A Febbraio 2014 è prevista nelle sale italiane l’uscita dell’atteso Lone Survivor.
Questo film, che è stato oggetto di trattativa economica tra le maggiori case cinematografiche americane per tre anni, è l’adattamento di due libri: Lone Survivor di Marcus Luttrell (pubblicato nel 2009) e Operation Red Wings (pubblicato il 17 Dicembre 2013).
La pellicola narra la vicenda di un team di quattro elementi dei SEALs impegnati in una missione di ricognizione in Afghanistan nel Luglio 2005.
La pattuglia viene compromessa e quindi inseguita ed ingaggiata da decine di talebani. Solo Marcus Luttrell soppravviverà (come suggerisce anche il titolo) e verrà accolto e protetto da una famiglia di un vicino villaggio. Il film narra le due vicende: quella di Marcus e quella della gigantesca operazione per il suo recupero.
Visivamente il trailer si presenta in maniera possente e con un apparente dispiegamento di mezzi militari ed equipaggiamenti autentici. E’ un film molto sentito dalla comunità militare USA, e la collaborazione in termini di uomini, consulenze e mezzi per la sua realizzazione sembra che sia stata enorme.
Avendo letto Lone Survivor colpisce, dal trailer, la location dello scontro a fuoco, che sembra uscito perfettamente dalle pagine del libro di Luttrell. Inoltre l’equipaggiamento che si vede addosso agli attori è coerente sempre con quanto descritto nel libro.
Potenzialmente, dal trailer, sembra un film ben realizzato, uno di quei film di “storia contemporanea” che capitano sugli schermi una volta ogni decennio.
L’unico problema è il regista. Peter Berg ha firmato “““capolavori””” come Battleship ed Hancock ed il linear-fumettistico iper-stereotipato The Kingdom. Non basta affermare che Berg ha passato un anno coi Seals, visitato le famiglie dei caduti e vissuto un mese con Luttrel, pur di prepararsi al meglio per dirigere questo film. Lone Survivor dovrà dimostrare che un regista di film d’azione quasi-spazzatura ad alta tecnologia sa rendere giustizia ad una storia intensa, tratta da eventi realmente accaduti e che è molto attesa dagli americani.
Sicuramente Lone Survivor è un film da andare a vedere.
La regista di The Hurt Locker si conferma ancora una volta come efficace narratrice di eventi con un realismo senza eguali.
La presente recensione potrebbe contenere degli spoiler. Tenendo conto però che questo film è una narrazione dei dieci anni di caccia al leader di Al Qaeda Osama Bin Laden, la “trama” non ha colpi di scena particolari. Si tratta di una serie di eventi noti a tutti. Specialmente il finale.
Gli “spoiler” potrebbero essere nell’analisi di alcune scene che andrò a fare, e che potrebbero “viziare” il giudizio dello spettatore.
Quindi, se avete intenzione di andare a vedere il film con la mente sgombra da spiegazioni tecniche su certi dettagli, evitate di andare oltre. Tornate a leggere questo post dopo che avrete visto il film in prima persona.
Innanzitutto consiglio assolutamente di andare a vedere “Zero Dark Thirty”. E’ un film che dovrebbe interessare un vasto pubblico. Dagli appassionati dei film di guerra, di action-thriller, ma soprattutto coloro che vogliono capire le vicende ed i fatti che sono avvenuti in dieci anni di storia moderna.
Non è un film adatto a tutti, però. E’ un film crudo, ruvido nell’esposizione di certe situazioni e soprattutto esplicito nel linguaggio visivo. La Bigelow, ancora una volta, si presenta come un regista “verista”, con una narrazione quasi distaccata degli eventi che si svolgono nella storia, sospendendo il giudizio sulle varie azioni e decisioni intraprese dai personaggi. In questo film non si danno suggerimenti da che parte dare “ragione” o “torto”. Sia gli americani, sia i militanti di Al Qaeda, sono esseri umani che compiono le loro azioni, con le loro specifiche motivazioni. Ma è assente qualsiasi forzatura ideologica per entrambe le parti. E’ altresì vero che è preponderante il punto di vista americano della vicenda, però per tutta la pellicola si ha una sensazione di “non giudizio” nei confronti della vicenda. Sostanzialmente la Bigelow ci presenta i fatti: tocca allo spettatore trarre le conclusioni.
E’ un film lungo. Due ore e quaranta minuti di ininterrotta cronaca di dieci anni di ricerche, interrogatori, fallimenti,congetture e pianificazioni. Il tutto per preparare lo spettatore alla conclusione della vicenda: l’assalto finale al compound di Abottabad in Pakistan.
La storia si focalizza su un personaggio: Maya. Una giovane analista della CIA che fa parte del gruppo, formato quasi tutto da donne, dedicate a raccogliere, interpretare ed analizzare i dati raccolti dai vari interrogatori condotti su militanti di Al Qaeida catturati negli anni. Il contrasto di questa figura è ben congeniato. Abbiamo una donna giovane, fisicamente minuta, con l'aspetto fragile. Che però per tutto il tempo dimostra una caparbietà assoluta nella sua missione. Che non mostra alcun rimorso nel presenziare ed ordinare i maltrattamenti nelle torture dei prigionieri per ottenere informazioni. Maya è la sintesi umana de “il fine giustifica i mezzi”. Maya può sembrare a disagio in certe attività, ma sa anche che fa parte del mestiere ed è anche l’unico sistema per avere ciò che le serve per scovare Bin Laden. Zero Dark Thirty è la cronaca delle azioni, e delle relative conseguenze, di Maya in dieci anni di attività alla CIA e del suo totale annullamento di possibilità nell'avere una vita normale.
Zero Dark Thirty si apre con uno schermo nero ed in sottofondo le chiamate di soccorso originali delle persone intrappolate nelle Twin Towers l’11 di Settembre 2001 verso il 911. Due minuti di pura agonia in audio.
Segue la contestata scena di tortura (una delle prime, nel film ci sono varie scene di tortura psicofisica) con la tecnica del “waterboarding”. Queste scene hanno suscitato un certo “risentimento” da parte dei giornalisti ed alcuni politici USA. Per quanto realistiche queste sequenze, dal punto di vista della pura brutalità grafica, sono quasi “innocenti” rispetto al comportamento professionalmente spietato dei soldati del DEVGRU durante l’assalto finale. La questione sollevata da alcuni politici americani si basa sul fatto che gli USA dovrebbero vergognarsi di usare certi metodi brutali nell'interrogare i loro prigionieri per ottenere informazioni. Il film non si sbilancia ad affermare se ciò è giusto o sbagliato. Lo spettatore semplicemente entra nella stanza dove avvengono queste attività e la telecamera, senza spettacolarizzare nulla, lo rende testimone delle torture. Le scene di tortura sono ben realizzate, rendono l’idea nella loro estrema semplicità, sia della consumata abilità di chi conduce gli interrogatori nell’applicare le tecniche, sia della sofferenza -psicologica in primis- dei prigionieri. E come si capisce che alla fine anche il più motivato dei prigionieri ideologizzati crolli non tanto per torture fisiche e psichiche pesantissime che subisce, ma per un gesto di “umanità” -scientificamente calcolato dagli operatori della CIA- proprio alla fine di queste. “E’ una questione biologica” dice ad un certo punto del film uno dei protagonisti.
La narrazione prosegue negli anni. Tra attentati compiuti in Medio Oriente ed in Europa, rapidi sprazzi di crudezza visiva, ma efficacemente ricostruiti. La storia è divisa in capitoli narrativi che scandiscono le tappe, i punti di svolta nelle indagini, negli anni, che porteranno alla soluzione dell’enigma: dove si nasconde Bin Laden.
Non racconto nei dettagli lo svolgersi degli eventi del film prima dell’assalto, e non esprimo giudizi sugli attori, perché questo non è un blog di critica cinematografica dal punto di vista artistico. Io semplicemente ripeto il mio invito: andate a vedere questo film al cinema.
Merita.
L’Assalto
La Bigelow descrive visivamente l’assalto quasi esattamente come è riportato nel libro “No Easy Day”.
La preparazione
Modellino del compound utilizzato per i briefing
Il briefing ai membri del DEVGRU è solo accennato in una scena dentro un hangar, dove vengono presentati anche gli elicotteri stealth. E’ più una scena di confronto tra il comportamento chiuso e dubbioso dei SEAL nei riguardi della piccola e battagliera Maya. Pochissimi istanti. Viene completamente omesso il fatto che nella realtà il DEVGRU si allenò assiduamente per l’assalto in una struttura costruita a tempo di record in North Carolina che riproduceva in scala 1:1 il compound di Abbottabad. Le dimensioni di tale “simulacro” erano basate sulle riprese satellitari del compound in Pakistan.
Il vero compound ricostruito in North Carolina, che però nel film non è raffigurato.
Il “GhostHawk”
Mock-up statico dell'elicottero.
Uno dei punti di notevole interesse del film è che la produzione ha deciso di portare sullo schermo l’elicottero GhostHawk usato per l’infiltrazione delle squadre del DEVGRU nel compound di Abottabad. Nel film si descrivono i due velivoli sommariamente come un progetto che ha rischiato per due volte di essere cancellato per i tagli al bilancio e che utilizzano “pannellature” derivate dal bombardiere B2. Si fa notare che sono un po’ lenti in velocità di crociera e che sono più piccoli di un Blackhawk standard, ma nei test di volo hanno dimostrato un’ottima invisibilità ai radar. Non vengono forniti altri dettagli. I due elicotteri hanno il rotore principale a cinque pale. A tutt’oggi foto ufficiali della reale versione “stealth” dello UH-60 Blackhawk non ce ne sono. Esistono però ottime speculazioni sulla sua morfologia in Internet. Una delle ricostruzioni più riuscite la potete trovare qui:http://theaviationist.com/category/stealth-black-hawk/#.UPnAoh0370c
Dell’elicottero abbiamo solo delle foto del relitto effettuate il mattino dopo il raid dalla stampa pakistana. Di queste foto si ha solo una chiara indicazione del design della parte terminale della coda dell’elicottero, che è sopravvissuta alla demolizione.
Nel film vengono utilizzati due elicotteri “cammufati” (grande tradizione della cinematografia d’azione cammuffare elicotteri commerciali con sembianze militari. Esempi: Tuono Blu, Rambo 3 e alcuni film di 007. Solo per citare alcuni). Poi ci sono dei “mock-up” a grandezza naturale (di cui la foto visibile in questo blog) e delle immancabili sequenze in volo in computer grafica. Non posso dire se la forma è simile al vero GhostHawk, ma posso affermare che chi ha disegnato la forma di questo elicottero per il film, si è pesantemente basato sulle tecniche di “faceting” degli anni 70’-80’ (per un approfondimento su questo argomento andate al mio post che spiega qualche nozione sulle tecnologie stealth).
Istintivamente potrei dire che il vero GhostHawk potrebbe avere molti meno spigoli e delle forme più “fluide”. Questo in virtù del fatto che dovrebbe essere stato sviluppato in anni (anni ‘90 presumibilmente) in cui la potenza di calcolo a disposizione delle aziende aeronautiche era molto elevata. Solitamente nelle realizzazioni stealth, angoli vivi e superfici piane significano poca potenza di calcolo utilizzato nel design.
Ciò nonostante abbiamo nel film la presenza di due elicotteri molto credibili e dal design decisamente militare e realistico nell’intento visivo dell’opera cinematografica. Inoltre in post-produzione hanno “doppiato” gli elicotteri con un particolare rumore della pale a bassa frequenza, per far capire che questi elicotteri avrebbero anche una bassa emissione sonora. Dettaglio molto ben inserito nel contesto.
Nel film la perdita dell’elicottero, come descritto in “ManHunt”, è imputabile al “downwash”. Sostanzialmente si tratta di una repentina perdita di portanza delle eliche del rotore principale a causa della distruzione “dell’effetto suolo” da parte di un ostacolo verticale non previsto che influenza il flusso d’aria verticale in modo anomalo. In pratica non avevano calcolato che i muri del compound che erano alti circa cinque metri, potevano distruggere il flusso d’aria verticale in atterraggio nelle loro vicinanze. Il fenomeno non venne notato in fase di addestramento nella struttura di simulazione in North Carolina, perchè i muri furono ricreati con una recinzione metallica.
Nella fase di distruzione dell’elicottero danneggiato la Bigelow, maniaca dei dettagli, durante l’esplosione fa finire la coda dell’elicottero oltre il muro, esattamente come avvenne nella realtà.
L'INCURSIONE
L’incursione dura esattamente ventidue minuti, come si afferma che sia avvenuto nella realtà. Tutta questa sequenza è senza colonna sonora, e sono i suoni ambientali a fare da protagonisti. Si può apprezzare, come buon sistema di coinvolgere lo spettatore, sequenze di silenzio assoluto, dove si sentono gli operatori trattenere il respiro in certi momenti per ascoltare meglio i rumori nelle stanze, alternati a momenti frenetici, brevissimi, di frastuono quando sparano le armi non silenziate, esplodono le cariche da breccia e le urla dei civili nel compound. Per poi ripiombare nel silenzio assoluto. I rumori, esattamente come le immagini, sono protagonisti di questa sequenza realizzata, a mio avviso, in maniera magistrale.
Configurazione dell'equipaggiamento tipica adottata dal DEVGRU nel film.
Gli attori che impersonano gli operatori del DEVGRU sono stati equipaggiati ed istruiti nell’esecuzione di questa scena dalla ditta Modern Warfare LLC. Inoltre la Bigelow conferma la presenza sul set di numerosi “ex-Navy SEALs” nel ruolo di supervisori. Una scelta vincente della Bigelow è stata anche quella di assegnare le parti dei SEALs ad attori esperti, ma non famosissimi. Questo per evitare che il pubblico identificasse l’attore coi suoi precedenti ruoli in altri film, rovinando l’effetto “totale realismo”.
L’impressione generale, prima di entrare nei dettagli, che le tecniche di CQB che si vedono in questo film siano davvero quello che “fanno sul campo”, compresa qualche “sbavatura”. Mentre invece quello che si vede fare in altri film sia quello “da manuale come vogliono che si faccia per forza in addestramento”. Qui abbiamo gli operatori che comunicano tra loro, lo stretto necessario, ma utilizzano poco i gesti e molto la voce. Da come si muovono si capisce che a grandi linee conoscono già la struttura (grazie all’addestramento specifico effettuato nella struttura di simulazione), ma una volta dentro l’edificio, per ovvi motivi, rallentano il ritmo sensibilmente. La postura ed il maneggio dell’arma da parte di tutti gli operatori è quella del “low-ready”, arma bassa sempre e comunque se non a contatto imminente. Per ispezionare le stanze usano la tecnica consolidata dello “slicing the pie”. La tecnica, in breve, si basa sull’ispezionare l’interno di una stanza restando in copertura dietro uno stipite della porta e usando questo come “perno” per effettuare una ricognizione visiva “ad arco”. Il nome deriva dal fatto che l’operatore deve coprire con la sua arma l’arco di visuale, esaminandolo in settori (denominati “fette di torta” dall’inglese), in quanto l’azione può essere immaginata come l’analisi di “spicchi” successivi. Se vedrete il film capirete al volo questa descrizione.
Ogni porta viene esaminata ed aperta da due operatori che lavorano in concerto: uno in copertura ed un eventuale “breacher”. Il compito del “breacher” è quello di esaminare istantaneamente una porta e capire con quale “tecnologia” è meglio affrontarla per aprirla. Dato che il numero di cariche esplosive che una squadra può portare con sé è limitata, è responsabilità del “breacher” capire quando impiegarle proficuamente, e quando invece si può procedere solo con altri metodi di effrazione dinamica (ad esempio piedi di porco dalla foggia particolare o arieti portatili. Cosiddetti “Entry Tool” ).
Nel film le cariche da demolizione vengono utilizzate per affrontare le porte ed i cancelli metallici, mentre in un caso viene utilizzato un piede di porco telescopico. In entrambi le azioni il film riporta correttamente dimensioni delle cariche, tipo di innesco, posizionamento della carica stessa (in molti film, ma anche in video “promozionali” di certi Reparti, vengono filmate delle sequenze volutamente errate di posizionamento delle cariche sulle porte.). Le cariche sono avviate correttamente con innesco non elettrico M60. I rumori delle esplosioni sono doppiati in post-produzione, ma efficaci.
Breacher in piazzamento carica
Effrazione porta con Entry Tool telescopico.
L’uso delle armi è limitato al minimo indispensabile. Il rumore degli HK416 silenziati con munizioni subsoniche è un po’ tirato sul “un po’ troppo silenzioso”, però è piuttosto realistico tutto sommato. Specie quando nel film sparano nelle stanze le armi silenziate fanno il loro rumore tipico. Però sempre rumore fanno, eccome. Nella realtà i "silenziatori" sono applicati alle armi per nascondere le fiammate degli spari nelle operazioni notturne, che nelle carabine militari é notevole nell'oscuritá. Il problema è che nei film si usano munizioni a salve, e il tipo di rumore generato da un’arma silenziata è dato dall’abbandono del proiettile dalla canna ad una velocità subsonica. Questo rumore, per ovvi motivi, è irrealizzabile “live” sul set, specie quando un attore spara ad un altro attore, quindi il rumore è spesso inserito in post-produzione. Il rumore è molto simile a quello di una Air Soft Gun “pompata”, nella realtà delle carabine in .223 silenziate.
Nei video amatoriali su Internet non c’è l’effetto “palloncino che scoppia” perchè spesso i microfoni delle telecamere (e relativa compressione audio successiva) effettuano un taglio proprio su quelle frequenze. Se invece parliamo di armi silenziate speciali che sparano proiettili “grossi e lenti” (tipo .45 AUTO), effettivamente hanno una traccia sonora quasi irrisoria.
Dal punto di vista dell’equipaggiamento che il film mostra addosso il DEVGRU ci si rifà alla descrizione che viene data nel libro “No Easy Day”, e sembra coincidente. In ogni caso non è nulla di particolarmente sofisticato, se non nei visori notturni 4-eyed.
Diciamo che dei “softgunner” con molti soldi da investire potrebbero perfettamente avere addosso lo stesso equipaggiamento.
Un unico appunto: c’è una certa drammatizzazione nel visualizzare il laser IR delle armi come dei raggi continui. Questo in alcune sequenze. Il fenomeno è percepicibile se nell’aria c’è un notevole pulviscolo che viene “illuminato” dal fascio laser. Altrimenti è sostanzialmente invisibile. Infatti in alcune sequenze del film è invisibile (se non il punto di impatto su un oggetto/persona) oppure si vede il raggio chiaramente magari quando sono all’aperto. Vabbeh, concediamo la “drammatizzazione”.
Quando scendono dall’elicottero c’è una sequenza di pochi istanti in cui si vede un gruppo di operatori in fila indiana e si nota chiaramente che si puntano i laser addosso. Se la Bigelow qui voleva far vedere che i soldati erano equipaggiati di laser IR, ok, lo spettatore lo capisce. Ma sono cose che fanno accapponare la pelle nella realtà. Non si punta MAI l’arma addosso ad un commilitone, specie se si è area operativa. Unico (e non piccolo) neo tecnico che ho notato nella sequenza dell’assalto al compound.
Sequenza di fotogrammi che dimostra il laser IR dell'ultimo soldato "sventagliare" i colleghi di fronte.
La Bigelow sceglie di non mostrare il volto di Bin Laden colpito dai proiettili, se non molto di sfuggita attraverso lo schermo LCD di una fotocamera digitale. Non si sa il perchè di questa scelta. Forse le è stato consigliato di non mostrarlo per evitare di nuovo le potenziali polemiche che l’Amministrazione Obama ha tanto temuto nel 2011? Non è un film che dimostra “pudore”. In nessuna sequenza. Quindi sembra quasi una nota stonata questo voler censurare il corpo di Bin Laden, specialmente dopo tutta la esplicita violenza grafica che ha preceduto il suo abbattimento.
PRODUCT PLACEMENT
Da sempre i film fanno pubblicità ai prodotti agli sponsor della produzione. Negli ultimi anni, poi, questa pratica (assolutamente legittima) è diventata particolarmente presente in tutte le produzione cinematografiche (anche europee).
Il concetto è questo: se in un film riuscite ad individuare palesemente un marchio di qualsivoglia prodotto, anche di sfuggita, anche se è in un angolo di un’inquadratura... E’ voluto. La sequenza è stata espressamente studiata affinchè il marchio si potesse notare. Se un oggetto è indispensabile al film, ma il suo produttore non fa parte degli sponsor, esso viene “anonimizzato”. Non si fa nulla di particolare per aiutare lo spettatore a capire di che marchio è il tal oggetto. In questo film ci sono numerosi “product placement”.
Il più palese è la linea di prodotti di vestiario ed accessori tattici 5.11. Tutti i contractor (le guardie civili armate alle strutture militari) presenti nel film indossano capi di vestiario 5.11 dal berretto agli anfibi. A dire il vero non è un dettaglio lontanissimo dalla verità dei fatti. Però la 5.11 è inclusa nei ringraziamenti dei titoli di coda, quindi...
In un’inquadratura è ben presente una custodia di una pinza multiuso Leatherman.
Tutti i computer e i notebook utilizzati da Maya negli uffici CIA sono Apple, HP e IBM-Lenovo.
In una sequenza molto particolare una bottiglia di Coca Cola col marchio visibile praticamente è protagonista.
Tutti i cellulari utilizzati dai protagonisti (anche in locazioni diverse geografiche e nel tempo) sono Blackberry (ma questo ci sta, in quanto negli anni passati Blackberry ha sempre vinto gli appalti di fornitura dei cellulari al Pentagono).
CONCLUSIONI
Non è un film d’azione con mirabolanti scene e continue sparatorie. Non è un film con un ritmo serrato di narrazione. Non è un film con un montaggio frenetico. Qualcuno potrebbe anche definirlo “lento” nel suo complesso. Questo è semplicemente un film ben fatto, un tentativo riuscito di narrare con il linguaggio cinematografico un pezzo importante della Storia Moderna. Ci sono bravi attori che ci coinvolgono nell’ambiente delle operazioni speciali. Nella vita degli analisti della CIA e ci fanno capire quanto è stata complessa, quasi impossibile, la ricostruzione degli indizi che hanno portato al nascondiglio di Bin Laden. E sono state fatte delle semplificazioni narrative, per ovvi motivi. Cosa sia avvenuto veramente nei dieci anni di caccia a Bin Laden non è dato saperlo al grande pubblico. Le varie ricostruzioni giornalistiche (serie) pubblicate in questi anni sono più o meno sono concordi su un certo svolgimento dei fatti. Zero Dark Thirty è, ad oggi, è l’opera narrativa più coerente con questi fatti. Film da vedere. Dal 7 Febbraio nei cinema italiani. Un unico appunto: in certe sale il film è chiamato "OPERAZIONE ZERO DARK THIRTY". Al solito la distribuzione italiana se non distrugge/snatura un titolo anglosassone non è contenta. Denominare così il film è dimostrare, come sempre, che i titolisti italiani fanno troppa fatica ad informarsi su cosa devono scrivere sui cartelloni: evidentemente hanno lo stipendio lo stesso. "Zero Dark Thirty" è nel gergo militare l'orario di 30 minuti dopo la mezzanotte. Nell'intenzione del film è per sottolineare il buio assoluto metaforico in cui sono avvenute le indagini su Bin Laden. Il nome dell'operazione che ha portato all'assalto al compound era "Neptune Spear". Quindi con questo titolo italiano farlocco, si vuole sottolineare che il film è basato su un'operazione militare. Falso. Due ore e venti di film sono di indagini ed attività d'Intelligencee solo venti minuti di "azione". Boicottiamo i titolisti italiani.
(La presente recensione è stata realizzata sulla versione in lingua originale del film.)
Italia 2014. Sono trascorsi due anni dagli eventi de "La giusta decisione". Saverio Mora, l'analista dei Servizi Segreti italiani, e Matteo Giuliani, ex ufficiale del Col Moschin, oggi vivono le loro vite a centinaia di chilometri uno dall'altro, ignari delle circostanze che li stanno per travolgere.
Due storie parallele che condurranno il lettore nell'Iraq devastato dal ritiro delle truppe occidentali, in balia di Contractor corrotti coinvolti in traffici illeciti, e in una Italia dove i Servizi Segreti e i GIS dei Carabinieri tentano di sventare la devastante quanto concreta minaccia di un attentato terroristico.
Xenofobia, voto agli immigrati e la dettagliata quotidianità dei Contractor in Iraq sono solo alcuni dei temi scottanti in cui il lettore si troverà catapultato, attraverso una trama ricca di azione e realismo tecnico fino al culmine di un finale emozionante e imprevedibile.
Per maggiori informazioni su www.francescocotti.it
Ecco il classico caso di "Instant Movie" realizzato in "fretta e furia" per cavalcare l'onda del successo di libri come "No Easy Day" e del prossimo film della Bigelow sullo stesso argomento, l'uccisione di Bin Laden, che uscirà tra poco.
E' sorprendente notare che, stando al sito IMDB al link http://www.imdb.com/title/tt2095605/releaseinfo, questo film CODENAME: GERONIMO sarà distribuito in prima mondiale in Italia l'8 Novembre. Poi in Messico e quindi in Brasile. Basta. Negli Stati Uniti non è prevista un'uscita cinema per non pestare i piedi a Zero Dark Thirty, ma sarà distribuito su un canale tematico del National Geographic ed in streaming su Netflix.
Il film è stato girato completamente in Nuovo Messico e dal trailer si capisce che è un prodotto a basso budget, più assimilabile ad un film per la TV che a un film per le sale da cinema. E noi italiani subito a comprarlo per distribuirlo al cinema: evidentemente costa poco. ;-)
Dalle scene del trailer la ricostruzione dei luoghi e del compound di Abbotabad è raffazzonata e l'equipaggiamento dei SEALs è quasi completamente incoerente con quello che viene descritto nel libro No Easy Day e Manhunt di Peter Bergen. L'unica cosa che sembra collimare è il fucile H&K 416.
Ma sembra esserci una volontà, nonostante gli evidenti limiti di budget, di cercare di dare un prodotto "onesto" a livello di ricostruzione dei fatti, in quanto si nota l'uso del modello in scala del compound per i briefing (utilizzato veramente e uno dei segreti più gelosamente custoditi dell'operazione) e la presenza in squadra di un pastore tedesco nero. E' da qualche anno che sia in Iraq che in Afghanistan che i SEALs vengano coadiuvati da unità cinofile per la ricerca di esplosivi e come deterrente psicologico. Nel caso specifico dell'Operazione Neptune Spear il cane venne utilizzato, col suo conduttore, esternamente al perimetro del compound, per tenere lontano i curiosi durante il raid in corso.
Difficile giudicare un film dal trailer. Però in questo caso il "tipo di prodotto" è immediatamente riconoscibile.
Questo è il sito ufficiale del film: http://www.codenamegeronimomovie.com/
Dico subito che difficilmente spenderò i soldi del biglietto per vederlo al cinema, magari più avanti lo guarderò su un altro media e ne farò una recensione.
Tiriamo dritto e aspettiamo "Zero Dark Thirty".
Meglio.
-Uno degli episodi più importanti della Storia Moderna raccontato con molta modestia ed umiltà-
Questo libro, la cui versione cartacea uscirà tra qualche giorno, è la biografia di un operatore dei SEAL che ha partecipato attivamente all’operazione Neptune Spear: l’uccisione di Bin Laden. Negli Stati Uniti questo libro è stato preannunciato come Il caso letterario dell’anno (a parte le varie “sfumature di grigio” che troneggia in tutte le classifica di vendite mondiali di libri). Il perché è dato dal fatto che questo operatore dei SEAL ha deciso, dietro lo pseudonimo di Mark Owen (poi “sputtanato” in maniera sospetta nel giro di poche ore), di dire “la sua verità” sui retroscena di questa operazione. Ovviamente i media hanno caricato questo libro di enormi aspettative. E, come al solito in questi casi, il libro non è altro che una “normalissima” collezione di eventi raccontati con il classico stile anglosassone visto in decine di altri casi, col solito “format”. Introduzione, biografia del protagonista, qualche aneddoto sulle sue precedenti operazioni negli anni, descrizioni degli eventi della storia vera e propria. Da questo punto di vista No Easy Day è una fotocopia stilistica di Lone Survivor di Mark Luttrell (altro “famoso” libro autobiografico di guerra moderna scritto da un SEAL).
L’autore è molto franco fin dalla prefazione, fiaccando immediatamente le possibili curiosità di chi ha acquistato il libro: “...Se pensate che in questo libro ci siano le spiegazioni di tattiche segrete, di tecnologie sensibili o di fatti/nomi che possano mettere a repentaglio la Sicurezza Nazionale o i miei colleghi, avete sbagliato libro. Io descrivo solo cose che sono di pubblico dominio...”. Quindi, con una simile introduzione, alcune categorie di lettori potrebbero sentirsi delusi. Ma per poter giudicare una cosa, bisogna prima conoscerla. Così mi sono letto il libro.
Ho letto la versione originale in inglese ottenuta in anteprima il 4 di settembre in qualità di cliente “fidato” del servizio Kindle di Amazon. Per quanto riguarda l’eventuale versione italiana, non posso esprimere giudizi. Ma in certi casi i problemi sono sempre dietro le traduzioni affidate a persone non del settore. Fin da ora spero che la Casa Editrice italiana che ha acquisito i diritti di pubblicazione di No Easy Day si sia affidata a traduttori con una solida competenza in ambito militare, altrimenti, ci troviamo di fronte i soliti libri esilaranti da leggere. Chiusa parentesi.
No Easy Day è scritto con uno stile molto lineare, quasi elementare. Il libro si apre con il protagonista narratore che sta atterrando nel cortile del compound dove è stato da mesi individuato Bin Laden ed il pilota segnala che ci sono problemi. Poco prima dello schianto si conclude il capitolo ed inizia la parte biografica. “Mark Owen” è cresciuto in Alaska imparando a vivere a contatto con una natura selvaggia e diventando un esperto cacciatore col fucile fin da bambino, sotto la guida del padre. In molti punti del libro si sottolinea che le capacità acquisite fin da bambino gli hanno permesso di eccellere come soldato nelle operazioni su terraferma. Distinguendosi dalla moda di altri libri autobiografici sul genere, evita di descrivere nei dettagli la selezione BUD/S limitandosi a dire che è “dura, ma fattibile”. Inoltre buona parte della narrazione è focalizzata nel periodo in cui fa domanda per entrare nel DEVGRU, ovvero l’Elite dei Navy SEALs, il Reparto a cui sono affidate le missione più sensibili.
Pur non entrando nei dettagli, ma piuttosto cercando di sottolineare la ricerca della semplicità assoluta nelle strategie e nelle tattiche impiegate in Iraq ed Afghanistan per combattere gli “insurgents”, molte pagine descrivono episodi di combattimenti molto esplicativi. Il tutto si riduce al fatto che anche i SEALs fanno quello che possono, e che anche quattro iracheni asseragliati al secondo piano di un edificio sono un bersaglio inespugnabile per tre squadre SEALs e richiedono l’intervento di due corazzati Bradley per risolvere la situazione. Oppure che la burocrazia è in grado di legare le mani anche a loro, i Navy SEALs. Il libro è godibile per l’estrema modestia, umiltà, dell’autore. Che si definisce solo un uomo che cerca di servire l’America e di proteggere i suoi colleghi, tutti con una vita famigliare azzerata. Qualche episodio di vita tra SEALs, degli innumerevoli scherzi (anche pesanti) che si fanno tra di loro e testimonianze di grandi atti di eroismo e professionalità in combattimento. Tutto questo per esattamente metà del libro. Dalla metà in poi il libro si prosegue con l’autore che riceve un SMS che gli dice di recarsi immediatamente alla base. Da lì inizia il briefing e l’addestramento che ha come obiettivo la cattura di Bin Laden. Molto interessante la parte di Intelligence e di conduzione dei briefing, dove la semplicità espositiva senza fronzoli è essenziale a tutti i livelli. Il Raid vero e proprio occupa gli ultimi sei (molto rapidi) capitoli, dove è una cronaca molto asciutta, ma puntuale, dei ricordi dell’autore di quei minuti. Non sarà lui quello che sparerà a Bin Laden, ma sarà colui che ne farà le prime foto e la prima perquisizione del cadavere. Inoltre, dal resoconto di questo libro, quella di Bin Laden fu un’esecuzione, in quanto, smentendo le fonti giornalistiche e altri libri sull’argomento (vedasi il comico e surreale per quanto male ricostruisce gli eventi “SEAL TARGET: GERONIMO), Bin Laden era disarmato.
Dettaglio non trascurabile, in virtù delle dichiarazioni dell’autore nella prefazione, non viene spesa nemmeno una parola per descrivere la versione “stealth” degli elicotteri Blackhawk utilizzati nel raid. Ci si limita dire per l’elicottero schiantato nel cortile del compound: “vennero piazzate delle cariche esplosive per distruggere l’avionica e gli apparati di comunicazione che contenevano delle tecnologie sensibili”. Il resto del libro è una dettagliata, e decisamente realistica, descrizione degli eventi che riportano i SEAL in Afghanistan con a bordo il corpo di Bin Laden, e dei pochi minuti in cui è esaminato in un hangar, prima di essere trasportato via per essere sepolto in mare.
In conclusione è un libro ben scritto, anche se con uno stile molto semplificato. Non lascia spazio a dichiarazioni particolarmente aggressive o idiozie letterarie come il Dick Marcinko dei suoi primi libri autobiografici. Anzi, in questo libro c’è una breve, ma calcata, critica proprio a Marcinko ed al suo modo di fare da “eterno ex-fondatore del SEAL TEAM SIX”. Il libro si conclude con una lista dei SEAL caduti dall’Undici di Settembre 2001 ad oggi e dichiara che parte dei proventi delle vendite del libro andrà alle famiglie di questi SEAL.
Personalmente il libro mi è piaciuto proprio per il tono maturo, discreto, professionale, con cui l’autore illustra la sua vita e carriera operativa nei SEAL. Non è una maniacale collezione di termini tecnici o di descrizioni chirurgiche di tattiche. Però, per chi sa cogliere i dettagli, dice molto su come si è evoluto il CQB dei SEAL dal 2001 ad oggi. C’è qualche “product placement” che fa storcere un po’ il naso: l’autore cita un po’ troppo spesso, con troppa enfasi e fuori contesto, tre marche. Una di coltelli, una che fabbrica indumenti tattici e una di calzature. Purtroppo anche i libri, come i film di Hollywood, hanno bisogno di sponsor.
Il libro è consigliatissimo per chi vuole avere una buona idea delle attuali metodologie di conduzione della guerra moderna al terrorismo, e per apprezzare una “voce fuori dal coro” della ricostruzione di uno degli eventi più importanti della storia moderna: l’uccisione di Bin Laden.Il tutto senza nemmeno l’ombra di sensazionalismi. Solo per questo dettaglio mi viene da pensare che è tutto autentico quello che c’è scritto in No Easy Day. ;-)
Italia 2014. Sono trascorsi due anni dagli eventi de "La giusta decisione". Saverio Mora, l'analista dei Servizi Segreti italiani, e Matteo Giuliani, ex ufficiale del Col Moschin, oggi vivono le loro vite a centinaia di chilometri uno dall'altro, ignari delle circostanze che li stanno per travolgere.
Due storie parallele che condurranno il lettore nell'Iraq devastato dal ritiro delle truppe occidentali, in balia di Contractor corrotti coinvolti in traffici illeciti, e in una Italia dove i Servizi Segreti e i GIS dei Carabinieri tentano di sventare la devastante quanto concreta minaccia di un attentato terroristico.
Xenofobia, voto agli immigrati e la dettagliata quotidianità dei Contractor in Iraq sono solo alcuni dei temi scottanti in cui il lettore si troverà catapultato, attraverso una trama ricca di azione e realismo tecnico fino al culmine di un finale emozionante e imprevedibile.
Per maggiori informazioni su www.francescocotti.it
Ecco il trailer sul primo film dedicato all'operazione Neptune Spear. Qualche libro è già uscito sul soggetto (piuttosto deludenti e scarni, a dir il vero), forse qualche altro film verrà preparato su questa azione dei Navy SEALs.
Il film è realizzato da Kathryn Bigelow, la miglior regista di film di guerra degli ultimi anni. Con The Hurt Locker ha dimostrato di essere molto più sensibile, attenta ai dettagli tecnici ed efficace nella "comunicazione cinematografica d'azione tattica" di tutti i suoi colleghi maschi.
The Hurt Locker è un film con una trama non propriamente complessa e sappiamo tutti che quella camionata di Oscar che ha preso, è stato solo per una "virtuale" gara con l'insipido Avatar del suo ex-marito James Cameron. The Hurt Locker è però uno dei film di guerra moderna con la maggior cura assoluta nelle tattiche e nei dettagli tecnici. Alcune sequenze possono essere veramente apprezzate solo da artificieri di professione. Nel film c'è solo una scena ridicola dove un proiettile da 12,7mm ha una balistica terminale da 7,62mm. Ma parte questa sequenza The Hurt Locker è un film sostanzialmente davvero ben realizzato.
Dopo questa doverosa introduzione parliamo di questo trailer.
Mai giudicare un film dal trailer. Ma vediamo di capire qualche dettaglio.
Innanzitutto si notano alcuni dettagli, che il trailer "nasconde e non nasconde". Sembra che nel film ci si arrischi a voler mostrare una ricostruzione del "Ghost Hawk", ovvero la versione "stealth" dell'UH60. L'elicottero, che fino all'operazione del maggio 2011, era segreto militare, è stato confermato come "operativo" dopo che i pakistani trovarono il relitto di "uno strano elicottero" nel compound dove Bin Laden è stato giustiziato (si: giustiziato. Non pensate che siano andati là per catturarlo davvero...). Tutta la vicenda e una buona ricostruzione visiva speculativa è presente sull'eccellente Blog di David Cenciotti http://theaviationist.com/category/stealth-black-hawk/
Inoltre nel film c'è qualche fotogramma che mostra quelli che sembrano i nuovi visori notturni "4-eyed" per un maggior campo visivo, tra le varie altre migliorie che hanno. Maggiori informazioni su questi visori notturni qui: http://defense-update.com/products/q/quadeye.htm
Nel linguaggio visivo del trailer si nota subito il montaggio ed i titoli ricalcati sul videogioco "Modern Warfare Black Ops" dove i titoli sono passati con un tratto di pennarello nero, come si pensa che vengano censurati i documenti sensibili cartacei.
Inoltre suggerisce che il film è stato realizzato in numerose location nel mondo. La storia dovrebbe ruotare attorno agli analisti ed agli operatori sul campo che hanno ricostruito i mille dettagli che hanno portato all'individuazione del nascondiglio di Bin Laden nella città Pakistana.
Ripeto: giudicare il film, a sei mesi dall'uscita, solo per il primo teaser trailer non ha senso. Però si può giudicare la Bigelow per i suoi lavori precedenti e sul fatto che, notoriamente, questa regista ha più contatti con le Forze Armate USA più di qualsiasi altro regista americano.
La Bigelow è brava, è cruda nei dettagli e sa raccontare in immagini un'azione dinamica.
Non sto nemmeno a fare il paragone con il ridicolo "Act of Valor". Siamo su due piani diversi di sforzo produttivo, sceneggiatura e qualità artistica.
Se la Bigelow non si perderà troppo sui dettagli da "Black Op" sugli eventi che hanno portato all'uccisione di Bin Laden, potenzialmente può essere un buon film.
Ma una cosa mi sbilancio a dirla: sarà sicuramente un film che dipingerà la missione Neptune Spear in maniera molto più gloriosa, ben realizzata ed onorevole, di quanto non sia avvenuto nella realtà. Perché l'operazione del Maggio 2011 fu un mezzo disastro da molti punti di vista.
Aspettiamo il film, e appena mi sarà possibile, ne farò un'analisi completa.
Solo una cosa: produrre un film del genere non è uno scherzo. Quindi se l'uscita è prevista a dicembre 2012, significa che le riprese sono terminate più o meno a giugno 2012. Quindi, il film è stato concepito e messo in produzione almeno un annetto prima, quindi appena dopo la vera operazione Neptune Spear del 2 Maggio 2011. Complimenti per la "prontezza". O "l'opportunismo". Dipende dai punti di vista. ;-)
PS Grazie a Giuliano Ranieri per la precisione con cui segnala informazioni. ;-)
Foto del presunto Mock-Up dello UH60 Ghost Hawk usato nel film. Se troverò altre foto
da altre prospettive, potrei anche spendermi in qualche analisi. Da questa foto si notano soluzioni però
vecchie di quasi quarant'anni.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Italia 2014. Sono trascorsi due anni dagli eventi de "La giusta decisione". Saverio Mora, l'analista dei Servizi Segreti italiani, e Matteo Giuliani, ex ufficiale del Col Moschin, oggi vivono le loro vite a centinaia di chilometri uno dall'altro, ignari delle circostanze che li stanno per travolgere. Due storie parallele che condurranno il lettore nell'Iraq devastato dal ritiro delle truppe occidentali, in balia di Contractor corrotti coinvolti in traffici illeciti, e in una Italia dove i Servizi Segreti e i GIS dei Carabinieri tentano di sventare la devastante quanto concreta minaccia di un attentato terroristico.
Xenofobia, voto agli immigrati e la dettagliata quotidianità dei Contractor in Iraq sono solo alcuni dei temi scottanti in cui il lettore si troverà catapultato, attraverso una trama ricca di azione e realismo tecnico fino al culmine di un finale emozionante e imprevedibile.
Per maggiori informazioni su www.francescocotti.it
-Nostalgia degli anni ’90 in un film che è un videogioco
senza controller-
“Le armi e le tattiche mostrate in questo film sono reali”.
Ricordatevi questa affermazione di cui il trailer di questo film ci ha ben
trapanato in testa per comprendere il tono della mia recensione.
Act of Valor è un film che se non fosse il fatto che le
pellicole di guerra/azione sono un genere raro nei nostri cinema, sarebbe
passato assolutamente inosservato.
Eviterò di descrivere la trama, perché non ha bisogno di essere illustrata: non
c’è. Eviterò di commentare la retorica grondante in ogni singolo dialogo tra i personaggi di cartapesta di questo film.
Posso però affermare con assoluta certezza che il sorpasso delle sceneggiature
dei videogiochi classe “Battlefield” e soprattutto dei curatissimi “Call Of Duty:
Modern Warfare” nei confronti del cinema d’azione è già avvenuto. Gli
sceneggiatori di questi videogiochi, sono molto più bravi e creativi dei
sceneggiatori di Act of Valor.
Inoltre abbiamo proprio in questo film un fenomeno alquanto
bizzarro, all’apparenza: ovvero questa pellicole, in tutto e per tutto, cerca
di essere come un videogioco. Stesse rappresentazioni grafiche degli
eventi/cartine geografiche, montaggio delle scene, e soprattutto le riprese in
prima persona. Si, insomma, questo Act of Valor, non è altro che un DOOM –The
Movie- in cui non c’è la base su Marte.
La
sequenza di critiche (positive e negative) che seguono sono dettate dal fatto
che fin troppe persone (anche “professionisti del settore”) prendono per buone
le nozioni che vedono al cinema come informazioni corrette e realistiche. E con
una tagline che recita “Le armi e le tattiche militari sono reali”, quanta
gente è convinta che stia davvero “imparando qualcosa”? State guardando un
film. Sempre e comunque. Per quanto possa sembrare realistico è un film, dove
la drammatizzazione delle scene, il linguaggio cinematografico, la
sceneggiatura hanno sempre e comunque il sopravvento sul realismo. Ed è giusto così.
Questo film ha creato una grande aspettativa nel pubblico,e nella sua prima
settimana di proiezione negli USA è stato campione d’incassi, perché si è
affermato ripetutamente che nel cast ci fossero veramente SEALs della Marina
americana. OK. E allora? In TOP GUN c’erano i piloti dei TOMCAT veri (per ovvi
motivi), in BlackHawk Down di Ridley Scott in quasi tutte le scene c’erano veri
Ranger in servizio attivo e i piloti degli elicotteri erano gli stessi
sopravvissuti proprio alla battaglia di Mogadiscio. In tutta la serie
cinematografica dei Transformers lo US
Air Force e buona parte delle Forze Speciali USA hanno fatto corposa presenza.
Per Hollywood è la NORMALITA’ avere mezzi e uomini, a basso costo, per riprese
di film di propaganda. Si: propaganda. Perché Act Of Valor, esattamente come i
film citati sopra, e tanti altri, non è altro che il classico esempio di film
che si fa “quando c’è da reclutare”. Anche questo è una cosa normalissima,
dalla Seconda Guerra mondiale in poi, le Forze Armate di tutti i paesi hanno
capito il potere del cinema per reclutare nuove leve.
Detto questo torniamo alla “tagline” del film: “Le armi e le
tattiche mostrate in questo film sono reali”.
Perché mentire così spudoratamente? Forse perché non avendo
una sceneggiatura decente e dei veri attori di richiamo, avevano paura di non
avere pubblico?
ANALISI TECNICA DEL
FILM
Le armi e gli equipaggiamenti mostrati in questo film sono
effettivamente una buona fotografia di una parte della dotazione dei SEALs
della Marina Americana degli ultimi tre anni. Da questo punto di vista il film
è corretto. Niente “armi segrete”, niente cose strane. Il problema è che queste
armi sono storpiate nel comportamento e nel loro uso.
FUCILI D’ASSALTO:
In tutto il film imperversa una versione ad hoc della
carabina M4 con ottica olografica Eotech. Gli spari sono stati tutti renderizzati
in computer grafica in post produzione, esattamente come l’ultimo B Movie
d’azione a basso budget. Infatti in questo film gli M4 in campo aperto rombano
cupamente come degli obici, in pieno giorno fanno fiammate a stella enormi
(fenomeno solo visibile dal crepuscolo in poi su queste armi, data la corta
canna che hanno che crea uno sfogo dell’esplosione della cartuccia non
indifferente), e il .223 sembra essere un proiettile con un potere d’arresto
simile ad un 7,62 NATO. Se volete sentire il vero suono di una carabina tipo
M4, senza per forza far un giro in un poligono tattico del nord Italia,
guardatevi uno delle migliaia di video ad alta qualità sull’argomento su
YouTube. Il suono è ben diverso. Molto meno “virile” come gli M4 di Act of
Valor. E soprattutto di giorno non si vede il “fiore” di fuoco davanti alla
canna.
Ora confrontate questo fotogramma di Act of valor, con il
seguente video.
E’ la stessa arma. Ma quale delle due vi sembra più “virile”?
Anche in questo caso la rappresentazione del fucile è vittima della
“drammatizzazione” del linguaggio cinematografico. Ma per fortuna che le armi
rappresentate nel film sono “reali”. Poi la gente, va a dire il giro che l’M4
fa le “fiammate”. Se ce le aggiungi in post produzione le fa eccome. E con
questo dettaglio Act of Valor non si distingue più dal peggior film
sull’argomento degli ultimi dieci anni che è “Tears fom the Sun” –“L’ultima
Alba”- con Bruce Willis, dove gli M4 sputavano fiamme e fuoco in pieno giorno.
Esattamente come in questo film. Anche per questa immondizia cinematografica
per sceneggiatura e realismo, quale è L’ultima Alba, i consulenti di scena era
dei Seals, ma in congedo. Dov’è il problema, quindi?
(le immagini utilizzate per questa recensione sono state
tratte dal trailer italiano in HD)
Assalto covo sequestratori nella
foresta
Nella scena della liberazione di un ostaggio una
squadra appiedata di Seals, coperta da una squadra sniper -tiratore+spotter-,
assalta una base nella foresta Sud Americana.
La critica che si fa a questa scena sta nel concetto
di base: una forza di soli sei uomini non può (e non deve) assaltare da sola
una simile struttura di cui non si sa la reale entità della minaccia. Le
operazioni militari di attacco, anche le più “discrete”, si basano su un
rapporto almeno di 3-1 nei confronti della minaccia presunta. Esempio: se la
minaccia prevista è di venti elementi ostili potenzialmente armati, la forza di
assalto dovrebbe essere almeno di sessanta elementi. Questo perchè la
ridondanza di personale deve essere in grado di supplire ad eventuali
“sfortune” di missione. Ad esempio: se ci sono dei feriti, se si ha una forza
di assalto esegua, come si esfiltrano? Ricordiamo una recente operazione reale
proprio compiuta dai Seals: l’assalto al compound pakistano dove risiedeva Bin
Laden. La forza di assalto del Seal Team Six era stimata in circa trenta
elementi. Quando l’Intelligence aveva chiaramente detto che con tutta
probabilità avrebbero incontrato al massimo tre/quattro guardie armate. E sono
stati, per loro stessa ammissione, al “minimo indispensabile”.
Inoltre nel film non si prende in considerazione
nemmeno una tattica base in questi casi: la diversione. Solitamente si impegna
la forza ostile con un attacco (o presunto attacco) da una direzione, mentre la
forza d’assalto che deve conseguire il suo obiettivo tattico, si fa strada da
un’altra direzione.
Nel film, per ovvi motivi di semplificazione
narrativa (e contenimento dei costi di produzione, stimo), non prende
assolutamente in considerazione la realtà delle tattiche di base in questi
casi.
Quindi viene mostrato una forza di SOLI sei elementi
(ripeto: e se un membro è ferito? come lo gestiscono? Quanti uomini servono per
stabilizzarlo ed evacuarlo? E se ciò avviene sotto il fuoco nemico, chi
risponde al fuoco?)
In una situazione del genere una forza di almeno trenta
elementi, divisa in due squadre distinte, era il minimo indispensabile. Ed
essere in “tanti”, non significa per forza rovinare il vantaggio tattico di
un’infiltrazione “stealth”. Sono addestrati apposta per questo.Ma ricordiamoci: “le tattiche e le armi mostrate sono
reali”. Si, certo. Manco chi gioca a Softair organizza assalti così “nudi”.
Una squadra di sei elementi da soli, all’interno di
una struttura ostile, è semplicemente condannata al fallimento della missione,
al minimo disguido tattico.
Qui purtroppo, gli sceneggiatori, hanno rappresentato
la missione come l’avrebbe organizzata una persona con pocaconsapevolezza
della tattiche di base.
LAW
66 (M72A6 L.A.W.)
Nella sequenza della
esfiltrazione dal campo dei sequestratori in Sudamerica, gli Sniper sono
equipaggiati con un’arma anticarro portatile che useranno contro il veicolo che
sta inseguendo i loro commilitoni. La prima critica è: perché una coppia
sniper/spotter dovrebbero essere equipaggiati con un’arma anticarro, tenendo
conto del contesto tattico che avevano previsto nel briefing? Solitamente sono
armati con armi automatiche di backup per difesa di punto, ma un’arma anticarro
portatile? Non era meglio che fosse in mano, al limite, alla squadra d’assalto?
Ma a parte questa
osservazione, che può essere perfettamente giustificabile dal fatto che una
squadra di questo tipo si porta con sé quello che vuole e come vuole, la
critica è come l’arma è rappresentata nel film. Nel film si vede uno
sniper prendere il lanciatore a perdere, configurarlo correttamente ed
impugnarlo, e spara un colpo contro l’automezzo nemico, facendolo letteralmente
saltare in aria in una spettacolare palla di fuoco.
Prima critica: un veicolo leggero colpito da
questo tipo di arma non salta come il Generale Lee di “Dukes of Hazzard”
esplodendo come una bombola di GPL. Innanzitutto un veicolo qualsiasi, anche se
ha il serbatoio pieno di benzina, non esplode: s’incendia. La benzina per
autotrazione esplode quando è sottoforma di vapore. Discorso diverso invece per
i veicoli alimentati a GPL. Infatti l’esplosione che si vede nel film, non ha
nulla di diverso da una qualsiasi esplosione di filmetto di serie B
apocalittico, dove si usa un sacco di Gas Propano per creare queste esplosioni
sul set. Infatti, le ditte specializzate in effetti speciali, per creare queste
esplosioni così “corpose” usano tanto GPL, cherosene ed altre sostanze chimiche
“top secret” in proporzioni variabili. La ricetta per esplosioni
spettacolari è un segreto custodito gelosamente da queste aziende specializzate
per servizi cinematografici.
Quindi l’esplosione del
veicolo, nonché il suo volo in aria, sono assolutamente irreali. L’arma usata è un vetusto
LAW 66mm, censito nelle Forze Armate USA con la denominazione M72 Light
Anti-tank Weapon. Si tratta di un tubo, che nei decenni ha conosciuto vari
materiali costruzione, pesante meno di 3 kg, che spara un razzetto non guidato
di 50 cm di lunghezza e 6 cm di diametro, relativamente lento, che utilizza una
testata bellica con meno di 1kg di esplosivo. Quest’arma, a suo tempo, venne
ideata per fare quello che fanno la maggior parte dei razzianticarro: fare
PICCOLI fori nella corazza di un veicolo blindato, non sprecare tutta l’energia
della sua testata bellica in fiammate dispersive. Il concetto è quello della
“carica cava”, dove l’esplosivo contenuto nel razzo è sagomato in una forma a
cono tale che detonando concentra la sua energia in un “dardo di plasma” che
deve perforare fino a N mm di corazzatura. Questo dardo, penetrando la corazza,
si espande all’interno del vano equipaggio del mezzo corazzato, notoriamente
posti molto angusti, e qualche problema agli operatori interni li da. Può
ucciderli, come più probabilmente, ferirli in modo tale da renderli incapaci di
proseguire l’uso del veicolo corazzato stesso. Missione compiuta. Carro armato
fermo: non deve saltare in aria per forza.
Ecco un’immagine di un
VERO effetto terminale di un proiettile di LAW66. Operatione Just Cause,
Panama, 1989. Viene sparato un LAW66 nell’estremo tentativo di impedire il decollo
del Learjet che si credeva che trasportasse Noriega in fuga.
Notare che
il muso dell’aereo è ancora sostanzialmente integro. Quindi, niente esplosione
incendiaria. Seconda critica: il proiettile del LAW66 è
relativamente lento, quindi la sua traiettoria, anche su bersagli molto vicini,
è a parabola. Infatti il mirino dell’arma (un pezzetto di plastica con sopra
incisi dei riferimenti) riporta un sistema di puntamento che impone degli
“alzi” notevoli anche per bersagli non lontani. Quest’arma ha una portata
massima di duecento metri scarsi.
Nel film la traiettoria
del razzo è bella tesa e dritta.
Ma ricordiamoci la tagline
del film: “Le armi e le tattiche militari sono reali”. Beh, non certo il LAW66.
Nel video qui sotto vedete
come si comporta un LAW66 in poligono nella vita reale. Poco più che un
petardone. Con tutta probabilità questo video di Youtube mostra una carica da esercitazione, ma ci siamo già capiti... ;-)
Quindi, scordatevi cosa
avete visto nel film relativamente a quest’arma anticarro portatile.
UAV
Nella sequenza di assalto alla base nella
giungla, un Seal su un barcone d’assalto lancia un un aeroplano telecomandato
(dicesi: UAV -Unmanned Aerial Vehicle-) che dotato di sensori ottici su varie
frequenze, verrà utilizzato per raccogliere e trasmettere in tempo reale
informazioni da trasmettere alle truppe a terra. Questo dettaglio mostrato nel
film è corretto. Da diversi anni, sul campo di battaglia, le truppe appena
possono si basano su veicoli, aerei o terrestri, che dotati di telecamere o
altri tipi di sensori, trasmettono immagini ed informazioni che servono per
aumentare la “consapevolezza della situazione” ai soldati ed ai comandanti sul
campo ed in una base remota. Senza entrare nei dettagli di utilizzo di questi
sistemi comandati da remoto, o parzialmente robotizzati, si può dire che hanno
letteralmente cambiato il modo di intendere e di eseguire le operazioni
militari. Si può dire che nel moderno campo di battaglia non si muove soldato se
prima un UAV dimostra che la zona è “sicura”.
La critica che faccio a questa sequenza del film è
che su questo “aeroplanino”, che dalle immagini del film s’intende come un
velivolo di poco meno di un metro e mezzo di apertura alare, con motore
presumibilmente elettrico a batterie, e di costruzione piuttosto “esile”.
Esistono UAV per uso militare come questo, ed anche ben più piccoli. Però nel
film si mostra che questo velivolo trasporta con sè una suite hardware/software
che è in grado di individuare, evidenziare e tracciare autonomamente i soldati
a terra e le potenziali minacce, su più frequenze dello spettro visibile. Un
aeroplanino del genere, come quello mostrato, non può portare più di 800 grammi
di carico di sensori. E con quel peso, non ci si riesce a far stare un apparato
hardware in grado di far girare un software così sofisticato con prestazioni
che attualmente non sono ancora possibili nemmeno con più grandi UAV che
trasportano sistemi ben più complessi. Quindi esagerazione oltre ogni limite, e
quasi una presa in giro dello spettatore. Un UAV di simili dimensioni, nella
realtà, riesce a trasmettere immagini, neanche tanto zoomate, della zona che
sorvola. Stop: nulla di più.
SNIPER Rifle/sights Uno dei momenti di maggiore pathos del film è ovviamente la
sequenza dello sniper che ingaggia numerosi bersagli per dare supporto alla
squadra d’assalto che si sta infiltrando nel campo base dei sequestratori nella
giungla.
Sorvoliamo sul fatto che viene utilizzato un solo
team sniper (spotter+tiratore). Di solito, in certi casi, se ne impiegano più
di uno per coprire più punti di vista/angolazioni di tiro. Sorvoliamo sul
rumore del fucile silenziato.
Parliamo della rappresentazione (abbastanza approssimativa) che si ha del
reticolo di tiro, che svela tantissimi dettagli. Nelle inquadrature in
soggettiva dello sniper si vede la classica immagine del cattivo/bersaglio di
turno che viene inquadrato con il reticolo qualche istante prima di essere
colpito con un tiro preciso alla testa.In maniera molto corretta viene rappresentato un
reticolo militare MilDot, effettivamente ancora in uso nei fucili sniper
militari. Non è l’unico metodo, ma è tra i più diffusi. Questo reticolo è una
semplice croce, formata da due linee sottilissime perpendicolari, su cui sono
riportati dei puntini (i riferimenti dei MILDOT, appunto).
Quello che segue non è un corso sniper, ma serve per
far capire la castroneria che si vede nel film.
Il sistema MilDot è un reticolo studiato per
permettere al tiratore di stimare con una certa precisione la distanza tra
lui/lei ed il suo bersaglio. Per il tiro (con qualsiasi categoria di arma da
fuoco) di precisione è essenziale sapere almeno due parametri: distanza e
vento. Per il tiro di precisione a lunghe distanze intervengono anche altri
parametri (densità dell’aria, umidità dell’aria, temperatura dell’aria, tipo di
proiettili, temperatura della canna allo sparo... la lista è quasi
infinita...). Il vento lo si stima con vari metodi ed esperienza dello spotter
(è lo spotter che da tutte le “regolazioni” allo sniper. Lo sniper è solo un
mero “esecutore”). La distanza si stima con il reticolo MilDot. Senza fare
trattati di trigonometria, col MilDot per avere la distanza da un bersaglio si
usa una semplice formula matematica:
dimensione_stimata_del_bersaglio_in_metri X 1000 / numero
dei Mild = distanza in metri dal bersaglio
Il parametro “numero dei Mill”, lo si ottiene
sovrapponendo una linea punteggiata del reticolo sul bersaglio, si prende come
riferimento su di esso una “dimensione nota” (ad esempio la dimensione del
torace del bersaglio, o della sua testa, o meglio della sua altezza), si vede a
quanti “Mil” corrisponde. Un Mil è misurato come la distanza tra gli assi di
mezzeria di un puntino ed il successivo. Se l’ottica è dotata di forti ingrandimenti
variabili, il reticolo si modifica per mantenere la proporzione del MilDot. Ovviamente oggi esistono particolari attrezzature
(quali telemetri laser ed anemometri portatili, software balistici per palmari)
che rendono certe procedure un po’ “vetuste”.
In questa inquadratura il nemico è inquadrato a mezzo
busto (già questo, proceduralmente, non è correttissimo). Inoltre, stimo
dall’inquadratura, che la testa da sola misura almeno 3 Mil abbondanti. Una testa
di una persona adulta, vista lateralmente, è circa 20 cm.
formula: 0,2 X 1000 / 3 = 66,6 periodico
Quello che state vedendo sullo schermo è come uno
sniper posto ad 67 metri (ripeto: 67 metri!!!) vede il suo bersaglio. Non ha
assolutamente senso mettere degli sniper così VICINI al bersaglio. A quella
distanza un qualsiasi soldato, anche con ottiche “di ferro”, con un fucile fa
centro, sempre e comunque.
Ma ricordatevi cosa diceva il trailer? “Le tattiche e
le armi sono reali”.
No, questa scena dello sniper è totalmente snaturata
e prende in giro chi davvero fa tiro a lunga distanza. Quindi, scordatevi che
uno sniper militare veda così chiaramente e “grosso” un bersaglio nel suo
reticolo.
Anche questa scena è stata sottoposta al volere del
regista, che vuole far capire allo spettatore che sta per essere colpito un
cattivo, non fa vedere effettivamente COME realmente ingaggia uno sniper.
Peccato. CQB Quello che
sicuramente nelle intenzioni del regista era il punto forte del film sono le
riprese in prima persona durante i combatttimenti. Con la miniaturizzazione
delle telecamere, anche ad uso civile, riprese di sparatorie in ambiente
operativo, anche reperibili su Youtube, sono numerosissime. Nel film, oltre a
dare un taglio di comunicazione visiva identica ad un videogioco "first
person shooter", si vuole coinvolgere al massimo lo spettatore
nell'esperienza del combattimento in soggettiva.
Sbagliando.Nelle sequenze al chiuso, ovvero di CQB (Close Quarter Battle), all'interno
degli edifici si notano dei comportamenti tattici assolutamente errati in un
contesto reale.
Sempre perché "le armi e le tattiche mostrate sono reali".
Innanzitutto si nota che il fucile, quando non deve ingaggiare un
bersaglio, oppure la canna sta per intersecare la sagoma di un commilitone,
viene alzato in alto a sinistra. Per tutto il tempo di queste inquadrature in
soggettiva il fucile è sempre presente nella visuale, con la canna verso
l'alto.
Sbagliatissimo. O almeno, in tanti lo fanno, ma è una questione di "moda". Qualcuno afferma che si usa per motivi di velocità di puntamento, ma ha più inconvenienti che consistenti vantaggi.
Tale comportamento è scorretto per tre motivi
fondamentali. Primo: la visuale è compromessa in parte dal fucile! Se ne accorge
anche lo spettatore che sta vedendo la scena attraverso gli occhi
dell'operatore Seal. Parte dell'ambiente circostante è coperta dal fucile.
Errore fatale nel CQB. Secondo: Nel CQB tutto lo spazio che abbiamo per muoverci è regalato.
Non c'é in queste operazioni il tempo di guardarsi troppo attorno per i
dettagli dell'ambiente che ci circonda. Stiamo cercando bersagli e nient'altro.
Cosa c'é sopra la nostra testa non lo sappiamo. Potrebbe esserci un lampadario
basso, un soppalco, una cornice di una porta particolarmente bassa che non
avevamo valutato come tale. In tutti questi casi tenere la carabina con la
canna verso l'alto, la si espone a rischio di "cozzare" contro
qualcosa di inaspettato. Terzo: Se parte un colpo "per sbaglio" (cosiddetto
undisciplined discharge), e succede -eccome se succede!- avere una canna col
vivo di volata ad altezza della testa, vicino alla faccia, per voi é una cosa
sensata?
Il regista, per esigenze di "drammatizzazione"
dell'inquadratura ha deciso di lasciare l'arma ben in vista sempre, per
svariati motivi di comunicazione cinematografica. Innanzitutto l'arma sempre in
vista aumenta il "sex appeal" della scena. Notoriamente le armi nel
cinema hanno un significato sessuale non secondario. Inoltre la stessa
inquadratura senza l'arma visibile avrebbe perso molto del suo fascino.
In realtà, sarebbe molto meglio, che l'arma la si punti verso il basso per evitare tutti e tre gli
inconvenienti che ho elencato sopra. Ci sarebbe anche da parlare dell'uso assolutamente disinvolto dei laser di puntamento rossi (che erano già "sorpassati" dieci anni fa). Adesso li usano di un altro colore. E ripeto, non così "disinvoltamente". Se non siete convinti di quanto sopra,
giustamente, chiedete a chi ha esperienze dirette di certe cose, ma non
prendete come realistici i comportamenti in CQB che vedete in questo film. Se qualcuno ha trovato belle e/o coinvolgenti queste riprese
di Act Of Valor, per favore si vada a rivedere Munich di Spielberg, ed osservi
le scene di combattimento in ambienti chiusi (CQB) davvero ben fatte. Per quanto riguarda la scena con l'RPG nel villaggio messicano, dove ho sentito qualche malumore in sala... Se un RPG è sparato a meno di dieci metri di distanza contro un bersaglio è normale che la testata non sia ancora armata, quindi in effetti potrebbe non esplodere. I problemi fondamentali sono: con al fiammata di scarico che la un RPG il tiratore, che è dentro una stanza con una parete alle sue spalle, doveva finire abbastanza arrostito/malconcio, invece viene prontamente abbattuto dai colpi di M4 di un SEAL. secondariamente una testata RPG, per quanto non terribilmente pesante, parte subito a circa 40 m/s. (per poi accelerare dopo circa 15 metri a 100 e passa m/s). E' sempre una bella botta prendere in pieno petto contro la piastra balistica del vest...
Briefing
Anche in questo film si cade nella
“trappola” che i briefing pre-missioni siano un festival di schermate
multimediali, con animazioni stile “filmato intermezzo caricamento di Modern
Warfare”. Non è così, per un semplicissimo motivo. Spesso le informazioni, o almeno
come nel caso ipotizzato nel film, si hanno con relativo poco preavviso: ma chi
è il tecnico dell’Intelligence che perde qualche ora per fare le animazioni!?
Si mette li a farle con qualche programma di montaggio video o linguaggio
Flash!? Ma cerchiamo di essere seri! Nella realtà si fanno, quando c’è tempo,
presentazioni con videoproiettori, schermi al plasma etc...etc... Ma al massimo
si usa PowerPoint. Nulla di più complicato. Anche perchè ripeto, per fare certe
animazioni (irrilevanti per la trasmissione delle informazioni agli operatori),
servirebbero dei professionisti dell’animazione in computer grafica assunti H24
dai servizi di Intelligence. Quindi altra sequenza totalmente irreale, e
sottoposta alle leggi del “Linguaggio cinematografico del film medio d’azione”. Scena esplosione granata Uno dei protagonisti SEAL, durante lo scontro a fuoco finale si sacrifica gettandosi su una granata per salvare dei suoi colleghi. La scena è un omaggio, esattamente come la scena del funerale, al Petty Officer Mike Monsoor che ha compiuto lo stesso gesto il 29 settembre del 2009 a Ramadi, Iraq. Per questo è stato insignito, in forma postuma, della Medal of Honor. Qualche informazione in più qui http://www.snopes.com/politics/military/monsoor.asp
Sequenza finale: balistica terminale dell’AK 47.
Nella sequenza finale del film che culmina con una
battaglia CQB in una cittadina al confine meridionale degli USA, il
protagonista della squadra SEAL riesce a braccare il capo terrorista, che ha
deciso di vendere cara la pelle. Ovviamente il finale è un crescendo di
sparatorie in prima persona, con i consueti difetti di cui parlavo sopra, ma
sicuramente coinvolgenti. Il cattivo di turno a colpi di Ak47 decima tutti i
colleghi del protagonista SEAL e si barrica dietro un riparo, all’interno di un
corridoio. Il SEAL, che esaurisce le munizioni dell’M4, passa istantaneamente
alla pistola (giustamente). Durante la transizione da un’arma all’altra viene
colpito al petto da diversi colpi di AK47 del terrorista. Le piastra balistica
rigida pettorale regge, ma si accascia contro al muro per il contraccolpo. Fin
qui sequenza assolutamente credibile. I problemi di realismo iniziano ora. Con
una drammatica visuale sulla verticale del SEAL, inizia un furibondo scambio di
colpi tra i due. Il SEAL che spara con la pistola, mentre il terrorista, sempre
dietro un riparo, lo colpisce più volte alle gambe ed alle braccia, che non
hanno protezioni balistiche. Il tutto a meno di venti metri di distanza. Un
colpo di 7,62X39 devasta un arto esposto. Nelle megliori delle ipotesi si
limita a strappar via grosse porzioni di musoclo, se il proiettile incontra
delle ossa le spezza, ed in casi “sfortunati”, stacca direttamente gli arti di
una persona adulta. In giro per Internet, in siti “un po’ per malati”, ci sono
fotografie esplicite degli effetti dei colpi di vari calibri contro il corpo
umano. Il SEAL, nonostante incassi numerosi colpi alle braccia ed alle gambe,
riesce a gestire una reazione. Non vi svelo il finale del film. Dico solo che
questa sequenza raggiunge l’apice della narrazione/realismo da “B Movie”. Il
buono deve vivere e vincere sempre, e notoriamente i “buoni” hanno un’ottima
resistenza ai colpi di fucile d’assalto sparati a corta distanza contro
porzioni del corpo non protette. Ridicolo. Ma chi vogliono prendere in giro?
Qui si conclude il “le armi e le tattiche...”.
Questo è un film, in buona sostanza, che ha un
realismo a livello di “Guerre Stellari”, oppure della serie “Delta Force” con
Chuck Norris. Conclusioni:
Questo film è così infame? Perchè questa sindrome
da”maestrina con la penna rossa e blu”?
Il film non è completamente infame, e il fatto che
sia così puntiglioso è dato dal fatto che se una casa produttrice sa
perfettamente di aver fatto un “filmetto senza arte nè parte”, non può
attaccarsi a proclami di “realismo eccezionale” e “nuovo tipo di esperienza cinematografica”,
per indurci a spendere 8 Euro al cinema. Quando invece il realismo è a livello
di film similari, precedenti, che magari sono anche più interessanti dal punto
di vista della trama.
E’ una pratica “scorretta”.
Era molto più apprezzabile se dichiaravano: “Abbiamo
avuto una grossa mano dalla US NAVY per la realizzazione di questo film, che ha
fornito uomini e mezzi a prezzi irrisori, per produrre un film di fantasia che
è un romanzato, ma appassionato, omaggio ai Navy Seals”. Se avessero detto questo,
che è la verità a conti fatti, avrei fatto una recensione molto positiva di
questa pellicola, solo per lo sforzo patriottico che hanno dimostrato.
Se “Act of Valor” non avesse avuto questa pretesa di
essere iper-realistico, come lo avrei giudicato?
Come un onesto filmetto d’azione che merita un certo
successo nel circuito dell’Home Entertaitment, attraverso i DVD a noleggio o da
acquistare. Si, insomma, roba per pubblico appassionato del genere, ma che non
si pone troppe domande. Ci sono scene che però sono notevoli da punto vista
tecnico? Certo, e sono anche numerose, ma si tratta di “dettagli” che possono
apprezzare solo i veri “addetti ai lavori”.
Ad esempio la sequenza del boarding dello yacht di
lusso è fatta decisamente bene e molto realistica, a parte l’aggressività con
cui rispondono al fuoco inseguendo le navi secondarie. Qui si vedono i Seal in
azione davvero, non attori o stuntmen addestrati.
Notevole anche la sequenza dove “chief”, il capo
Seal, scende in fast-roping, da circa tre metri, da un SH60 SeaHawk che è in
hovering, in traslazione laterale costante, per mantenere una distanza fissa
dallo yacht che è in movimento sul mare. Tutta la sequenza è realizzata con un
unico piano di sequenza senza tagli e senza applicazione di effetti speciali.
Qui abbiamo un esempio strepitoso dell’abilità dei piloti della Marina USA e
dell’abilità dell’attore/Seal a rendere il tutto “molto naturale”. Ripeto:
questa è una scena di altissimo livello tecnico.
Tutte le scene dei lanci col paracadute sono fatte
bene e ben rappresentate.
Tutte le sparatorie in esterno, dove in effetti si
vedono in azione le comparse (che sono i veri Seals), si nota che si muovono in
maniera piuttosto convincente e le posture di tiro sono realistiche. Anche
nelle sequenze di cambio dei caricatori (filnalmente un film dove cambiano
caricatori spesso!), si evince un’abilità consumata.
C’è adesso da sottolineare la nuova moda ad Hollywood
che sono le scivolate finali per prendere riparo dietro coperture durante le
sparatorie. Gesti comparsi un paio di anni fa sui videogiochi di Call of Duty,
poi traslati su un paio di telefilm d’azione (in primis Falling Skies), ed ora
presenti in questo film. Dopo la “moda” di imbracciare l’M4 tenendolo con la
mano debole sul gruppo caricatore, ora abbiamo le scivolate. Ogni stagione, le
sue mode, appunto. che poi si ripercuotono sulla realtà, perchè ora faranno
tutti quelle scivolate molto “cool”. :-D Una scena che è stata giudicata assolutamente
veritiera è la sequenza e i riti durante il funerale dell’operatore caduto in
azione. Qui, giustamente, hanno voluto portare sullo schermo i gesti che fanno
i commilitoni quando danno l’ultimo saluto ad un collega. Tutte le comparse
presenti sul set in quella scena sono Seals in servizio attivo.
Toccante la dedica a fine film. Gli americani non
dimenticano mai i loro Caduti.
Molta gente, un po’ ingenua, è convinta che dopo aver
visto questo film di aver “imparato qualcosa” sulle tattiche ed il CQB moderno.
Fate loro leggere questo Blog, giusto per avere un punto di vista diverso
sull’argomento. ;-)
Film passabili su questo argomento? Il primo che mi
viene in mente, per coinvolgimento di mezzi e personale US NAVY (Seals
compresi) è il mitico “NAVY SEALS - PAGATI PER MORIRE” del 1990. Film che
risente pesantemente delle correnti narrative della fine degli anni ‘80, ma
dotato ancora di una “freschezza” e soprattutto di alcune sequenze di CQB
memorabili, e con una sceneggiatura che non è assolutamente strampalata nemmeno
ai giorni nostri. Guardando questo film non imparerete nulla di particolare, ma
vi divertirete molto molto di più che con Act of Valor.
Un film invece decisamente realistico nel CQB e nelle
armi è TROPA DE ELITE. Qui si vede veramente come ci si muove e si combatte
nell’ambiente urbano, senza troppi fronzoli ed effetti speciali inutili. Attori
bravissimi, sequenze di combattimento strepitose.
Un esempio invece di ottimo sfoggio di mezzi e
tattiche di combattimento è il iper-propagandistico Blackhawk Down di R. Scott.
Scene di combattimento molto realistiche (tranne la parte notturna), regia
eccellente ed un montaggio formidabile (che infatti ha meritato un Oscar).
Attinenza ai fatti a cui si ispira quasi prossima a zero, ma questo è un altro
paio di maniche.
Tecnicamente stupefacente, quanto noioso nella trama,
“The Hurt Locker” della Bigelow. Tutti i dettagli nel film sono estremamente
accurati, specie nelle sequenze di EOD. Per chi invece non ha problemi con il francese
consiglio il film “Force Speciales”, dove abbiamo una produzionefrancese di
alto livello, ovviamente con una trama piuttosto semplificata, ma una buona
rappresentazione delle attività delle Forze Speciali francesi in Afghanistan ed
altre zone “d’interesse” della Francia nel mondo. Tattiche ed equipaggiamenti
realistici.
Esiste invece un film italiano sull’argomento?
Assolutamente no. E tenendo conto dei comici e
ridicoli tentativi di film d’azione/Serial Tv che si sono avvicendati negli
anni, è meglio che in Italia si continui a produrre commedie brillanti e remake
di commedie brillanti. Proprio il nostro cinema non ha la “testa” (e i soldi)
per fare cose serie d’azione.
Una cellula terroristica islamica esegue un attentato sul suolo italiano, ma per una serie d’eventi, il bersaglio non è quello voluto.
Questo permette ai Servizi di poter dare una versione dei fatti fittizia.
Allo stesso tempo il protagonista arriva vicino alla verità, attirando su di sé l'attenzione dei Servizi.
Intanto la rete di cellule terroristiche dormienti in Italia s’attiva per compiere un attacco direttamente contro il Presidente del Consiglio.
Questa volta la rappresaglia militare è inevitabile: una forza mista di Forze Speciali italiane ed americane darà la caccia ai terroristi.
L'idea del romanzo scaturisce da una simulazione di vulnerabilità del territorio nazionale ipotizzato dal SISMI nel 1994.
La storia ha come sfondo l'Italia che sarà, tra i problemi quotidiani dei protagonisti ed il ruolo internazionale dell’Italia, vengono affrontati temi come il controllo dei media, il rapporto dei neo-covertiti islamici con la società.