Locker” della Bigelow. Tutti i dettagli nel film sono estremamente accurati, specie nelle sequenze di EOD.
Per chi invece non ha problemi con il francese consiglio il film “Force Speciales”, dove abbiamo una produzione francese di alto livello, ovviamente con una trama piuttosto semplificata, ma una buona rappresentazione delle attività delle Forze Speciali francesi in Afghanistan ed altre zone “d’interesse” della Francia nel mondo. Tattiche ed equipaggiamenti realistici.
Esiste invece un film italiano sull’argomento?
Assolutamente no. E tenendo conto dei comici e ridicoli tentativi di film d’azione/Serial Tv che si sono avvicendati negli anni, è meglio che in Italia si continui a produrre commedie brillanti e remake di commedie brillanti. Proprio il nostro cinema non ha la “testa” (e i soldi) per fare cose serie d’azione.
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Una cellula terroristica islamica esegue un attentato sul suolo italiano, ma per una serie d’eventi, il bersaglio non è quello voluto.
Questo permette ai Servizi di poter dare una versione dei fatti fittizia. Allo stesso tempo il protagonista arriva vicino alla verità, attirando su di sé l'attenzione dei Servizi. Intanto la rete di cellule terroristiche dormienti in Italia s’attiva per compiere un attacco direttamente contro il Presidente del Consiglio. Questa volta la rappresaglia militare è inevitabile: una forza mista di Forze Speciali italiane ed americane darà la caccia ai terroristi. L'idea del romanzo scaturisce da una simulazione di vulnerabilità del territorio nazionale ipotizzato dal SISMI nel 1994. La storia ha come sfondo l'Italia che sarà, tra i problemi quotidiani dei protagonisti ed il ruolo internazionale dell’Italia, vengono affrontati temi come il controllo dei media, il rapporto dei neo-covertiti islamici con la società.