10.9.13

9/11 Never Forget



9/11 NEVER FORGET
-Riflessioni casuali ed eterogenee sull'11 settembre 2001-

Chi ha vissuto l'11 di Settembre 2001 sa di aver assistito ad un punto cruciale della Storia.

Il 24 Agosto 2001 ero sul percorso turistico sul tetto della Torre Sud. Ingabbiato nelle alte recinzioni, alzate di qualche metro ogni anno, per impedire che qualcuno facesse dei suicidi coreografici (decine di persone lo hanno fatto) oppure per evitare i gesti eclatanti dei "base jumper" provenienti da tutto il mondo. Su quell'enorme tetto, sferzato da un vento vigoroso e gelido, mi ero perso ad osservare le strade di Manhattan viste da quella prospettiva privilegiata. Non ero solo: c'erano almeno duecento persone in quel momento che stavano facendo la stessa cosa. 
Vedere quella matrice di strade ortogonali, riempite dai punti gialli dei numerosissimi taxi, che si immettevano nel flusso delle strade principali, che si fermavano, che ripartivano, mi avevano subito dato 
l'idea di un organismo vivente nelle cui vene scorrevano globuli gialli. 
Nel 2001 esistevano già le fotocamere digitali compatte, ma avevano una qualità non eccezionale, ed erano oltremodo costose. Quindi all'ultimo piano della Torre un enorme laboratorio fotografico garantiva lo sviluppo di rullini in quindici minuti. Gli addetti erano tutte ragazze afroamericane.
Ma non voglio parlare di questo. 

Dopo dodici anni si può azzardare un'analisi e delle conseguenze di quel giorno che segnò la vita di milioni di persone in tutto il mondo.
Non voglio analizzare i risvolti politici e geostrategici scatenati da quell'evento. Direi che da come si sono evolute le cose in Medio Oriente e non solo, nessuno, nemmeno chi avrebbe dovuto avere "una visione 
chiara" della faccenda, è riuscito a capirci qualcosa.
Vorrei parlare dei conseguenti fenomeni culturali che si sono scatenati successivamente, alcuni davvero molto difficili da comprendere e giustificare.

Partiamo dal primo.
C'è sempre stato il "bastian contrario". Qualcuno che, attraverso l'analisi alternativa di dati ed eventi storici, propone una lettura di alcuni episodi storici sotto una chiave di interpretazione diversa. Dagli argomenti più seri, ai fatti di relativo interesse culturale.
"L'Olocausto non è mai avvenuto", "l'uomo non è mai andato sulla luna", "Elvis Presley è ancora vivo"  etc...etc... 
Lo shock dell'11 settembre fu così potente a livello mondiale che immediatamente la gente cercò di informarsi di come mai gli Stati Uniti, ovvero la nazione ritenuta al tempo la più potente al mondo, potesse essere vittima di un tale disastroso attentato di proporzioni immani. 
Solo le modalità dell'attentato fecero meravigliare tutti. La realtà aveva di gran lunga superato la fantasia. Il famoso scrittore Tom Clancy venne quasi messo "sotto accusa" perché nel suo romanzo Debito d’Onore 
descriveva un attacco del genere in cui un aereo di linea veniva dirottato ed inceneriva la Casa Bianca (in un contesto di rivalità contro il Giappone, ma è un altro discorso). Poi scavando un po' nei fatti si scoprì che l'idea non era tanto nuova tra le fazioni terroristiche di matrice islamica. Nel 1994 gli attentatori di Marsiglia volevano decollare di nuovo e far schiantare l'aereo sequestrato sul centro di Parigi. Nel 1998 il ramo integralista della guerriglia islamica Moros Moros del Sud delle Filippine aveva elaborato un piano per sequestrare undici aerei di linea sul Pacifico e farli tutti schiantare su bersagli occidentali nella zona. Quindi l'idea di usare aerei di linea come missili tattici, nel 2001, non era affatto una novità. Eppure prese in 
totale sorpresa la CIA, i Servizi Segreti e qualunque altro organo governativo preposto a prevenire certe cose. 
Molti non vollero arrendersi all'evidenza che la CIA è semplicemente un ente politico, estremamente burocratizzato, e lentissimo a rispondere a qualsiasi analisi di minaccia terroristica. Lo era nel 2001, la rimase per tutto il decennio successivo. L'Attentato alle Twin Towers è avvenuto perché decine di persone, a tutti i livelli della CIA, non furono in grado di fare "squadra" e condividere ed analizzare assieme  numerosi indizi che indicavano che nel 2001 ci sarebbe stato un attentato di proporzioni enormi sul suolo americano. 
Di fronte a questa sconfortante verità, per certi versi inaccettabile, alcune persone decisero, in modo indipendente, di dare una spiegazione alternativa all'11 Settembre. Passando da interpretazioni che ignoravano qualsiasi conoscenza di base di aeronautica, ingegneria civile, esplosivi e geopolitica, divennero molto famose delle tesi amatoriali come spiegazioni alternative, ma definite come censurate dal Governo Bush. 
In sprezzo totale alle 2996 vittime di quel giorno, numerose case editrici, canali TV, rotocalchi, diedero spazio a queste teorie alternative sulle cause dell'11 Settembre. Ma la cassa di risonanza a livello mondiale di certe teorie fu Internet. Quando un premio Nobel per la Letteratura, al tempo quasi settantenne, si presta per far da testimonial per la diffusione di simili scemenze scientifiche, il declino culturale di una civiltà è già cominciato. 
L’11 di Settembre, col proliferare delle Teorie della Cospirazione ad esso associate, segnò un punto nodale nella diffusione delle informazioni e nella percezione che la gente comune aveva di Internet. Se è su Internet, è per forza vero. Si diceva così, anni prima, anche delle notizie sulla carta stampata e poi in TV. 
Internet ha dato la possibilità ai più abili manipolatori di opinioni di farsi una carriera (e un sacco di soldi) propinando via Internet le più assurde idiozie per giustificare la grande teoria del: "Gli USA avevano bisogno di una guerra planetaria e si sono auto-costruiti un casus belli da soli, orchestrando l'11 di Settembre". La storia insegna (anche recentemente) che gli Stati Uniti non hanno bisogno di un casus belli per andarsi ad impantanare in guerre che non hanno quasi mai vinto, ma di su cui hanno investito miliardi di dollari e migliaia di vite umane, con risultati molto discutibili. Korea, Vietnam, supporto ai CONTRAS, supporto acritico ad Israele, Grenada, Prima Guerra del Golfo, Somalia, Haiti e Balcani. La lista è incompleta. Tutto questo in 50 anni scarsi prima dell'11 Settembre. E senza Casus Belli particolari.
Quindi ignorando solo questo dettaglio storico, siamo stati quasi costretti a sorbirci le teorie deliranti di certi "scienziati". Internet fu la parola magica per giustificare qualsiasi asinata campata per aria. Non sto ad elencarle. Mi basta ancora ricordare, con disagio, quando qualche anno fa dovetti assistere ad una scena tristissima. Cena tra amici, si parla di un argomento che è lontano anni luce dagli eventi dell'11 Settembre, e non tutti si concorda su una certa visione dei fatti. Nel silenzio tra una battuta e l'altra, un commensale si pulisce la bocca con il tovagliolo, si schiarisce la voce e dice: "E' come voler far credere che le Torri Gemelle sono crollate per colpa degli incendi provocati dall’impatto dei due aerei." Gelo sulla tavolata. Questi sono i 
"cospiratori": gente con l'arroganza di voler imporre certe "verità alternative". Non gli andò bene. Il sottoscritto ha esperienze, ed è sempre stato grande appassionato, di aeronautica civile, ho conoscenze di esplosivi e di demolizioni civili non a livello base (forse perché un mio concittadino è il maggior esperto europeo di questa materia e feci a suo tempo un corso con lui) e soprattutto ho sempre studiato la storia 
contemporanea da più fonti da quando ho diciassette anni. Passai circa quaranta ed inutili minuti a controbattere ogni singola teoria esposta dal signore in questione che "aveva letto in internet". Col suo smartphone si collegò pure ad uno di questi siti, durante la discussione, per vedere se trovava informazioni più dettagliate delle mie. Io mi limitai a controbattere alle sue tesi rispondendo semplicemente con le mie conoscenze sui vari argomenti. Non lo convinsi che era nel torto, non era quello il mio obiettivo. Ma gli instillai il dubbio che forse le nottate che aveva speso per "documentarsi sulla verità sull'11 Settembre", era stato tempo perso. 
Non puoi urlare "verità" se non sai come funzionano i comandi fly-by-wire degli aerei di linea più piccoli, come collassa una struttura metallica realizzata a tubi intelaiati e quanto è efficiente una cella GSM. Non puoi. Non puoi prendere per oro colato qualsiasi idiozia, solo perché chi scrive afferma di essere stato censurato dagli USA. Quasi tremila persone sono morte quel giorno, e non è certo il modo migliore di portar rispetto ad esse il voler essere abbindolati per forza da certe scemenze.

A disonorare le vittime ci ha pensato l'Amministrazione americana. 
Due mesetti scarsi dopo l'attentato Bush ha invaso l'Afghanistan. Cosa è cambiato in Afghanistan dopo 12 anni? Bin Laden dal 2007 era in Pakistan (un “alleato” da decenni), dentro una palazzina abusiva, circondato da moglie, figli e nipoti. Dieci anni per scovarlo e giustiziarlo. Però Bush è andato nel 2003 anche in Iraq, ufficialmente per cercare armi di Distruzione di Massa mai trovate. Per lasciare otto anni dopo, con Obama, 
un paese in mano alla delinquenza iper organizzata che ha  accesso ad esplosivi ad alto potenziale, come da noi i camorristi hanno accesso a pistole con matrice abrasa. Il massacro di iracheni continua anche mentre 
scrivo queste righe. Se dalle parti della Terra tra i Due Fiumi, non parlano tanto bene degli Occidentali, ci sarà un motivo.

Dopo 12 anni da quel giorno abbiamo solo capito che siamo divisi in ideologie. Non siamo uniti in occidente. Abbiamo scoperto che giovani islamici nati e cresciuti felicemente in occidente possono perfettamente decidere un giorno, in maniera abbastanza indipendente dallo “spauracchio Al Qaeda” di fabbricare ordigni più o meno sofisticati, e decretare di morire per ammazzare della gente sconosciuta in maniera casuale. Lo sanno bene a Londra, lo sanno a Madrid, lo hanno saputo a Boston. 

L’11 di Settembre nel concreto, a parte aprire il fronte di mille piccole guerre in giro per il mondo, cosa ha comportato per il cittadino comune? 
L’inasprimento dei controlli di sicurezza gli imbarchi degli aerei, ovvio. Procedure cervellotiche, scarsamente efficaci, che hanno solo fatto arrabbiare le persone prese da quella temporanea forma di egoismo aggressivo che è lo andare per forza in vacanza in aereo. Prima dell’11 Settembre 2001 il turismo era l’attività mondiale che creava maggior fatturato del pianeta. Entrarono in vigore norme del tipo il divieto assoluto di portare a bordo nel bagaglio mano o addosso oggetti quali lame, lamette, forbici e tagliaunghie. Qualcuno ha letteralmente urlato allo scandalo. Io mi sono sempre detto: ma che ci fai con un tagliaunghie in volo? O con un coltellino multiuso? Poi quando ci fu il tentativo di attentato del terrorista con l’esplosivo nelle scarpe sempre nel 2001, fecero togliere in maniera random le scarpe ai passeggeri ai controlli di sicurezza. Poi venne la volta di verificare i residui di sostanze esplodenti su notebook e smartphone. Si proseguì con la storia che non si potevano portare a bordo contenitori contenente liquidi per un volume maggiore di X centilitri che fossero stati preparati da casa. Io ripeto: ma certa gente cosa si metteva nel bagaglio a mano prima del 2001!? Poi questo veto si è un po’ allentato, perché un chimico ha detto che o si vietano del tutto i liquidi con qualsiasi volume, oppure un piccolo ordigno incendiario è possibile sempre realizzarlo. Qualche produttore di cosmetici si è arrabbiato, e quindi si è tornato, in qualche Paese, a potersi portare le gazzose da casa nel bagaglio a mano. 
Poi venne il somalo con l’esplosivo nelle mutande.
Ma i sistemi di sicurezza per questa specifica evenienza erano già pronti! Con il multiscanner basato sulla tecnologia del radar ad onde millimetriche. Grande business che fu un buco nell’acqua operativo. Sostanzialmente era in grado di far vedere, a bassa risoluzione, quanto fossero grossi i genitali degli uomini adulti e che intimo indossassero le donne. Come avrete notato, non sono molto diffusi, anche perché sono 
oltraggiosamente costosi.
Solo per l’introduzione di queste norme, che di fatto rendono un po’ meno fruibili i voli, direi che Bin Laden ci aveva visto benissimo, per rovinare la giornata media dell’infedele occidentale (ma anche di tanti musulmani).

Chi non vola, o non ama farlo, o lo fa pochissimo, certe norme non hanno inciso molto sulla propria vita. In compenso negli anni chi utilizza le nuove tecnologie di comunicazione basate su Internet ha scoperto che è potenzialmente oggetto di intercettazioni arbitrarie da parte di enti governativi, senza avviso preventivo. Il tutto in nome di una difesa dall’organizzazione di attentati terroristici e per la tracciabilità di personaggi “potenzialmente pericolosi”. Sono assolutamente d’accordo con questa politica. E chi grida al contrario non è perché ha qualcosa da nascondere, ma perché si appella a diritti che non ha. Un po’ come quelli che copiano/incollano le fantomatiche dichiarazioni di privacy su Facebook. Un po’ come Julian Assange, che se esaminiamo un po’ meglio la sua biografia, è solo un grandissimo paraculo: altro che liberatore del mondo dell’informazione.

Per evitare un po' di sana paranoia e panico tra la gente è un dato di fatto che in questi dodici anni, nonostante tutte le storture, la mancanza colpevole di collaborazione tra Servizi Segreti di Paesi diversi, problematiche squisitamente politiche, numerosi attentati in Europa ed in America siano stati sventati. Anche in Italia. Non se ne parla solo per evitare isterismi. O forse perché chi deve far certe cose lavora meglio se la maggior parte della gente pensa a farfalline tatuate oppure se è conveniente votare sempre e comunque la stessa gente che è al governo da decenni. E non si cura del fatto che il vicino di casa stava accumulando bombolette di propano e chiodi da portare un giorno in metropolitana a Milano.

L’11 di Settembre 2001 ci ha fatto capire che viviamo in un mondo interconnesso, in cui una tragedia dall’altra parte del pianeta può perfettamente influire sulle nostre vite. Nel quotidiano. Abbiamo scoperto che c’è gente che non si fa problemi a voler ammazzare altre sconosciuti, a decine, a centinaia, a migliaia, in nome di una distorta forma di credo religioso. Che religione non è, per chi architetta certe cose. Abbiamo scoperto che l’Occidente è popolato da governi pasticcioni, animati dalle più nobili intenzioni, ma capace di creare in Paesi altrui enormi disastri. Di creare ancor più malcontento ed astio nei confronti dell’Occidente. Di rincorrere errori del passato per aggiustarli con soluzioni quasi peggiori delle precedenti. Uno per tutti: Saddam Hussein che non fu spazzato via nel 1991, ma dovettero inventarsi delle ridicole scuse dodici anni dopo per farlo. E non risolvere nulla lo stesso. Molti “ribelli siriani anti-Assad” sono iracheni che fino a due anni fa avevano come passatempo quello di confezionare bombe per ammazzare soldati occidentali in Iraq.

Quando si capirà che nel Medio Oriente le nuove generazioni aspirano “solo” ad avere un pezzetto di benessere che vedono via TV, via Internet, dei Paesi occidentali, probabilmente le cose miglioreranno in quella porzione incazzata di mondo. La “Primavera Araba”, qualunque cosa fosse, è nata per questo. Condizioni di vita migliori. La stessa identica cosa che chiedono milioni di profughi che calpestano le terre e navigano i mari per raggiungere una vita migliore. poi che non siamo in grado di affrontare questa situazione è un altro paio di maniche.

11 Settembre 2001, 11 Settembre 2013. Cosa è cambiato? Tantissime cose, e poche sono davvero migliorate, e quasi nessuna si è risolta. La miccia che si è accesa con quegli schianti di aeroplani brucia ancora, eccome, e non è ancora arrivata all’innesco della vera bomba. Ci arriverà prima o poi. E dovremo essere pronti. Non dobbiamo mai dimenticarlo. 

9/11 Never Forget… to be ready.

19.1.13

Recensione di Zero Dark Thirty


La regista di The Hurt Locker si conferma ancora una volta come efficace narratrice di eventi con un realismo senza eguali. 


La presente recensione potrebbe contenere degli spoiler. Tenendo conto però che questo film è una narrazione dei dieci anni di caccia al leader di Al Qaeda Osama Bin Laden, la “trama” non ha colpi di scena particolari. Si tratta di una serie di eventi noti a tutti. Specialmente il finale.
Gli “spoiler” potrebbero essere nell’analisi di alcune scene che andrò a fare, e che potrebbero “viziare” il giudizio dello spettatore.
Quindi, se avete intenzione di andare a vedere il film con la mente sgombra da spiegazioni tecniche su certi dettagli, evitate di andare oltre. Tornate a leggere questo post dopo che avrete visto il film in prima persona.

Innanzitutto consiglio assolutamente di andare a vedere “Zero Dark Thirty”. E’ un film che dovrebbe interessare un vasto pubblico. Dagli appassionati dei film di guerra, di action-thriller, ma soprattutto coloro che vogliono capire le vicende ed i fatti che sono avvenuti in dieci anni di storia moderna.
Non è un film adatto a tutti, però. E’ un film crudo, ruvido nell’esposizione di certe situazioni e soprattutto esplicito nel linguaggio visivo. La Bigelow, ancora una volta, si presenta come un regista “verista”, con una narrazione quasi distaccata degli eventi che si svolgono nella storia, sospendendo il giudizio sulle varie azioni e decisioni intraprese dai personaggi. In questo film non si danno suggerimenti da che parte dare “ragione” o “torto”. Sia gli americani, sia i militanti di Al Qaeda, sono esseri umani che compiono le loro azioni, con le loro specifiche motivazioni. Ma  è assente qualsiasi forzatura ideologica per entrambe le parti. E’ altresì vero che è preponderante il punto di vista americano della vicenda, però per tutta la pellicola si ha una sensazione di “non giudizio” nei confronti della vicenda. Sostanzialmente la Bigelow ci presenta i fatti: tocca allo spettatore trarre le conclusioni.
E’ un film lungo. Due ore e quaranta minuti di ininterrotta cronaca di dieci anni di ricerche, interrogatori, fallimenti,congetture e pianificazioni. Il tutto per preparare lo spettatore alla conclusione della vicenda: l’assalto finale al compound di Abottabad in Pakistan.
La storia si focalizza su un personaggio: Maya. Una giovane analista della CIA che fa parte del gruppo, formato quasi tutto da donne, dedicate a raccogliere, interpretare ed analizzare i dati raccolti dai vari interrogatori condotti su militanti di Al Qaeida catturati negli anni. Il contrasto di questa figura è ben congeniato. Abbiamo una donna giovane, fisicamente minuta, con l'aspetto fragile. Che però per tutto il tempo dimostra una caparbietà assoluta nella sua missione. Che non mostra alcun rimorso nel presenziare ed ordinare i maltrattamenti nelle torture dei prigionieri per ottenere informazioni. Maya è la sintesi umana de “il fine giustifica i mezzi”. Maya può sembrare a disagio in certe attività, ma sa anche che fa parte del mestiere ed è anche l’unico sistema per avere ciò che le serve per scovare Bin Laden. Zero Dark Thirty è la cronaca delle azioni, e delle relative conseguenze, di Maya in dieci anni di attività alla CIA e del suo totale annullamento di possibilità nell'avere una vita normale.

Zero Dark Thirty si apre con uno schermo nero ed in sottofondo le chiamate di soccorso originali delle persone intrappolate nelle Twin Towers l’11 di Settembre 2001 verso il 911. Due minuti di pura agonia in audio.
Segue la contestata scena di tortura (una delle prime, nel film ci sono varie scene di tortura psicofisica) con la tecnica del “waterboarding”. Queste scene hanno suscitato un certo “risentimento” da parte dei giornalisti ed alcuni politici USA. Per quanto realistiche queste sequenze, dal punto di vista della pura brutalità grafica, sono quasi “innocenti” rispetto al comportamento professionalmente spietato dei soldati del DEVGRU durante l’assalto finale. La questione sollevata da alcuni politici americani si basa sul fatto che gli USA dovrebbero vergognarsi di usare certi metodi brutali nell'interrogare i loro prigionieri per ottenere informazioni. Il film non si sbilancia ad affermare se ciò è giusto o sbagliato. Lo spettatore semplicemente entra nella stanza dove avvengono queste attività e la telecamera, senza spettacolarizzare nulla, lo rende testimone delle torture. Le scene di tortura sono ben realizzate, rendono l’idea nella loro estrema semplicità, sia della consumata abilità di chi conduce gli interrogatori nell’applicare le tecniche, sia della sofferenza -psicologica in primis- dei prigionieri. E come si capisce che alla fine anche il più motivato dei prigionieri ideologizzati crolli non tanto per torture fisiche e psichiche pesantissime che subisce, ma per un gesto di “umanità” -scientificamente calcolato dagli operatori della CIA- proprio alla fine di queste. “E’ una questione biologica” dice ad un certo punto del film uno dei protagonisti.
La narrazione prosegue negli anni. Tra attentati compiuti in Medio Oriente ed in Europa, rapidi sprazzi di crudezza visiva, ma efficacemente ricostruiti. La storia è divisa in capitoli narrativi che scandiscono le tappe, i punti di svolta nelle indagini, negli anni, che porteranno alla soluzione dell’enigma: dove si nasconde Bin Laden.
Non racconto nei dettagli lo svolgersi degli eventi del film prima dell’assalto, e non esprimo giudizi sugli attori, perché questo non è un blog di critica cinematografica dal punto di vista artistico. Io semplicemente ripeto il mio invito: andate a vedere questo film al cinema.
Merita.


L’Assalto

La Bigelow descrive visivamente l’assalto quasi esattamente come è riportato nel libro “No Easy Day”.

La preparazione

Modellino del compound utilizzato per i briefing


Il briefing ai membri del DEVGRU è solo accennato in una scena dentro un hangar, dove vengono presentati anche gli elicotteri stealth. E’ più una scena di confronto tra il comportamento chiuso e dubbioso dei SEAL nei riguardi della piccola e battagliera Maya. Pochissimi istanti. Viene completamente omesso il fatto che nella realtà il DEVGRU si allenò assiduamente per l’assalto in una struttura costruita a tempo di record in North Carolina che riproduceva in scala 1:1 il compound di Abbottabad. Le dimensioni di tale “simulacro” erano basate sulle riprese satellitari del compound in Pakistan.

Il vero compound ricostruito in North Carolina, che però nel film non è raffigurato.


Il “GhostHawk”


Mock-up statico dell'elicottero.


Uno dei punti di notevole interesse del film è che la produzione ha deciso di portare sullo schermo l’elicottero GhostHawk usato per l’infiltrazione delle squadre del DEVGRU nel compound di Abottabad. Nel film si descrivono i due velivoli sommariamente come un progetto che ha rischiato per due volte di essere cancellato per i tagli al bilancio e che utilizzano “pannellature” derivate dal bombardiere B2. Si fa notare che sono un po’ lenti in velocità di crociera e che sono più piccoli di un Blackhawk standard, ma nei test di volo hanno dimostrato un’ottima invisibilità ai radar. Non vengono forniti altri dettagli. I due elicotteri hanno il rotore principale a cinque pale. A tutt’oggi foto ufficiali della reale versione “stealth” dello UH-60 Blackhawk non ce ne sono. Esistono però ottime speculazioni sulla sua morfologia in Internet. Una delle ricostruzioni più riuscite la potete trovare qui:http://theaviationist.com/category/stealth-black-hawk/#.UPnAoh0370c
Dell’elicottero abbiamo solo delle foto del relitto effettuate il mattino dopo il raid dalla stampa pakistana. Di queste foto si ha solo una chiara indicazione del design della parte terminale della coda dell’elicottero, che è sopravvissuta alla demolizione.
Nel film vengono utilizzati due elicotteri “cammufati” (grande tradizione della cinematografia d’azione cammuffare elicotteri commerciali con sembianze militari. Esempi: Tuono Blu, Rambo 3 e alcuni film di 007. Solo per citare alcuni). Poi ci sono dei “mock-up” a grandezza naturale (di cui la foto visibile in questo blog) e delle immancabili sequenze in volo in computer grafica. Non posso dire se la forma è simile al vero GhostHawk, ma posso affermare che chi ha disegnato la forma di questo elicottero per il film, si è pesantemente basato sulle tecniche di “faceting” degli anni 70’-80’ (per un approfondimento su questo argomento andate al mio post che spiega qualche nozione sulle tecnologie stealth).
Istintivamente potrei dire che il vero GhostHawk potrebbe avere molti meno spigoli e delle forme più “fluide”. Questo in virtù del fatto che dovrebbe essere stato sviluppato in anni (anni ‘90 presumibilmente) in cui la potenza di calcolo a disposizione delle aziende aeronautiche era molto elevata. Solitamente nelle realizzazioni stealth, angoli vivi e superfici piane significano poca potenza di calcolo utilizzato nel design.
Ciò nonostante abbiamo nel film la presenza di due elicotteri molto credibili e dal design decisamente militare e realistico nell’intento visivo dell’opera cinematografica. Inoltre in post-produzione hanno “doppiato” gli elicotteri con un particolare rumore della pale a bassa frequenza, per far capire che questi elicotteri avrebbero anche una bassa emissione sonora. Dettaglio molto ben inserito nel contesto.
Nel film la perdita dell’elicottero, come descritto in “ManHunt”, è imputabile al “downwash”. Sostanzialmente si tratta di una repentina perdita di portanza delle eliche del rotore principale a causa della distruzione “dell’effetto suolo” da parte di un ostacolo verticale non previsto che influenza il flusso d’aria verticale in modo anomalo. In pratica non avevano calcolato che i muri del compound che erano alti circa cinque metri, potevano distruggere il flusso d’aria verticale in atterraggio nelle loro vicinanze. Il fenomeno non venne notato in fase di addestramento nella struttura di simulazione in North Carolina, perchè i muri furono ricreati con una recinzione metallica.
Nella fase di distruzione dell’elicottero danneggiato la Bigelow, maniaca dei dettagli, durante l’esplosione fa finire la coda dell’elicottero oltre il muro, esattamente come avvenne nella realtà.

L'INCURSIONE

L’incursione dura esattamente ventidue minuti, come si afferma che sia avvenuto nella realtà. Tutta questa sequenza è senza colonna sonora, e sono i suoni ambientali a fare da protagonisti. Si può apprezzare, come buon sistema di coinvolgere lo spettatore, sequenze di silenzio assoluto, dove si sentono gli operatori trattenere il respiro in certi momenti per ascoltare meglio i rumori nelle stanze, alternati a momenti frenetici, brevissimi, di frastuono quando sparano le armi non silenziate, esplodono le cariche da breccia e le urla dei civili nel compound. Per poi ripiombare nel silenzio assoluto. I rumori, esattamente come le immagini, sono protagonisti di questa sequenza realizzata, a mio avviso, in maniera magistrale.

Configurazione dell'equipaggiamento tipica adottata dal DEVGRU nel film.


Gli attori che impersonano gli operatori del DEVGRU sono stati equipaggiati ed istruiti nell’esecuzione di questa scena dalla ditta Modern Warfare LLC. Inoltre la Bigelow conferma la presenza sul set di numerosi “ex-Navy SEALs” nel ruolo di supervisori. Una scelta vincente della Bigelow è stata anche quella di assegnare le parti dei SEALs ad attori esperti, ma non famosissimi. Questo per evitare che il pubblico identificasse l’attore coi suoi precedenti ruoli in altri film, rovinando l’effetto “totale realismo”.

L’impressione generale, prima di entrare nei dettagli, che le tecniche di CQB che si vedono in questo film siano davvero quello che “fanno sul campo”, compresa qualche “sbavatura”. Mentre invece quello che si vede fare in altri film sia quello “da manuale come vogliono che si faccia per forza in addestramento”. Qui abbiamo gli operatori che comunicano tra loro, lo stretto necessario, ma utilizzano poco i gesti e molto la voce. Da come si muovono si capisce che a grandi linee conoscono già la struttura (grazie all’addestramento specifico effettuato nella struttura di simulazione), ma una volta dentro l’edificio, per ovvi motivi, rallentano il ritmo sensibilmente. La postura ed il maneggio dell’arma da parte di tutti gli operatori è quella del “low-ready”, arma bassa sempre e comunque se non a contatto imminente. Per ispezionare le stanze usano la tecnica consolidata dello “slicing the pie”. La tecnica, in breve, si basa sull’ispezionare l’interno di una stanza restando in copertura dietro uno stipite della porta e usando questo come “perno” per effettuare una ricognizione visiva “ad arco”. Il nome deriva dal fatto che l’operatore deve coprire con la sua arma l’arco di visuale, esaminandolo in settori (denominati “fette di torta” dall’inglese), in quanto l’azione può essere immaginata come l’analisi di “spicchi” successivi. Se vedrete il film capirete al volo questa descrizione.
Ogni porta viene esaminata ed aperta da due operatori che lavorano in concerto: uno in copertura ed un eventuale “breacher”. Il compito del “breacher” è quello di esaminare istantaneamente una porta e capire con quale “tecnologia” è meglio affrontarla per aprirla. Dato che il numero di cariche esplosive che una squadra può portare con sé è limitata, è responsabilità del “breacher” capire quando impiegarle proficuamente, e quando invece si può procedere solo con altri metodi di effrazione dinamica (ad esempio piedi di porco dalla foggia particolare o arieti portatili. Cosiddetti “Entry Tool” ).
Nel film le cariche da demolizione vengono utilizzate per affrontare le porte ed i cancelli metallici, mentre in un caso viene utilizzato un piede di porco telescopico. In entrambi le azioni il film riporta correttamente dimensioni delle cariche, tipo di innesco, posizionamento della carica stessa (in molti film, ma anche in video “promozionali” di certi Reparti, vengono filmate delle sequenze volutamente errate di posizionamento delle cariche sulle porte.). Le cariche sono avviate correttamente con innesco non elettrico M60. I rumori delle esplosioni sono doppiati in post-produzione, ma efficaci.

Breacher in piazzamento carica

Effrazione porta con Entry Tool telescopico.


L’uso delle armi è limitato al minimo indispensabile. Il rumore degli HK416 silenziati con munizioni subsoniche è un po’ tirato sul “un po’ troppo silenzioso”, però è piuttosto realistico tutto sommato. Specie quando nel film sparano nelle stanze le armi silenziate fanno il loro rumore tipico. Però sempre rumore fanno, eccome. Nella realtà i "silenziatori" sono applicati alle armi per nascondere le fiammate degli spari nelle operazioni notturne, che nelle carabine militari é notevole nell'oscuritá. Il problema è che nei film si usano munizioni a salve, e il tipo di rumore generato da un’arma silenziata è dato dall’abbandono del proiettile dalla canna ad una velocità subsonica. Questo rumore, per ovvi motivi, è irrealizzabile “live” sul set, specie quando un attore spara ad un altro attore, quindi il rumore è spesso inserito in post-produzione. Il rumore è molto simile a quello di una Air Soft Gun “pompata”, nella realtà delle carabine in .223 silenziate.
Nei video amatoriali su Internet non c’è l’effetto “palloncino che scoppia” perchè spesso i microfoni delle telecamere (e relativa compressione audio successiva) effettuano un taglio proprio su quelle frequenze. Se invece parliamo di armi silenziate speciali che sparano proiettili “grossi e lenti” (tipo .45 AUTO), effettivamente hanno una traccia sonora quasi irrisoria.
Dal punto di vista dell’equipaggiamento che il film mostra addosso il DEVGRU ci si rifà alla descrizione che viene data nel libro “No Easy Day”, e sembra coincidente. In ogni caso non è nulla di particolarmente sofisticato, se non nei visori notturni 4-eyed.
Diciamo che dei “softgunner” con molti soldi da investire potrebbero perfettamente avere addosso lo stesso equipaggiamento.



Un unico appunto: c’è una certa drammatizzazione nel visualizzare il laser IR delle armi come dei raggi continui. Questo in alcune sequenze. Il fenomeno è percepicibile se nell’aria c’è un notevole pulviscolo che viene “illuminato” dal fascio laser. Altrimenti è sostanzialmente invisibile. Infatti in alcune sequenze del film è invisibile (se non il punto di impatto su un oggetto/persona) oppure si vede il raggio chiaramente magari quando sono all’aperto. Vabbeh, concediamo la “drammatizzazione”.



Quando scendono dall’elicottero c’è una sequenza di pochi istanti in cui si vede un gruppo di operatori in fila indiana e si nota chiaramente che si puntano i laser addosso. Se la Bigelow qui voleva far vedere che i soldati erano equipaggiati di laser IR, ok, lo spettatore lo capisce. Ma sono cose che fanno accapponare la pelle nella realtà. Non si punta MAI l’arma addosso ad un commilitone, specie se si è area operativa. Unico (e non piccolo) neo tecnico che ho notato nella sequenza dell’assalto al compound.

Sequenza di fotogrammi che dimostra il laser IR dell'ultimo soldato "sventagliare" i colleghi di fronte.


La Bigelow sceglie di non mostrare il volto di Bin Laden colpito dai proiettili, se non molto di sfuggita attraverso lo schermo LCD di una fotocamera digitale. Non si sa il perchè di questa scelta. Forse le è stato consigliato di non mostrarlo per evitare di nuovo le potenziali polemiche che l’Amministrazione Obama ha tanto temuto nel 2011? Non è un film che dimostra “pudore”. In nessuna sequenza. Quindi sembra quasi una nota stonata questo voler censurare il corpo di Bin Laden, specialmente dopo tutta la esplicita violenza grafica che ha preceduto il suo abbattimento.


PRODUCT PLACEMENT

Da sempre i film fanno pubblicità ai prodotti agli sponsor della produzione. Negli ultimi anni, poi, questa pratica (assolutamente legittima) è diventata particolarmente presente in tutte le produzione cinematografiche (anche europee).
Il concetto è questo: se in un film riuscite ad individuare palesemente un marchio di qualsivoglia prodotto, anche di sfuggita, anche se è in un angolo di un’inquadratura... E’ voluto. La sequenza è stata espressamente studiata affinchè il marchio si potesse notare. Se un oggetto è indispensabile al film, ma il suo produttore non fa parte degli sponsor, esso viene “anonimizzato”. Non si fa nulla di particolare per aiutare lo spettatore a capire di che marchio è il tal oggetto. In questo film ci sono numerosi “product placement”.
Il più palese è la linea di prodotti di vestiario ed accessori tattici 5.11. Tutti i contractor (le guardie civili armate alle strutture militari) presenti nel film indossano capi di vestiario 5.11 dal berretto agli anfibi. A dire il vero non è un dettaglio lontanissimo dalla verità dei fatti. Però la 5.11 è inclusa nei ringraziamenti dei titoli di coda, quindi...
In un’inquadratura è ben presente una custodia di una pinza multiuso Leatherman.
Tutti i computer e i notebook utilizzati da Maya negli uffici CIA sono Apple, HP e IBM-Lenovo.
In una sequenza molto particolare una bottiglia di Coca Cola col marchio visibile praticamente è protagonista.
Tutti i cellulari utilizzati dai protagonisti (anche in locazioni diverse geografiche e nel tempo) sono Blackberry (ma questo ci sta, in quanto negli anni passati Blackberry ha sempre vinto gli appalti di fornitura dei cellulari al Pentagono).

CONCLUSIONI
Non è un film d’azione con mirabolanti scene e continue sparatorie. Non è un film con un ritmo serrato di narrazione. Non è un film con un montaggio frenetico. Qualcuno potrebbe anche definirlo “lento” nel suo complesso. Questo è semplicemente un film ben fatto, un tentativo riuscito di narrare con il linguaggio cinematografico un pezzo importante della Storia Moderna. Ci sono bravi attori che ci coinvolgono nell’ambiente delle operazioni speciali. Nella vita degli analisti della CIA e ci fanno capire quanto è stata complessa, quasi impossibile, la ricostruzione degli indizi che hanno portato al nascondiglio di Bin Laden. E sono state fatte delle semplificazioni narrative, per ovvi motivi. Cosa sia avvenuto veramente nei dieci anni di caccia a Bin Laden non è dato saperlo al grande pubblico. Le varie ricostruzioni giornalistiche (serie) pubblicate in questi anni sono più o meno sono concordi su un certo svolgimento dei fatti. Zero Dark Thirty è, ad oggi, è l’opera narrativa più coerente con questi fatti. Film da vedere. Dal 7 Febbraio nei cinema italiani.

Un unico appunto: in certe sale il film è chiamato "OPERAZIONE ZERO DARK THIRTY".
Al solito la distribuzione italiana se non distrugge/snatura un titolo anglosassone non è contenta. 
Denominare così il film è dimostrare, come sempre, che i titolisti italiani fanno troppa fatica ad informarsi su cosa devono scrivere sui cartelloni: evidentemente hanno lo stipendio lo stesso.
"Zero Dark Thirty" è nel gergo militare l'orario di 30 minuti dopo la mezzanotte. Nell'intenzione del film è per sottolineare il buio assoluto metaforico in cui sono avvenute le indagini su Bin Laden. Il nome dell'operazione che ha portato all'assalto al compound era "Neptune Spear". Quindi con questo titolo italiano farlocco, si vuole sottolineare che il film è basato su un'operazione  militare. Falso. Due ore e venti di film sono di indagini ed attività d'Intelligencee solo venti minuti di "azione".
Boicottiamo i titolisti italiani.

(La presente recensione è stata realizzata sulla versione in lingua originale del film.)


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Italia 2014. Sono trascorsi due anni dagli eventi de "La giusta decisione". Saverio Mora, l'analista dei Servizi Segreti italiani, e Matteo Giuliani, ex ufficiale del Col Moschin, oggi vivono le loro vite a centinaia di chilometri uno dall'altro, ignari delle circostanze che li stanno per travolgere.
Due storie parallele che condurranno il lettore nell'Iraq devastato dal ritiro delle truppe occidentali, in balia di Contractor corrotti coinvolti in traffici illeciti, e in una Italia dove i Servizi Segreti e i GIS dei Carabinieri tentano di sventare la devastante quanto concreta minaccia di un attentato terroristico. Xenofobia, voto agli immigrati e la dettagliata quotidianità dei Contractor in Iraq sono solo alcuni dei temi scottanti in cui il lettore si troverà catapultato, attraverso una trama ricca di azione e realismo tecnico fino al culmine di un finale emozionante e imprevedibile. Per maggiori informazioni su www.francescocotti.it


18.10.12

CODENAME: GERONIMO


Ecco il classico caso di "Instant Movie" realizzato in "fretta e furia" per cavalcare l'onda del successo di libri come "No Easy Day" e del prossimo film della Bigelow sullo stesso argomento, l'uccisione di Bin Laden, che uscirà tra poco.

E' sorprendente notare che, stando al sito IMDB al link http://www.imdb.com/title/tt2095605/releaseinfo, questo film CODENAME: GERONIMO sarà distribuito in prima mondiale in Italia l'8 Novembre.  Poi in Messico e quindi in Brasile. Basta. Negli Stati Uniti non è prevista un'uscita cinema per non pestare i piedi a Zero Dark Thirty, ma sarà distribuito su un canale tematico del National Geographic ed in streaming su Netflix.
Il film è stato girato completamente in Nuovo Messico e dal trailer si capisce che è un prodotto a basso budget, più assimilabile ad un film per la TV che a un film per le sale da cinema. E noi italiani subito a comprarlo per distribuirlo al cinema: evidentemente costa poco. ;-)

Dalle scene del trailer la ricostruzione dei luoghi e del compound di Abbotabad è raffazzonata e l'equipaggiamento dei SEALs è quasi completamente incoerente con quello che viene descritto nel libro No Easy Day e Manhunt di Peter Bergen. L'unica cosa che sembra collimare è il fucile H&K 416.

Ma sembra esserci una volontà, nonostante gli evidenti limiti di budget, di cercare di dare un prodotto "onesto" a livello di ricostruzione dei fatti, in quanto si nota l'uso del modello in scala del compound per i briefing (utilizzato veramente e uno dei segreti più gelosamente custoditi dell'operazione) e la presenza in squadra di un pastore tedesco nero. E' da qualche anno che sia in Iraq che in Afghanistan che i SEALs vengano coadiuvati da unità cinofile per la ricerca di esplosivi e come deterrente psicologico. Nel caso specifico dell'Operazione Neptune Spear il cane venne utilizzato, col suo conduttore, esternamente al perimetro del compound, per tenere lontano i curiosi durante il raid in corso.

Difficile giudicare un film dal trailer. Però in questo caso il "tipo di prodotto" è immediatamente riconoscibile.
Questo è il sito ufficiale del film: http://www.codenamegeronimomovie.com/ 

Dico subito che difficilmente spenderò i soldi del biglietto per vederlo al cinema, magari più avanti lo guarderò su un altro media e ne farò una recensione.

Tiriamo dritto e aspettiamo "Zero Dark Thirty".
Meglio.

7.9.12

Recensione di No Easy Day: The Firsthand account of the mission that killed Osama Bin Laden


-Uno degli episodi più importanti della Storia Moderna raccontato con molta modestia ed umiltà-

Questo libro, la cui versione cartacea uscirà tra qualche giorno, è la biografia di un operatore dei SEAL che ha partecipato attivamente all’operazione Neptune Spear: l’uccisione di Bin Laden.
Negli Stati Uniti questo libro è stato preannunciato come Il caso letterario dell’anno (a parte le varie “sfumature di grigio” che troneggia in tutte le classifica di vendite mondiali di libri). Il perché è dato dal fatto che questo operatore dei SEAL ha deciso, dietro lo pseudonimo di Mark Owen (poi “sputtanato” in maniera sospetta nel giro di poche ore), di dire “la sua verità” sui retroscena di questa operazione.
Ovviamente i media hanno caricato questo libro di enormi aspettative. E, come al solito in questi casi, il libro non è altro che una “normalissima” collezione di eventi raccontati con il classico stile anglosassone visto in decine di altri casi, col solito “format”. Introduzione, biografia del protagonista, qualche aneddoto sulle sue precedenti operazioni negli anni, descrizioni degli eventi della storia vera e propria. Da questo punto di vista No Easy Day è una fotocopia stilistica di Lone Survivor di Mark Luttrell (altro “famoso” libro autobiografico di guerra moderna scritto da un SEAL).

L’autore è molto franco fin dalla prefazione, fiaccando immediatamente le possibili curiosità di chi ha acquistato il libro: “...Se pensate che in questo libro ci siano le spiegazioni di tattiche segrete, di tecnologie sensibili o di fatti/nomi che possano mettere a repentaglio la Sicurezza Nazionale o i miei colleghi, avete sbagliato libro. Io descrivo solo cose che sono di pubblico dominio...”. Quindi, con una simile introduzione, alcune categorie di lettori potrebbero sentirsi delusi.
Ma per poter giudicare una cosa, bisogna prima conoscerla.
Così mi sono letto il libro.

Ho letto la versione originale in inglese ottenuta in anteprima il 4 di settembre in qualità di cliente “fidato” del servizio Kindle di Amazon. Per quanto riguarda l’eventuale versione italiana, non posso esprimere giudizi. Ma in certi casi i problemi sono sempre dietro le traduzioni affidate a persone non del settore. Fin da ora spero che la Casa Editrice italiana che ha acquisito i diritti di pubblicazione di No Easy Day si sia affidata a traduttori con una solida competenza in ambito militare, altrimenti, ci troviamo di fronte i soliti libri esilaranti da leggere. Chiusa parentesi.

No Easy Day è scritto con uno stile molto lineare, quasi elementare. Il libro si apre con il protagonista narratore che sta atterrando nel cortile del compound dove è stato da mesi individuato Bin Laden ed il pilota segnala che ci sono problemi. Poco prima dello schianto si conclude il capitolo ed inizia la parte biografica.
“Mark Owen” è cresciuto in Alaska imparando a vivere a contatto con una natura selvaggia e diventando un esperto cacciatore col fucile fin da bambino, sotto la guida del padre. In molti punti del libro si sottolinea che le capacità acquisite fin da bambino gli hanno permesso di eccellere come soldato nelle operazioni su terraferma.
Distinguendosi dalla moda di altri libri autobiografici sul genere, evita di descrivere nei dettagli la selezione BUD/S limitandosi a dire che è “dura, ma fattibile”. Inoltre buona parte della narrazione è focalizzata nel periodo in cui fa domanda per entrare nel DEVGRU, ovvero l’Elite dei Navy SEALs, il Reparto a cui sono affidate le missione più sensibili.

Pur non entrando nei dettagli, ma piuttosto cercando di sottolineare la ricerca della semplicità assoluta nelle strategie e nelle tattiche impiegate in Iraq ed Afghanistan per combattere gli “insurgents”, molte pagine descrivono episodi di combattimenti molto esplicativi. Il tutto si riduce al fatto che anche i SEALs fanno quello che possono, e che anche quattro iracheni asseragliati al secondo piano di un edificio sono un bersaglio inespugnabile per tre squadre SEALs e richiedono l’intervento di due corazzati Bradley per risolvere la situazione. Oppure che la burocrazia è in grado di legare le mani anche a loro, i Navy SEALs.


Il libro è godibile per l’estrema modestia, umiltà, dell’autore. Che si definisce solo un uomo che cerca di servire l’America e di proteggere i suoi colleghi, tutti con una vita famigliare azzerata. Qualche episodio di vita tra SEALs, degli innumerevoli scherzi (anche pesanti) che si fanno tra di loro e testimonianze di grandi atti di eroismo e professionalità in combattimento. Tutto questo per esattamente metà del libro. Dalla metà in poi il libro si prosegue con l’autore che riceve un SMS che gli dice di recarsi immediatamente alla base.
Da lì inizia il briefing e l’addestramento che ha come obiettivo la cattura di Bin Laden. Molto interessante la parte di Intelligence e di conduzione dei briefing, dove la semplicità espositiva senza fronzoli è essenziale a tutti i livelli. 

Il Raid vero e proprio occupa gli ultimi sei (molto rapidi) capitoli, dove è una cronaca molto asciutta, ma puntuale, dei ricordi dell’autore di quei minuti. Non sarà lui quello che sparerà a Bin Laden, ma sarà colui che ne farà le prime foto e la prima perquisizione del cadavere. Inoltre, dal resoconto di questo libro, quella di Bin Laden fu un’esecuzione, in quanto, smentendo le fonti giornalistiche e altri libri sull’argomento (vedasi il comico e surreale per quanto male ricostruisce gli eventi “SEAL TARGET: GERONIMO), Bin Laden era disarmato.

Dettaglio non trascurabile, in virtù delle dichiarazioni dell’autore nella prefazione, non viene spesa nemmeno una parola per descrivere la versione “stealth” degli elicotteri Blackhawk utilizzati nel raid. Ci si limita  dire per l’elicottero schiantato nel cortile del compound: “vennero piazzate delle cariche esplosive per distruggere l’avionica e gli apparati di comunicazione che contenevano delle tecnologie sensibili”.
Il resto del libro è una dettagliata, e decisamente realistica, descrizione degli eventi che riportano i SEAL in Afghanistan con a bordo il corpo di Bin Laden, e dei pochi minuti in cui è esaminato in un hangar, prima di essere trasportato via per essere sepolto in mare.

In conclusione è un libro ben scritto, anche se con uno stile molto semplificato. Non lascia spazio a dichiarazioni particolarmente aggressive o idiozie letterarie come il Dick Marcinko dei suoi primi libri autobiografici. Anzi, in questo libro c’è una breve, ma calcata, critica proprio a Marcinko ed al suo modo di fare da “eterno ex-fondatore del SEAL TEAM SIX”.
Il libro si conclude con una lista dei SEAL caduti dall’Undici di Settembre 2001 ad oggi e dichiara che parte dei proventi delle vendite del libro andrà alle famiglie di questi SEAL.

Personalmente il libro mi è piaciuto proprio per il tono maturo, discreto, professionale, con cui l’autore illustra la sua vita e carriera operativa nei SEAL. Non è una maniacale collezione di termini tecnici o di descrizioni chirurgiche di tattiche. Però, per chi sa cogliere i dettagli, dice molto su come si è evoluto il CQB dei SEAL dal 2001 ad oggi. C’è qualche “product placement” che fa storcere un po’ il naso: l’autore cita un po’ troppo spesso, con troppa enfasi e fuori contesto, tre marche. Una di coltelli, una che fabbrica indumenti tattici e una di calzature. Purtroppo anche i libri, come i film di Hollywood, hanno bisogno di sponsor.

Il libro è consigliatissimo per chi vuole avere una buona idea delle attuali metodologie di conduzione della guerra moderna al terrorismo, e per apprezzare una “voce fuori dal coro” della ricostruzione di uno degli eventi più importanti della storia moderna: l’uccisione di Bin Laden.Il tutto senza nemmeno l’ombra di sensazionalismi. 
Solo per questo dettaglio mi viene da pensare che è tutto autentico quello che c’è scritto in No Easy Day. ;-)


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Italia 2014. Sono trascorsi due anni dagli eventi de "La giusta decisione". Saverio Mora, l'analista dei Servizi Segreti italiani, e Matteo Giuliani, ex ufficiale del Col Moschin, oggi vivono le loro vite a centinaia di chilometri uno dall'altro, ignari delle circostanze che li stanno per travolgere.
Due storie parallele che condurranno il lettore nell'Iraq devastato dal ritiro delle truppe occidentali, in balia di Contractor corrotti coinvolti in traffici illeciti, e in una Italia dove i Servizi Segreti e i GIS dei Carabinieri tentano di sventare la devastante quanto concreta minaccia di un attentato terroristico. Xenofobia, voto agli immigrati e la dettagliata quotidianità dei Contractor in Iraq sono solo alcuni dei temi scottanti in cui il lettore si troverà catapultato, attraverso una trama ricca di azione e realismo tecnico fino al culmine di un finale emozionante e imprevedibile. Per maggiori informazioni su www.francescocotti.it

26.8.12

Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed



Ieri è morto Neil Alden Armstrong.
Un nome che fino a qualche ora fa era conosciuto solo a chi è stato bambino negli anni '70.
Siamo cresciuti con il mito dell'astronautica, dell'esplorazione spaziale.
Mi ricordo che alle scuole elementari avevo un quaderno sulla cui copertina c'erano i tre astronauti della Missione Apollo 11: Aldrin, Armstrong, Collins. E riuscivo a dire tutti i tre nomi in fila senza incastrarmi la lingua come tutti i miei compagni di classe.

Il primo uomo a toccare il suolo lunare, in una missione -un'avventura umana- che oggi sarebbe impensabile solo riprogettare a tavolino.
Abbiamo software in grado di calcolare in tempo reale tutte le variabili e tutte le cose che potrebbero andare "storte" in una missione con equipaggio umano verso la Luna.

Negli anni '60 non avevano certe cose, ed infatti ce l'hanno fatta.

E' servito a qualcosa?
No.
Avrebbe senso tornarci?
No.
Vogliamo tornare in un mondo diviso in due Blocchi, in due Ideologie politiche, perennemente in bilico tra la Guerra Fredda e la Terza Guerra Mondiale nucleare?
No.
Quindi le missioni Apollo non hanno avuto senso, sono state inutili ed hanno rappresentato l'apice dello sforzo americano per combattere la Guerra Fredda contro i Sovietici. Uno spreco di risorse economiche inutile.

Questo è quello che dicono i "revisionisti" di quegli anni.
(i "lunacomplottisti", ovvero coloro che affermano che le missioni Apollo non sono mai avvenute perché tecnicamente impossibili negli anni '60 non li prendo nemmeno in considerazione. Li liquido dando solo un consiglio: meno Internet e programmi scellerati in TV e leggete più libri. Poi capirete anche voi. In qualche modo.)

Io ho vissuto le Missioni Apollo con gli occhi da bambino. Purtroppo mi sono perso la "diretta", perché non ero ancora nato, ma ho avuto la fortuna di poter esprimere nei miei primi disegni a scuola il modulo LEM.
La mia visione è quindi un po' romantica, un po' di parte. Lo ammetto.
Gli astronauti delle Missioni Apollo hanno sempre rappresentato per me il massimo del coraggio, dell'eroismo e della capacità dell'Umanità di raggiungere uno scopo.
Credo che dopo allora, non ci sia stata più nessuna impresa così gloriosa.
Si, certo, due settimane fa abbiamo fatto atterrare un SUV su Marte con delle fotocamere da cellulare di qualche anno fa che sta laserando rocce per capire, per l'ennesima volta, se c'è stata vita su quel pianeta.
Per quanto la sonda Curiosity è davvero stata una bella impresa per la NASA, non c'è paragone con quello che è successo nell'estate di 43 anni fa.

Ce lo siamo scordati tutti.
E chi non ha vissuto quegli anni, non basta Wikipedia per coprire la lacuna culturale: Giacobbo è sempre in agguato.  Semplicemente i ragazzi di oggi non sanno che questo ingegnere dal sorriso spontaneo ed il volto mansueto ha camminato lassù. Su quel disco bianco e bellissimo che c'è nel cielo.

Neil è stato il primo a toccare il suolo lunare. Ed è anche il primo di tutti gli astronauti delle Missioni Apollo ad andarsene.
Prima o poi se ne andranno tutti.

Facciamo in modo di non scordare che c'è stato un manipolo di coraggiosi uomini che lassù c'è stato, e ha dimostrato che non siamo confinati su questa pallina blu, posta in un angolino dell'Universo.

Non voglio sembrare ridicolo, ma stasera la Luna non si vede: è coperta dalle nuvole. Però ogni tanto mi è capitato di ammirarla (e chi non lo fa? Poi ognuno ha le sue ragioni per farlo...)
Ed ogni tanto mi è echeggiata nelle orecchie quella trasmissione di pessima qualità: Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed.
Una frase che per me ha sempre avuto molto più significato di "Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità".

 Godspeed Neil.



22.8.12

Stealth 4 Dummies

Una delle attività in assoluto più gratificanti nello scrivere un certo genere di romanzi è la fase di documentazione. I romanzi techno-thriller si propongono ad un pubblico ben preciso ed estremamente esigente. Quando si parla di tecnologie militari, di procedure e tattiche, non ci si può troppo improvvisare, a parte qualche indispensabile “licenza narrativa”. Il mio lettore medio è assolutamente in grado di capire se sto scrivendo delle stupidaggini esagerate o se sto effettivamente utilizzando nel flusso narrativo concetti e tecnologie attuali e/o credibili.
E’ molto difficile poter “accontentare” questo tipo di audience.

Detto questo, per la stesura del mio terzo romanzo, che impegnerà con tutta probabilità tutto il 2013, mi sto documentando pesantemente sulle tecnologie stealth applicate ai velivoli.

A dir il vero l’argomento mi ha sempre interessato, e dal 1988, da quando lo F117 Nighthawk è stato rivelato al mondo, ho cercato quante più informazioni possibili su di esso e le tecnologie che hanno portato alla sua realizzaizone. Negli anni, grazie ad Internet e con l’aiuto di persone molto competenti, penso di aver acquistato e letto tutti i libri, contenenti informazioni di pubblico dominio, sull’argomento.
Alla fine, come al solito, a più di vent’anni di distanza da quella “rivelazione” si scopre che le cose sono ris “molto più semplici” di come abbiano voluto farci credere. O di come i giornalisti, anche specializzati, abbiano voluto farci credere. Meglio.
Il dovermi rituffare a leggere di nuovo tutti questi libri, e a cercare (e “scremare”) tutte le informazioni inerenti su Internet, mi ha portato a voler scrivere questo post, che poi non è altro che una “verifica” a cui mi sottopongo autonomamente, per capire quanto e come sto maneggiando l’argomento.

Quello che segue è una sintesi della storia degli eventi che hanno portato alla realizzazione di uno degli aerei più affascinanti della storia militari, dalla sua nascita al suo pensionamento. Per chi è interessato all’argomento probabilmente non troverà novità eclatanti in quanto segue, ma forse qualche dettaglio potrà risultare nuovo. Qualche blogger con la sindrome da "maestrina dalla penna rossa" invece avrà qualcosa da ridire. Nessun problema, correggetemi pure ed integrate il post con le vostre conoscenze.
Buona lettura.

STEALTH 4 DUMMIES
Breve storia dell’aereo "super segreto" USAF più famoso al mondo.

Il tutto ha inizio durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’avvento dei primi RADAR. Immediatamente gli ingegneri di entrambi gli schieramenti cercarono di capire come eluderlo. I tedeschi furono i primi ad intuire che la forma di un velivolo ed il materiale con cui era assemblato influiva sulla sua “impronta RADAR”. Ma furono gli Alleati a studiare i primi materiali “radar assorbenti” (RAM: Radar Absorbent Material) con impasti di sostanze collose con della ferrite. Per tutti gli anni ‘50 gli Stati Uniti, utilizzando anche studi ottenuti dai tedeschi, portarono avanti qualche programma di realizzazione di aerei in grado di diminuire la loro “traccia radar”. Tutti gli studi erano concentrati, più che dare una forma particolare al velivolo, di coprirlo, o di costruirlo, con materiali che fossero “invisibili ai radar”. Inoltre cercarono di avere un approccio al problema di tipo elettromagnetico. Ovvero di dotare gli aerei di apparecchiature elettroniche in grado di produrre onde elettromagnetiche in controfase rispetto a quelle radar, per annullarle. Era l’alba della Guerra Elettronica, la cosidetta EW (Electronic Warfare). Questa particolare specilaità prese poi una sua strada e si sviluppò enormemente dagli anni ‘70 in poi, dotando aerei specializzati non tanto a rendersi invisibili ai radar nemici, ma piuttosto di disturbarli pesantemente, creando falsi bersagli oppure proprio distruggendoli con particolari missili. Era l’esatto contrario dell’emergente concetto “stealth”, ma per decenni avrebbe funzionato alla grande.

Una svolta a queste ricerche, rimaste sempre abbastanza marginali per l’USAF, venne dalla guerra del Vietnam, in cui le difese missilistiche con tecnologia Sovietica in mano al Vietnam del Nord, fecero una strage di aerei USA. Non è molto pubblicizzato il fatto, ma in pochi anni di campagne aeree americane in Vietnam, sono stati abbattuti più di mille aerei USA. Lo strapotere tecnologico dei radar e dei missili terra-aria Sovietici era ben evidente. Gli americani a questo punto pensarono, dato che si era in piena Guerra Fredda, che se fosse scoppiata la Terza Guerra Mondiale in Europa (fino al 1987 l’ipotesi non era poi così remota, le generazioni più giovani probabilmente non hanno nemmeno presente questo concetto), gli USA avrebbero perso, perché si rendevano conto che i loro bombardieri non sarebbero mai riusciti a superare la barriera RADAR sovietica. L’allora dottrina di bombardamento era di volare a filo del terreno con aerei dotati di radar TFR (Terrain Following Radar), ovvero autoguidati a seguire l’orografia del terreno,a  velocità quasi supersoniche, per “passare sotto la copertura radar”. Se questo sistema sulla carta poteva anche funzionare, nella realtà esponeva il velivolo alla batterie antiaeree convenzionali. La Prima Guerra del Golfo del 1991 sancì la fine di questa tattica, dato il relativamente alto numero di bombardieri della Coalizione persi con attacchi a bassa quota sugli obiettivi iracheni.

Così l’USAF, nel 1970, invitò le maggiori aziende costruttrici di aerei militari del tempo e fece una segretissima richiesta: sviluppare un aereo “invisibile” ai radar. Costi quel che costi. Il programma doveva assolutamente essere segreto, e avrebbero avuto fondi di sviluppo illimitati.
Nella sfida tecnologica, i cui esiti potevano essere disastrosi in termini economici per il costruttore, ci si tuffò Northrop. La Lockheed, che aveva già impressionato il mondo aeronautico con realizzazioni storiche come lo SR71 “Blackbird” e lo U2, non venne invitata inizialmente dal Pentagono. Ma Ben Rich, il capo dei progetti speciali dell’azienda, decise di partecipare al concorso anche senza avere assicurazione per i fondi stanziati dal Pentagono. Aveva capito che, in ogni caso, avrebbe investito in una tecnologia emergente e poterne sviluppare prima di altri il “konw-how” sarebbe stato strategico nel futuro. Aveva ragione.
La Lockheed era già abituata a lavorare con progetti segreti, e aveva un suo dipartimento appositamente formato, chiamato Skunk Works. Tutti gli ingegneri ed il resto del personale assegnato a questo dipartimento erano già stati adeguatamente formati per lavorare a progetti sensibili. Era il 1973.

I tecnici Lockheed iniziarono i loro studi mettendo le mani su uno studio matematico russo, Pyotr Ufimtsev, di pubblico dominio, sulla diffrazione delle onde elettromagnetiche. Questo documento fu pubblicato nel 1964 e conteneva una formula matematica che dimostrava che l’energia restituita da un oggetto colpito da un’onda elettromagnetica era in funzione della forma dell’oggetto stesso, e  non della sua dimensione.
L’intuizione degli ingegneri della Skunk Works fu la seguente: per rendere un velivolo (un oggetto, in linea più generale) “invisibile” ai radar bisognava progettarlo affinché avesse una forma che facesse rimbalzare le onde radar in modo “prevedibile”, ovvero non verso la sorgente radar. Inoltre, il velivolo, sarebbe stato ricoperto da un innovativo sistema di RAM, realizzato in fogli tipo linoleum, da appiccicare (non verniciare come dicono alcune fonti) sulle lamiere. Quindi l’obiettivo “dell’invisibilità” ai radar sarebbe stato ottenuto dalla forma particolare e dallo smorzamento delle onde radar rimbalzate. L’aereo avrebbe avuto “solo” un problema di base: la forma sarebbe stata progettata per essere efficace solo con un range piuttosto ristretto di frequenza radar. Tradotto: sarebbe stato utile solo con le frequenze, super segrete al tempo, di alcuni tipi di radar per la sorveglianza aerea di tipo sovietico. Con altri tipi di radar, magari dotati di frequenza molto diversa o diversa tecnologia, l’aereo sarebbe stato “abbastanza visibile”. Questo dettaglio non sarebbe emerso al pubblico se non nel 1999 col suo utilizzo contro la Serbia.
Questa tecnica di dare una forma particolare ad un oggetto per ottenere certi tipi di risultati in termini di risposta elettromagnetica è detta “faceting”.

Nei primi anni ‘70 i computer di cui poteva disporre la Lockheed, per quanto fossero i migliori del momento, avevano una potenza di calcolo ridicola per poter affrontare tutte le variabili dell’equazione di Ufimtsev . Gli ingegneri immediatamente capirono che ci sarebbero voluti anni di calcoli computerizzati se avessero ricercato una morfologia di aereo “tradizionale”. Quindi, semplicemente per risparmiare anni di uso di supercomputer, decisero di modellare il nuovo velivolo utilizzando la geometria del triangolo per semplificare al massimo i calcoli. La Northrop, che invece decise di proseguire sulla strada di ottenere un velivolo dalla forma “liscia”, attese ben dieci anni, per potersi avvalere della potenza di calcolo dei computer dei primi anni ‘80, per poter ottenere il disegno del bombardiere stealth B2. Sia nello F117 che nel B2 è stata applicata la formula di Pyotr Ufimtsev. La differenza enorme nelle forme sta, sostanzialmente, in una carenza di potenza di calcolo della Lockheed al tempo del progetto.

La Lockheed quindi costruì un modello statico di aereo, denominato “hopeless diamond”, per la sua morfologia alquanto stramba. Lo posizionò sopra un palo alto tre metri e mezzo e poi da una postazione radar lontana circa 400 metri iniziò a far delle prove con presenti alcuni generali dell’USAF. L’immagine radar era appena percepibile. Il modello, che era poco più dei ¾ dell’aereo finale che avevano ipotizzato, stava dimostrando una RCS (Radar Cross Section - Segnatura Radar) ridicolmente piccola. Però c’era. Non era “invisibile”. Mentre i tecnici stavano cercando di far comprendere ciò ai militari, arrivò una chiamata radio in cui il tecnico Lockheed che era sotto il palo comunicò che c’era un uccello appollaiato sul modello e non sapeva come scacciarlo. Dalla base radar gli consigliarono di usare il clacson del camioncino della manutenzione per spaventarlo. Il consiglio funzionò e l’uccello volo via. L’immagine sul radar scomparve. I generali USAF furono entusiasti. I tecnici della Lockheed avevano realizzato il modello di un aereo che aveva una segnatura radar inferiore a quella di un volatile. In questo modo la Skunk Works si prese l’appalto per lo sviluppo del bombardiere tattico ultra segreto stealth denominato: progetto “Senior Trend”.





HAVE BLUE: Il primo prototipo stealth

La Skunk Works, incassato l’ok dalla DARPA, sviluppò a tempo di record due prototipi modificando leggermente il design dello “Hopeless Diamond” e creando lo XST: Xperimental Stealth Technology. Si trattava di due piccoli jet, costruiti cannibalizzando pezzi da aerei già esistenti (dai motori, ai carrelli) e basati su una pesantissima riprogramamzione del sistema di volo dello F16. Infatti, se avevano trovato una forma con una bassa segnatura radar, quel velivolo era totalmente inadatto al volo convenzionale, dato che rispondeva pochissimo alle regole classiche del design aeronautico. Quindi sarebbe servito un potente computer di volo che interpretasse i comandi del pilota e li traducesse in movimenti delle superfici di controllo aerodinamiche che permettessero di far volare quell’aereo spigoloso in modo coerente. Una volta Ben Rich disse: “Con il software di volo che abbiamo sviluppato per il Nighthawk potremmo far volare anche la Statua della Libertà”.





I primi voli furono incoraggianti, ma entrambi i velivoli, dopo un certo numero di sortite, si schiantarono in incidenti di natura diversa. Per evitare di fare troppo trambusto i relitti vennero seppelliti direttamente nel deserto dove erano precipitati.
Tutte le prove degli Stealth, ed il successivo addestramento dei piloti, avvenne nell’enorme poligono di tiro nucleare di Groom Lake - Nevada con esclusiva attività notturna e con un apparato di sicurezza ed una coltre di segretezza enorme. I satelliti spia Russi, dopotutto, erano costantemente puntati sul territorio americano. Proprio in questi anni di sperimentazioni e di voli notturni si creò il mito dell’AREA51. Ma questo è un altro paio di maniche. Era il 1977.

Il primo prototipo di F117 “quasi definitivo” venne realizzato in colore grigio, ed un altro a chiazze di grigio. Le prove realizzate al crepuscolo e notturne indicarono che era il colore migliore in assoluto per confondere anche l’occhio umano (cosa che venne “capita” dall’USAF circa venti anni dopo). Ma un generale dell’USAF si incaponì che l’aereo, per motivi “tattico-psicologici”, doveva essere verniciato di nero opaco. La Lockheed non se la sentì di contraddire il cliente, che in effetti stava sborsando finanziamenti in modo corposo, e si proseguì quindi verniciando gli F117 definitivi di nero opaco.

La designazione F117 merita una digressione a parte.
Nel 1967 venne formalizzato dal Pentagono il metodo di nomenclatura degli aeromobili sia sperimentali, e sia di prima linea. In linea di massima gli aerei da caccia avrebbero avuto il suffisso “F” (Fighter-Caccia), gli aerei da bombardamento tattico la “A” (Attack), i bombardieri strategici il suffisso “B” (Bomber). Questi suffissi avrebbero dovuto essere accompagnati da una cifra numerica incrementale. Al tempo dello sviluppo del progetto stealth era in corso anche la qualificazione del nuovo aereo da appoggio tattico a cui erano interessati l’Air Force, la Marina e l’Aviazione dei Marines. Quindi le sigle F17 Cobra ed F18 Hornet erano state utilizzate per questi due aerei sperimentali. Da questa competizione sarebbe uscito vincitore l’Hornet. Poi, improvvisamente, la Northrop, con un’iniziativa assolutamente privata, creò il prototipo dello F20 Tigershark (stupendo aereo leggero molto avanti per i tempi). La nomenclatura, saltando la cifra “19”, fu affibbiata solo ed esclusivamente per motivi commerciali, perché il reparto marketing della Northrop aveva pensato che avere la sigla col “20” comunicasse il concetto che l’aereo facesse parte di una nuova generazione di velivoli. Il Tigershark non ebbe mai la fortuna commerciale che meritava, ma più che altro per motivi politici. Ma questa è un’altra storia.
Un sacco di “analisti”, ovvero giornalisti aeronautici, nonché i Russi, colsero questo salto di nomenclatura. E si convinsero che gli americani stessero lavorando ad un “nuovo tipo di aereo da caccia segreto” designato F19. Per una volta gli USA compresero che l’unico sistema per mantenere il segreto sullo F117, era di disseminare in modo voluto false informazioni sul loro nuovo progetto stealth. Così dal 1978 al 1988 i Russi e buona parte degli analisti mondiali militari furono sicuri che gli USA avessero un aereo da caccia anti-radar, ma che avesse forme arrotondate e senza superfici di volo mobili. La “copertura” fu così efficace che ci cascarono tutti. E la notizia passò anche al mondo degli appassionati civili. Tom Clancy nel suo romanzo “Uragano Rosso” (Red Storm Rising) dedica un intero capitolo a questi aerei Stealth dalla forma di “frisbee”, intitolandolo appunto “I Frisbee di Dreamland”. In questo capitolo due F19 effettuano una missione aria-aria per abbattere un AWACS sovietico. La italiana Italeri fece uscire un kit per modellisti in scala 1:72 e 1:48 (che io ho comprato a suo tempo!) basato sulle speculazioni di Tom Clancy e di Aviation Week. Da questo kit venne modellato il videogioco della Microprose F19 Stealth Fighter. Solo per questi tre “eventi” (romanzo, videogioco, kit di montaggio) i Russi erano DAVVERO convinti che esistesse l’F19 e che avesse quella bizzarra forma. 





La nomenclatura F19 non venne MAI usata dai piloti dei veri aerei stealth durante le loro esercitazioni notturne.
Piuttosto, alle torri di controllo degli aereoporti militari del poligono di Groom Lake, venne detto che aerei chiamati F117, che “potevano essere degli A7 modificati”, dovevano fare numerose sortite notturne.
La nomenclatura F11X era un altro progetto relativamente segreto, al tempo, dell’USAF. Con questa nomenclatura si chiamavano gli aerei russi catturati, comprati, contrabbandati, abbattuti parzialmente e rimessi in condizioni di volo o appartenenti a piloti disertori. Questi aerei (MIG 21, MIG 23, forse anche dei nuovissimi MIG 29) furono utilizzati per addestrare i piloti americani a combattere contro VERI aerei russi utilizzando reali tattiche di volo sovietiche. Queste attività di “dissimilar air training” fecero furore per tutti gli anni ‘80 e parte degli anni ‘90. Quindi, per confondere le idee ai russi, questi aerei avevano delle nomenclature fuori standard. Quindi lo F117 era una sigla che avrebbe dovuto essere data ad un caccia russo utilizzato dagli americani per scopi di addestramento realistici.
Una volta che lo F117 venne rivelato al mondo, nessuno ebbe il coraggio di dargli un’altra sigla.

Il Nighthawk viene rivelato al mondo

E’ il 1988 e viene mostrata la prima foto ufficiale dello F117. Ovviamente tutti gli analisti rimasero sgomenti. Non assomigliava assolutamente allo F19. La foto diffusa fu volutamente sottoesposta e deformata, per non suggerire ai russi le reali dimensioni e forma del velivolo. Non vennero dati ulteriori dettagli, se non che l’aereo era operativo “da più di dieci anni”.
Per quanto si cerchino informazioni, sembra proprio che lo F117 non abbia mai fatto una missione reale di guerra prima del 1989. I piloti veterani, che in questi anni stanno scrivendo libri a profusione sulla loro esperienza di volo con lo F117, sono tutti concordi ad indicare che l’unica volta che furono davvero pronti a prendere parte ad una missione operativa fu nel 1986 con l’attacco USA alla Libia. Il presidente Reagan richiese l’utilizzo dello F117 per penetrare furtivamente le difese aeree di Gheddafi per colpire tutte le sue presunte residenze contemporaneamente per essere sicuri di ucciderlo. I generali USAF, più preoccupati al tempo dei Sovietici che di Gheddafi, fecero desistere Reagan. Il problema era che se anche per un’avaria, non per forza un abbattimento, uno F117 fosse caduto su suolo Libico, sarebbe finito dritto in mano all’URSS, e sarebbe stato un disastro a livello strategico per gli americani. Avrebbero perso il vantaggio tecnologico nella Guerra Fredda.
Quindi nel 1986 vennero utilizzati aerei convenzionali per la campagna di bombardamento lampo su Tripoli e Bengasi. Altre interviste ai piloti indicano che gli F117 sono stati ad un passo dallo essere schierati “altre due volte” tra il 1978 ed il 1988. Ma non hanno mai indicato con quali potenziali bersagli.





Nel 1989, in maniera del tutto inaspettata, nell’Operazione Just Cause, l’invasione di Panama, due F117 vennero utilizzati per bombardare due caserme di militari panamensi. tenendo conto che Panama non aveva nessun tipo di difesa aerea degna di questo nome, questa azione venne vista come una tremenda dimostrazione esagerata di potere da parte degli USA.

Poi venne la crisi irachena del 1990, con l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, ed immediatamente gli F117 vennero schierati in Arabia Saudita nel corso dell’Operazione Desert Shield, in preparazione alla famosa Desert Storm del Gennaio 1991. Gli F117 furono i secondi velivoli ad attaccare l’Iraq (i primi in assoluto furono degli elicotteri AH64 Apache che abbatterono delle stazioni radar sul confine radar). Gli F117 divennero il “simbolo” della campagna aerea contro Saddam Hussein. Tutto il mondo vide le immagini delle “smart bomb” a guida laser sganciate dagli F117 entrare dentro le finestre, le prese d’aria sui tetti di molti edifici governativi iracheni. Il tutto in una virtuale invulnerabilità di questi aerei stealth. L’uso così massiccio dello F117 nella campagna irachena sancì l’inizio della fine operativa del velivolo. I generali USAF sapevano che più l’aereo veniva esposto alle difese aeree radar irachene, e più i consiglieri militari sovietici (schierati in quantità enorme a fianco degli iracheni nel 1991) erano in grado di raccogliere informazioni sul “comportamento elettromagnetico” del velivolo. Ma ormai la Guerra Fredda era finita, e l’aveva vinta l’America. Quindi, lo F117, il guerriero da Guerra Fredda per eccellenza, poteva anche prepararsi ad andare in pensione. Almeno entro pochissimi anni.

Lo F117 passa qualche anno più a partecipare ad Air Show in giro per il mondo che a veri rischieramenti operativi. Intanto riceve qualche aggiornamento nella elettronica, in quanto lo F117, fino al 1991, aveva dentro di sè l’elettronica degli anni ‘70. Quindi niente GPS fino al 1991, niente sistemi di comunicazione particolarmente sofisticati, e niente radar (che non avrebbe mai avuto, essendo un aereo che basava la sua soppravvivenza nella sua “passività elettromagnetica”). Inoltre, dettaglio che avrebbe fatto la differenza entro pochi anni, non aveva un RWR (Radar Warning Receiver). Ovvero, non aveva dei sensori di bordo che gli indicavano se era stato inquadrato da un radar ostile. Equipaggiamento considerato indispensabile in tutti gli altri velivoli. E questo dettaglio tecnico sarà fatale ad un F117 nel 1999 sopra la Serbia.

La storia operativa dello F117 è relativamente breve, ma molto intensa. Quando non ha svolto vere missioni di combattimento, dopo la Desert Storm del 1991, gli aerei stealth sono stati schierati di volta in volta in vari teatri operativi del mondo, un po’ come deterrente in certe zone calde, compreso il Sud Est Asiatico.
Nel 1999 gli F117 prendono parte alla campagna di bombardamento sui Balcani nell’operazione NATO Allied Force, ed il 27 marzo di quell’anno viene abbattuto il primo (ed unico) F117 della storia. Gli operatori radar serbi, con notevoli input russi, riuscirono a trovare un sistema di rimodulare i loro radar di guida missili anti-aerei su una lunghezza d’onda estremamente lunga, in modo da rendere visibile lo F117 quando apriva il vano bombe durante lo sgancio degli armamenti. In quella che fu una vera e propria caccia del gatto al topo elettromagnetica, un missile riuscì ad essere guidato con successo verso un F117 e con una spoletta programmata per esplodere molto in anticipo per investire di schegge un’area di cielo maggiore. Lo F117 venne gravemente danneggiato e divenne incontrollabile e il pilota fu costretto ad eiettarsi. Il pilota venne recuperato dalle squadre SAR, ma il relitto dell’aereo cadde in mano serba. Cinesi e russi furono tra i primi ad ispezionare il relitto nelle settimane successive all’abbattimento. La tecnologia dello F117, per quanto ormai vetusta, era totalmente compromessa.
Lo F117 venne utilizzato brevemente per le campagne Enduring Freedom e per Iraqi Freedom, fino al suo ritiro totale nel 2007. 


Ormai considerato un aereo costosissimo da mantenere operativo (a causa della continua manutenzione dello strato di RAM di cui era ricoperto) e ormai “inutile” nei nuovi scenari operativi della NATO. Il B2, nonostante sia un bombardiere pesante strategico, lo sostituirà negli anni ad interim anche per missioni “tattiche” in cui è richiesta un’inserzione stealth dello spazio aereo avversario, come in Libia nel 2011. Il prossimo velivolo stealth, ben lungi da essere completamente operativo, è lo F22 Raptor, il cui ruolo aria-suolo è ancora molto discusso.





Volare con lo F117

Come accennato lo F117 aveva una forma aerodinamicamente instabile, e solo grazie ad un computer di volo era in grado di volare in modo controllato. Il sistema si basava su di un circuito di volo replicato quattro volte per ridondanza. I quattro tubi che sono presenti nel muso dell’aereo sono quattro sonde di Pitot indipendenti tra loro, che rappresentano i quattro circuiti. Se per qualche motivo si fossero guastati tutti e quattro i circuiti di controllo di volo, il pilota doveva eiettarsi. Il sistema di volo computerizzato, detto “fly-by-wire”, degli anni ‘70 era un po’ “crudo”. Prima di ogni volo doveva essere “tarato” con una serie di manovre della cloche da parte del pilota, quando ancora l’aereo era dentro l’hangar, che si dice che fossero abbastanza complicate e “violente”. Infatti il computer di volo, per essere tarato, doveva avere degli input dalla cloche ben precisi in una sequenza particolare, in tempi cronomentrati. Come risposta il computer di volo di volta in volta agiva sulle superfici di volo con la massima reattività e con la massima escursioni di esse. Chi è stato testimone di questa sequenza ha dichiarato che era abbastanza rumorosa e che faceva vibrare tutto l’aereo. Se per qualche motivo il pilota sbagliava un movimento della taratura, la sequenza doveva essere ripetuta da capo.
L’areo, data la sua forma particolare, per decollare e per atterrare doveva avere una velocità piuttosto elevata e quindi abbisognava di piste piuttosto lunghe. Durante il volo, i piloti hanno dichiarato che l’aereo era piuttosto docile. Il nomignolo “wooblin’ goblin” era stato coniato da un giornalista che non aveva manco visto lo F117 e aveva ipotizzato che fosse totalmente instabile in volo. L’unico vero problema era la visibilità esterna, che era pregiudicata dalla struttura del tettuccio molto particolare.
Lo F117 volava operativamente esclusivamente di notte, e i piloti, che non avevano occhiali per la visione notturna, dovevano orientarsi in volo solo con la loro esperienza in volo notturno, con gli strumenti, e con il display che mostrava il mondo davanti e sotto di loro in un’immagine termica. Negli anni ‘70 la tecnologia delle camere termiche (non confondiamolo con la tecnologia di amplificazione della luce residua) era segreto militare. Quindi il loro volo e soprattutto l’identificazione del bersaglio avveniva attraverso le immagini a toni di grigio del FLIR (Forward Looking Infra Red) che mostravano l’ambiente circostante in base alla sua temperatura. Se il bersaglio aveva una temperatura, per qualche motivo, simile al terreno circostante, era davvero una bella sfida per il pilota distinguerlo.
L’armamento dello F117 era basato solo su bombe a guida laser, due, portate nella stiva ventrale. Il bersaglio veniva “laserato” dallo F117 che poteva in autonomia “marcare” il bersaglio per le sue bombe, oppure agganciare un laser alleato emesso da truppe a terra o da un altro aereo. Se c’erano nuvole o fumo che impedivano al laser di “marcare” il bersaglio, la missione veniva abortita. Questa evenienza è accaduta relativamente spesso.
Il volare di notte, inoltre, poteva portare a fenomeni di “disorientamento spaziale” in cui il pilota poteva non capire più dove fosse “l’alto” ed il “basso” nonostante il “conforto degli strumenti”. Dopo un paio di incidenti mortali avvenuti durante delle esercitazioni, lo F117 venne dotato di un grilletto sulla cloche che riportava istantaneamente in volo livellato l’areo con il muso leggermente cabrato. Dato che la manovra era d’emergenza e totalmente controllata dal computer di volo affinché avvenisse il più rapidamente possibile, il rientro ad un assetto di volo sicuro era un’esperienza molto violenta che poteva anche ferire il pilota che poteva sbattere le tibie contro i bordi inferiori del cruscotto o la testa contro l’angusto tettuccio. I piloti di F117 la dovevano provare una volta all’anno.
Lo F117 era subsonico.





Per quanto riguarda la manutenzione a terra il problema più grande era rappresentato dallo strato di pannelli di RAM con cui era ricoperto l’aereo (che di fatto era quasi tutto costruito in alluminio). Dicevano che fosse una materiale cancerogeno, quindi gli specialisti che dovevano farci manutenzione utilizzavano maschere e guanti per effettuare “rattoppi” all’aereo. Inoltre il materiale era intollerante a certe temperature, quindi gli F117 dovevano essere ispezionati dopo ogni volo minuziosamente, e dovevano restare dentro ad hangar climatizzati. Il gelo era abbastanza deleterio per quel tipo di RAM. Questa problematica della manutenzione dello strato di RAM fu uno dei motivi principali del pensionamento dello F117. Quando vennero ritirati dal servizio attivo sembra che un problema che l’USAF dovette affrontare fu l’operazione di “raschiare via” lo strato di RAM e di smaltirlo in maniera “sicura”.
Una cosa forse non troppo conosciuta: i controlli visivi pre-volo esterni (il “walk-around”) erano sempre effettuati prima di una missione dentro l’hangar, con un’illuminazione non ottimale. E passeggiare sotto la pancia di un aereo color nero opaco, con sportelli aperti che presentavano bordi acuti e taglienti, procurò più di una missione abortita a causa del ferimento del pilota durante l’ispezione.


Complimenti per essere arrivati in fondo a questo post senza essere svenuti dal sonno. :-D

Per maggiori informazioni consultate il magnifico sito http://www.f117reunion.org/f117_history.htm


Ovviamente nel mio nuovo romanzo non parlerò dello F117, che è una tecnologia morta e sepolta, ma ho dovuto recuperare nella memoria tutti gli eventi precedenti per poter descrivere le nuove tecnologie anti-radar che si stanno affacciando nel moderno campo di battaglia (poche, a dir il vero).