31.3.17

Recensione di Nome in Codice: ARES (Mondadori)

Il prolifico scrittore e studioso di storia militare contemporanea Gastone Breccia abbraccia la vita del Caporal Maggiore Scelto Andrea Adorno M.O.V.M. e pubblica una biografia che si distingue nel panorama editoriale italiano.
Finalmente le case editrici più importanti, da due anni a questa parte, hanno capito che si possono pubblicare le biografie di militari italiani che hanno ricevuto l'autorizzazione dai loro Reparti di appartenenza a farlo. Prima del 2015 non era tanto semplice...
Ed ecco apparire in libreria Nome in Codice: ARES, la biografia di un Ranger del 4° Alpini Paracadutisti ferito in combattimento in Afghanistan e decorato con il più alto riconoscimento al Valore Militare in Italia.
Il libro ha due anime distinte: una è la vita, la carriera, di Andrea Adorno, che con la sua umana emozione nel ricevere la Medaglia D'Oro al Valor Militare il 4 Novembre 2014, invita il lettore nella sua vita. Da adolescente siciliano insicuro del futuro, alla scelta di entrare alla "Monte Cervino". Un'anima quindi sono gli episodi di vita di Andrea, dall'inizio della carriera militare nel 1999, diciannovenne, in un clima di "quasi-Naja", fino ad essere uno dei primi operatori selezionati per la grande trasformazione nel 2001 del Reparto: far conseguire il brevetto/specializzazione Ranger agli Alpini Paracadutisti, e diventare così una Forza di Supporto alle Operazioni Speciali.
L'altra anima del libro è la cura nel voler collocare storicamente ogni episodio di vita di Andrea (Balcani, Afghanistan, Iraq) con una precisa illustrazione della situazione geopolitica. In questi passaggi accademici Gastone Breccia prende il timone della narrazione e trasforma questa biografia in un agile libro di storia moderna, che sicuramente verrà apprezzato dai lettori.
Gli addestramenti sono descritti in maniera adeguatamente dettagliata, come anche l'episodio che porterà Andrea ad essere decorato con la M.O.V.M.
Lo stile è preciso, liscio, molto coinvolgente per il lettore che si troverà ad accompagnare Andrea nella prima pattuglia operativa da qualche parte in Toscana (a dir il vero divulga anche le coordinate geografiche, ma non ho verificato) ad affrontare gli Incursori del 9° che danno la caccia agli allievi Ranger e in tanti altri episodi citati della sua carriera operativa.
Solo un appunto stilistico personale, ma che non è una critica.
Tutto il libro è realizzato in modo da far trasparire l'impegno la vita e le difficoltà del moderno soldato impegnato nei teatri operativi attuali con un'aura di ottimismo e dove la morte, le atrocità della guerra e le difficoltà psicologiche sono appena accennate quando non censurate completamente. L'addestramento è duro, ma è ragionevole. La vita lontano dagli affetti e dalla famiglia per periodi prolungati non è facile, ma è sempre ricompensata dai ritorni a casa. L'impressione è quella di voler mostrare soltanto la parte più accettabile ed entusiasmante dell'appartenere ad un prestigioso Reparto. Forse se il libro fosse stato più "esplicito" non avrebbe trovato la pubblicazione, ma sono solo mie riflessioni assolutamente personali, che nulla tolgono alla bellezza di queste pagine.
Qui le motivazioni del conferimento della M.O.V.M.:
http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/pagine/adorno_141104.aspx
Tirando le conclusioni: gran bel libro che farà finalmente capire a molti l'impegno assoluto e costante dei nostri militari d'Elite in teatri operativi impegnativi al fianco (ed al pari, quando non superiori in qualità) di tutte le altre Forze Armate NATO.
Adesso invece una critica: il libro è corto, si legge in circa due ore, è meno di 200 pagine. Costa 15,30 €. L'Ebook 9,99 € E' vero che non bisognerebbe lamentarsi di un libro scritto bene come questo, che soddisferà la maggior parte dei lettori. Però a volte bisogna vedere la media del mercato, secondo me.
La colpa non è sicuramente degli autori, ma al solito, se c'è crisi nell'editoria, è anche per questo. Mondadori: non cercare di lucrare troppo su chi cerca di capire finalmente cosa i nostri militari hanno fatto negli ultimi sedici anni. Se questo libro venderà è per quello che c'è scritto nelle sue pagine, non perché è pubblicato da Mondadori.

25.3.17

Per chi volesse scrivere un romanzo (Parte 1 - 4)

Dieci anni di attività di scrittura da hobbista e tre romanzi pubblicati non mi qualificano certo come scrittore famoso. Ma rappresento sicuramente quella fetta di autori dilettanti che da anni pubblicano e vendono le loro opere su piattaforme online. Quello che sto per scrivere proviene da considerazioni (assolutamente personali) di un autore che ha avuto i suoi due ultimi romanzi da più di un anno sempre entro i 30 titoli più venduti su Amazon nella categoria Azione/Avventura.

Intanto dico subito che non si guadagna molto.
Il guadagno medio per la vendita di una copia (sia cartacea che in versione Ebook) oscilla tra i 75 centesimi e i 2 €.
Tutti i vostri guadagni dovranno essere dichiarati nella vostra Dichiarazione annuale dei Redditi e, per l'attuale legislazione in materia, per coloro che hanno meno di 35 anni la tassazione sarà del 40%, per gli over-35 è del 25%. NON chiedetemi perché un autore con più di 35 anni d'età debba avere quasi la metà in meno di trattenute di un autore più giovane. Ho rinunciato da tempo a comprendere il sistema fiscale italiano. Obbedisco e basta. 

Questo post non è un inno all'Autopubblicazione, ma è evidente che il panorama dell'editoria stia cambiando molto velocemente. Le case editrici, anche la più famosa in assoluto in Italia,  per avere la liquidità necessaria per sistemare un bilancio  non roseo, pubblica insipidi istant book di "biografie" di Youtuber italiani. I maggiori profitti a breve termine sono derivanti dalle vendite di questa categoria di libri, senza eccezioni. Questo è il sintomo ultimo della crisi d'identità delle case editrici "famose". Quindi direi che si può anche evitare il sogno di essere pubblicati da una casa editrice "conosciuta", perché si cerca gente già famosa che attiri subito lettori incuriositi. Punto. Non hanno più i soldi e le risorse da rischiare su un potenziale bravo autore sconosciuto. Ogni tanto qualcuno organizza dei concorsi per scrittori emergenti, ma sono cose sempre più rare e per argomenti di letteratura mainstream.

Nell'editoria anglosassone, che ha sempre dettato i ritmi e la direzione da prendere negli ultimi vent'anni, i romanzi pubblicati in maniera indipendente sono oggetto di scrupolosa analisi, specialmente quelli immessi sul mercato dalla piattaforma Kindle Direct Publishing. Due dei maggiori successi letterari degli ultimi anni, che tutti riconosceranno anche per i relativi adattamenti in film, sono di due autori che inizialmente si sono autopubblicati. Una è Erika Mitchell (50 sfumature di grigio) e l'altro è Andy Weir (The Martian - Sopravvissuto). Entrambi, rifiutati inizialmente dalle case editrici "tradizionali", decisero di pubblicarsi sul circuito Amazon. Hanno venduto moltissime copie (nel 2011 anch'io comprai il romanzo "The Martian" autopubblicato a .99 centesimi) e questo ha attirato l'attenzione proprio di quelle case editrici che gli avevano rifiutato inizialmente i manoscritti. Il resto è storia.
Oggi è normale che tutte le case editrici anglosassoni guardino scrupolosamente le classifiche di vendita Kindle di autori indipendenti. Non c'è più bisogno di selezionare manoscritti: contattano direttamente chi vende di più, perché sanno che il pubblico ne ha già decretato il potenziale di vendita.

In Italia questo comportamento da parte delle case editrici è alieno, in quanto vedono Kindle Direct Publishing come un fenomeno folkloristico al pari di un blog un po' sofisticato.

Vantaggi e svantaggi dell'autopubblicazione rispetto ad una Casa Editrice medio-grande

Autore hobbista con un romanzo finito
Auto pubblicarsiCasa Editrice tradizionale
Correzione delle bozze/revisione della qualità dell'opera in generaleE' completamente a carico dell'autore. Dedicherò un post a questo argomento specificoParzialmente disposta a fare una revisione delle bozze utilizzando spesso personale esterno che ha ottime competenze di revisione del testo, ma scarsa specializzazione sul tipo di testo specifico.
Promozione del libroTutte le iniziative sono a carico dell'autore. Ovvero: campagne sui Social, organizzazione di eventi presso librerie/circoli culturali.A meno di non essere personaggi già introdotti nel mondo dei media/spettacolo,  tutte le iniziative sono a carico dell'autore. Non hanno più risorse da investire su autori "normali"
Distribuzione nelle librerie
Sostanzialmente assente. L'autore, da solo, organizza dei "conti vendita" presso librerie di mentalità "aperta"
Se c'è domanda dal mercato la Casa Editrice fa l'unica cosa che è rimasta capace di fare: ordinare copie ad una tipografia e spedire le copie stampate alle librerie che ne fanno richiesta
Puntualità dei pagamenti e resoconto delle copie vendute in tempo reale.L'autore ha a disposizione strumenti di reportistica sulle vendite molto affidabili. I pagamenti sono puntuali, solitamente bimestrali.I pagamenti avvengono un po' quando ci si riesce, avere dei report sulle vendite dalla Casa Editrice non è impresa semplice. Più una Casa Editrice è grande, più ci tiene ad essere "burocratizzata". Fa sentire importanti.
Diritti sul manoscrittoSempre di proprietà dell'autore.Dipende dal contratto.

  Se il libro che avete scritto è decente, il mercato se ne accorgerà.
Magari non istantaneamente, però il passaparola tra i lettori anche nel 2017 è fondamentale per la promozione dell'opera. Il fatto che ormai qualsiasi sito web di e-commerce e/o di vendita di Servizi abbia una sezione che permetta di lasciare un Feedback è indicativo: la gente si fida di quello che dice altra gente. In qualità di autori dovete solo preoccuparvi di quello. Le critiche di "esperti" (ma chi?) che vi stroncano o, al contrario, vi elogiano il libro, sono poco significative. E' il cliente Amazon/Anoobii/GoodReads che lascia una recensione e le relative stelline che decreterà il successo (o meno) della vostra pubblicazione.
Lo so che sono cose che fanno venire la pelle d'oca, perché si può anche finire "vittime" di gente che, per svariati motivi, trae soddisfazione a fare recensioni negative solo perché ha la possibilità di farlo. Tripadvisor tutti i giorni deve gestire dispute di questo tipo nella sua Community.
Solo un consiglio: non replicate a recensioni negative palesemente forzate e non giustificate. Anzi, in generale, non replicate MAI alle recensioni dei vostri lettori.

Ora sono abbastanza sicuro che vi aspettiate che dia consigli sul come vendere di più. No: evito accuratamente questo argomento. C'è gente che di mestiere, pur non avendo mai pubblicato un singolo romanzo, consiglia gli autori emergenti sul come far vendere più copie. Purtroppo questi personaggi fanno leva sull'atavica insicurezza di un autore alle prime armi.
Io riassumo il tutto così:
Se scrivete solo in italiano avrete accesso ad un mercato molto ristretto di lettori. Chi fa i "soldi" sul serio sono quegli autori che vengono tradotti in almeno quattro lingue. La pubblicazione su diversi mercati esteri porta guadagni superiori, ad esempio, dell'adattamento televisivo e/o cinematografico della propria opera sul solo mercato italiano. Inoltre gli autori a tempo pieno è gente che in continuazione si barcamena per fare comparsate in TV (retribuite), comparsate alla radio (non sempre retribuite), scrivere trafiletti su quotidiani (retribuiti) e articoli su riviste (retribuiti). Sono pochissimi quelli che campano decentemente pubblicando solo un singolo romanzo in italiano all'anno e vivono nell'assoluto anonimato multimediale.

Se il vostro libro è degno di attenzione, venderà. Se non vende, cercate di capire dove avete sbagliato.
Non ci sono formule segrete. Va bene fare campagne su Facebook/Twitter, ma inutile esagerare. Difficilmente l'investimento in pubblicità a pagamento restituisce grandi risultati in vendite. 
Immagino anche che vada bene tenere un blog sempre aggiornato. Ma se non fate come Marco Montemagno, ovvero diverse ore di lavoro quotidiano per fare delle clip video di tre minuti ogni santo giorno, per tutto l'anno, i Social servono a poco.

Riassumendo:
 Se il vostro libro ha reali potenzialità per il mercato, nel 2017, autopubblicarsi o essere pubblicati da una casa editrice, è assolutamente equivalente. Ma come autori indipendenti avrete più flessibilità e guadagni pagati con maggiore puntualità, anche se potenzialmente inferiori perché non sarete distribuiti nelle librerie fisiche. Ma su Amazon avete la stessa identica visibilità di un autore famoso e presente sul mercato da decenni. E' il mercato che decide. E' finita l'epoca degli autori "imposti" al pubblico.

Vale ancora la pena spedire manoscritti alle Case Editrici? Sì, ma solo in tre casi specifici:
  • Avete scritto un libro che non è un romanzo, ma è -ad esempio- un testo scientifico/tecnico molto specialistico e settoriale. Rivolgetevi a case editrici specializzate su quell'argomento e verrete quasi sicuramente pubblicati. Non aspettatevi però grandi numeri nelle vendite: di Carlo Rovelli ce n'è solo uno...
  • Conoscete qualcuno all'interno della Casa Editrice che sappia veicolare alla persona giusta il vostro manoscritto, facendolo spiccare su tutti gli altri. Mi spiace, ma è ancora così. Pensate che nei paesi anglosassoni esiste gente che di mestiere fa solo questa cosa specifica (e si fa pagare per farlo), il famoso Agente Letterario. C'è l'equivalente italiano, ma è una figura più ambigua ed introdotta da relativamente poco. Prima si chiamavano "faccendieri"
  • Siete stati protagonisti di un famoso fatto di cronaca a livello nazionale. In questo caso le Case Editrici faranno letteralmente a pugni per avere i diritti sul vostro scritto/testimonianza
In tutti gli altri casi... Non è più come solo dieci anni fa. Non leggono più i manoscritti che vengono spediti. L'ultima volta che qualcuno ha pubblicato la vita di un "talent scout letterario italiano" si rifaceva ad episodi del 2009. 

Tutto bene, quindi? Tutto meravigliosamente perfetto?
Assolutamente no. Kindle Direct Publishing (e servizi equivalenti meno famosi) da la possibilità di vedere pubblicate vere e proprie bestialità. Autori senza idee, svogliati nel rifinire il loro lavoro, vengono messi online esattamente come gli autori più famosi. Ovviamente questo è gradito come il fumo negli occhi dai cosiddetti "intellettuali" e le case editrici più ortodosse, perché temono che il "rumore di fondo" di questa moltitudine di autori improvvisati possa distogliere il lettore  dall'acquistare (sempre sul soldo si ricade...) libri "decenti", scritti "decentemente".
In risposta a questo atteggiamento invito a rileggere le considerazioni di apertura di questo post. Quali sono gli attuali titoli bestseller delle "più famose case editrici italiane"? Le biografie dei Youtuber.

Non c'è altro da aggiungere.

La prossima puntata sarà "come organizzare le idee, pianificare la trama, i personaggi e la gestione del tempo di scrittura"

6.4.16

Pubblicato Collera Dal Mare



Tre anni e undici mesi.
Questo è il tempo che ho impiegato dallo scrivere la prima bozza e pubblicare sul Kindle Store di Amazon "Collera dal Mare".
Alla fine ho ottenuto un romanzo da 734 pagine in formato cartaceo (e molte di più in formato Kindle per ottimizzarne l'esperienza di lettura).
Per quanto appena scritto non si tratta di un instant-book, nonostante la trama parli di una crisi militare tra Libia ed Italia. Argomento molto presente sui media italiani dal 2014 in poi.

Quantità non è sinonimo di qualità. 
Eppure la storia che avevo in mente era talmente complessa che qualsiasi "scorciatoia" applicata con la regola aurea del "less is more", non avrebbe funzionato.
Tagli ce ne sono stati, ovviamente.
Semplificazioni, pure.
Eppure anch'io mi sono sorpreso, nei mesi, di quanto questo romanzo sia cresciuto in pagine e capitoli. A tutt'oggi credo di aver scritto "solo l'indispensabile".

Nella miglior tradizione dei techno-thriller mescolo diverse tecnologie durante lo svolgersi degli eventi. Sono descritte battaglie aeree con velivoli militari di ultima generazione, utilizzando procedure d'ingaggio verosimili più basate sull'elettronica di bordo che il solo ed esclusivo combattimento manovrato da cinema, operazioni subacquee con sottomarini e sequenze di operazioni di fanteria in ambiente urbano.

La trama si dirama attraverso diverse testimonianze, esattamente come nei romanzi precedenti.
Abbiamo il punto di vista di una dei protagonisti: la giornalista di guerra Sara Iannini che si trova a Lampedusa per l'ennesimo pezzo sulla crisi dei migranti e assiste in diretta all'invasione dell'isola, la prospettiva di una squadra del GOI della Marina Militare infiltrata sull'isola subito dopo l'arrivo dei Libici ed infine avremo di nuovo l'interpretazione dei fatti attraverso gli occhi di Saverio Mora, che verrà costretto a gestire, rinchiuso in un ufficio a Forte Braschi, l'enorme mole di dati di intelligence di questa crisi per poter salvare i Servizi Segreti italiani.
 Il romanzo è stata un'occasione anche per cercare di far comprendere l'enorme complessità logistica, tecnica e politica che c'è dietro ogni singolo intervento militare. Spesso l'opinione pubblica, specie per la questione migranti ed instabilità Libica, ha sempre invocato interventi armati di qualsiasi natura, trovando sempre il muro di gomma della politica Europea, specialmente quella italiana. 
Un intervento armato non è mai una cosa semplice da pianificare e ancora meno da autorizzare. Negli ultimi decenni, noi italiani, ci siamo sempre e solo mossi all'interno delle Risoluzioni ONU, ovvero sotto una struttura sovranazionale che di fatto "imponeva" alle nazioni di imbarcarsi in certe missioni "di pace". L'ultima volta che una nazione Europea ha deciso, in maniera improvvisa, indipendente ed unilaterale, d'intervenire militarmente oltre i propri confini è stata la Francia in Libia nel 2011, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

I lettori potranno trovare in questo romanzo più di un parallelismo con l'invasione delle Falkland (territorio Britannico) da parte degli Argentini del 1982. In quel caso la NATO non si mobilitò al fianco della Gran Bretagna, sollevando lo scudo della "disputa territoriale". Anche in Collera dal Mare l'Italia viene lasciata sola dalla comunità internazionale ad affrontare la Libia.

Qualità del prodotto.
Non avendo alle spalle una Casa Editrice nota a livello nazionale, nessun neolaureato/a in Lettere precario sottopagato ha lavorato per due weekend di seguito, passando dalla revisione di un romanzo d'azione e una storia d'amore moderna, per impaginare e ricercare tutti i "typo" di scrittura.
Non avete idea di come i file di autori anche molto famosi vengono presentati e poi rimaneggiati per renderli "pubblicabili". Solitamente questo penoso lavoro, come detto, è affidato a talentuosi poveracci/poveracce sottopagati che appena possono cambiano mestiere. Questo, almeno, in Italia.
Nel caso di Collera dal Mare le revisioni sono state fatte da due persone che con grande disponibilità si sono offerte, come per il precedente Futuro Ignoto, a rifinire a colpi d'ascia il mio italiano, ma non si sono permesse di intervenire sul mio stile di scrittura (come invece avviene spesso in altri casi editoriali).
Qualunque errore residuo che potrete scovare durante la lettura (e ci sono, perché ci sono) e qualsiasi eventuale problema visuale d'impaginazione è solamente colpa mia.
Se leggerete fino in fondo Collera dal Mare vi chiedo di esprimere un feedback sincero, sullo Store dove lo avete acquistato o direttamente a me.
I complimenti fanno piacere, ma le critiche (quando sono logiche e fondate) aiutano a far crescere.

Potete seguire le varie notizie che darò sul romanzo dalla pagina Facebook: https://www.facebook.com/colleradalmare/?fref=ts




Buona Lettura.

1.8.15

Prima Guerra del Golfo: 25 anni dopo

Breve storia di un disastro tutto Occidentale.

      Alle 2 del mattino del 2 agosto 1990 un’intera Divisione dell’Esercito iracheno oltrepassò i confini del vicino Kuwait con svariati mezzi corazzati. Il motivo di tale invasione fu giustificato da Baghdad con “irrisolvibili dispute di ordine economico e geografico”.
      Questa azione militare, che negli anni ’70 ed ’80 sarebbe passata quasi inosservata ai media data l’entità delle forze in campo e soprattutto delle parti coinvolte, creò quello che sarebbe stato definito “Il Nuovo Ordine Mondiale”.

      Sono passati venticinque anni da quel mattino di estate che avrebbe generato in risposta la più grande  Alleanza Militare e mobilitazione di mezzi militari dalla Seconda Guerra Mondiale e creando eventi storici che si stanno riverberando nel presente. Dal punto di vista della “persona comune” la Prima Guerra del Golfo (che iniziò ufficialmente il 17 Gennaio 1991) fu il primo conflitto con una copertura mediatica in tempo reale. Negli anni successivi si scoprì che fu l’operazione di propaganda mediatica più colossale della storia. I cittadini attraverso i network televisivi credevano di vedere (e comprendere…) lo svolgersi di una guerra che aveva dei retroscena politici enormi per tutto il Medio Oriente e come protagonista l’inarrestabile potenza della tecnologia militare americana. Anni dopo molti cronisti dissero di aver un po’ “esagerato” i loro report, di non aver verificato molte testimonianze e soprattutto di aver montato ad arte certi servizi, a partire da quello che documentò il presunto disastro ambientale operato da Saddam Hussein verso la fine del brevissimo conflitto. 

      In Italia come venne vissuta la Prima Guerra del Golfo? Ricordiamo tutti che proprio in quell’occasione nacquero il TG5 e le maratone mediatiche di Rete 4 della Finivest per seguire quasi in tempo reale il più grande conflitto mediatico di tutti i tempi. Gli italiani conobbero i volti segnati dell’equipaggio del Tornado abbattuto: “Bellini & Cocciolone”. Sempre citati in ordine alfabetico e sempre senza mai specificarne il grado militare ed il ruolo. Senza guardare su Google chi sa dire chi dei due era il pilota e chi il navigatore del velivolo abbattuto? Ma soprattutto che fine hanno fatto oggi? (avrete delle sorprese...) Abbiamo assistito al carosello di strafalcioni tecnici da parte dei giornalisti che (come al solito) si documentarono all’ultimissimo momento sulle tecnologie militari in uso. Al tempo non c’era Internet, quindi non avendo fonti “semplici e rapide” da cui attingere, fu una vera strage dell’ignoranza. Le riviste di settore, che videro decollare le vendite in un momento di particolare stagnazione del settore, con svariati articoli denunciarono le bestialità dette nei vari TG. Non che oggi i giornalisti siano tanto più bravi, eh? Google non perdona, se si fanno le ricerche sbagliate o affrettate. 

      Poi ci furono momenti memorabili di “alto giornalismo”. Ricordiamo tutti un iper-galvanizzato Emilio Fede, forte di una precedente ferrea esperienza in RAI, che sul TG4 orchestrava in maniera energica tutto il flusso di “notizie”. Famoso l’episodio in cui, arrivata la notizia in redazione durante la diretta dell’abbattimento di “Bellini&Cocciolone”, gli venne passato un foglio A4 con scritto sopra con un pennarello nero “TORNADO ABBATTUTO”. Ebbene, con solo a disposizione un foglio con sopra scarabocchiate due parole, riuscì a tenere l’audience per dieci interminabili minuti improvvisando notizie di Tornado in volo, missili terra-aria, piloti eiettati, praticamente a casaccio, ma facendo finta di leggere il foglio scarabocchiato. Al tempo quello fu considerato giornalismo di qualità condotto da un grande professionista (non è sarcasmo).

      Poi arrivarono i Patriot (i missili anti-missile), gli SCUD (nessuno si ricordò che quattro anni prima ne arrivarono due dalle parti di Lampedusa lanciati da Gheddafi), i missili Tomahawk che “sterzavano nelle strade” da quanto il loro sistema di guida fosse preciso, le bombe a guida laser e alla fine il Principe della Guerra del Golfo: “l’aereo invisibile” l’F117 Nighthawk.
      L’esercito di Saddam Hussein, che per mesi ci avevano ipnotizzato per inculcarci che fosse il “4° Esercito più potente al mondo” (aveva appena perso una guerra devastante di otto anni con l’Iran, però per gli “analisti” restava una minaccia militare appena inferiore alla Cina…), venne distrutto nel giro di qualche settimana dal rullo compressore di forze militari gestite dal Generale dal nome impronunciabile per i TG di mezzo mondo: Norman Schwarzkopf. Probabilmente l’ultimo generale americano che fu in grado di condurre una guerra, vincerla, e che intelligentemente si defilò immediatamente a vita privata ad operazioni concluse.  Il mondo esultò per George Bush (il padre…) che divenne il Leader mondiale per eccellenza, e l’America si guadagnò la copertina del TIME con il distintivo di Globocop: “Il poliziotto del mondo”. W l’America. Ricordo che la Prima Guerra del Golfo fu l’occasione dell’ultimo rigurgito di coloro che avevano simpatie sovietiche. L’apparente immobilismo sovietico durante tutta la Prima Guerra del Golfo venne interpretata come la fine di un Impero e di un sogno. Oggi Putin, con la sua politica estera leggermente aggressiva, ha ridato fiato a questi nostalgici. C’è sempre speranza per tutti… 

La Prima Guerra del Golfo mise le basi per il disgraziato presente che viviamo.

      Nell’estate 1990 un giovane miliardario saudita, un po’ avventuriero, un po’ “invasato di Credo Religioso”, che aveva speso un sacco di soldi per aiutare i “Fratelli Mussulmani” in Afghanistan contro l’invasione russa (con un deciso aiutino logistico della CIA), vide con pessimo occhio che del terreno così vicino alla Mecca fosse oggetto di una così alta concentrazione di soldati e soldatesse americani, di cui tutti di religione cristiana, quando non dichiaratamente atei. Questo giovane si chiese: “Ma perché il Grande Regno Saudita, dotato di mezzi militari potenti e recenti in grande quantità, chiama in aiuto dei non-mussulmani per liberare un piccolo paese mussulmano invaso ingiustamente?” quindi forte delle sue avventure militari in Afghanistan, che gli avevano fatto conquistare il titolo di “Grande Condottiero”, si rivolse al Re Saudita e si offrì di liberare il Kuwait al posto degli Americani, usando il suo Esercito di soli mussulmani, già testati contro i Russi. Il Re Saudita declinò l’offerta quasi umiliando il giovane miliardario. Quest’ultimo non la prese bene e decise di organizzare, qualche anno dopo, una serie di attentati sul suolo Saudita ai danni delle installazioni americane (ma facendo sempre stragi di suoi concittadini). Quindi, forte dei risultati mediatici di questi attentati, creò un “club esclusivo” di coloro che avrebbero voluto restituire il mondo arabo ai musulmani. In fondo Osama Bin Laden si sentiva nel giusto quando creò Al-Qaeida. 

      Nel 1991 Saddam Hussein, il Demone che per certi storici del tempo era da considerare anche peggio di Hitler, non venne spodestato dal potere. Il perché è ancora un fatto abbastanza dibattuto. La spiegazione ufficiale è che il mandato ONU prevedeva solo la liberazione del Kuwait e la distruzione di buona parte delle Forze Armate Irachene, ma non la deposizione coatta di Saddam Hussein. La realtà invece resta nella complessa politica della Regione. Abbattere nel 1991 Saddam Hussein avrebbe portato un po’ troppi malumori ad altri regnanti confinanti. Quindi ci si pensò dodici anni dopo, nel 2003, a tornarci per farlo fuori, con una guerra che aveva le giustificazioni più risibili della Storia. Le famose “armi di distruzione di massa”, che non furono mai veramente trovate. Per la cronaca anche noi italiani collaborammo in piccola parte, con un giro molto complicato di dossier inventati, a dar corpo a quella documentazione che lesse il povero Colin Powell (altro Protagonista della Prima Guerra del Golfo) nel famoso discorso sulle prove certe dell’esistenza dell’arsenale di armi chimiche di Saddam Hussein.

      Tra il 1991 ed il 2003 però avvennero tante cose in Iraq. Una fu la costituzione della famosa “no flight zone”, perché Saddam, nonostante la devastazione militare subita, aveva ancora abbastanza mezzi aerei per continuare massacrare i curdi nel Nord dell’Iraq (erano decenni che Saddam ogni tanto sterminava dei villaggi curdi, con grande gioia della Turchia). Si, proprio quei curdi che oggi sono un po’ tra il martello e l’incudine di Turchia, Siria e ISIS. Poi gli americani, dal 1992 in poi, finanziarono una ribellione della maggioranza sciita in Iraq, per cercare di creare una guerra civile per abbattere dall’interno Saddam Hussein e la sua dirigenza appartenente alla minoranza sunnita. Saddam aveva studiato poco, sembra che avesse finito a malapena l’equivalente delle  scuole elementari (ma scriveva poesie e favole per bambini e come tutti gli iracheni adorava i libri), però sapeva perfettamente come scovare dei leader di una ribellione. Fece una strage e gli americani semplicemente dissero: “Ops, ci abbiamo provato, dai…”. Il Presidente Clinton, per distrarre il mondo da quello che succedeva sotto la scrivania del suo ufficio, lanciò una salva di missili Tomahawk contro presunte fabbriche di armi chimiche. Numerose aziende alimentari irachene vennero incenerite quel giorno sotto la grandinata dei missili “intelligenti”. 

      Nonostante l’economia azzerata con le “sanzioni internazionali”, in qualche modo l’Iraq galleggiò fino al 2003. Quando George Bush Jr, che non aveva risolto nulla in due anni di Afghanistan alla ricerca di Bin Laden, decise che doveva finire il lavoro del padre. Otto anni di perdite civili e militari che hanno aperto la strada ad una corrotta ed inetta “””””””democrazia””””””a dirigenza sciita che si è vista in azione contro il nascente ISIS. Li hanno lasciati fare. Se qualcuno vuol fare l’azzardo di affermare “se ci fosse stato Saddam Hussein l’ISIS non sarebbe mai nato”, probabilmente avrebbe ragione. Saddam mal tollerava i movimenti “indipendentisti” di qualsiasi natura, sempre eufemisticamente parlando.

      Ho appena riassunto un quarto di secolo di Storia. Se oggi abbiamo una situazione “un po’ caotica” in quella “zona agitata del mondo” è perché l’Occidente, un po’ troppo schiavo del petrolio Saudita, ha gestito malissimo la reazione nei confronti di quei cingolati che venticinque anni fa attraversarono un invisibile confine nel deserto. Molti, oggi, dicono che i Sauditi avrebbero dovuto gestire la questione autonomamente. Ma erano troppo tentennanti. Avevano paura che Saddam, una volta preso quel fazzoletto di terra del Kuwait, e potenziatosi le sue riserve petrolifere, diventasse talmente influente da rompere le scatole anche a loro. C’era bisogno di gente che sapesse davvero ricacciarlo in Iraq, e al tempo la Monarchia Saudita valutò che da soli non potevano farlo. Nemmeno con l’aiuto dell’eccentrico, ma volenteroso, Osama Bin Laden. 

      Un quarto di secolo è passato, e in quella Regione le cose sono soltanto peggiorate. L’instabilità è l’unica certezza in un’area che ha a tutt’oggi grandi potenzialità energetiche che noi occidentali bramiamo con interesse. Però siamo molto riluttanti ad intervenire come abbiamo fatto nel 1991. In molti fanno osservare che basterebbe un quarto dei sistemi militari impiegati nel 1991 (nelle loro versioni upgradate di oggi) per spazzare via l’ISIS nel giro di qualche settimana (dimenticandosi che l’ISIS non ha caserme vere e proprie, non ha centri di comando ben definiti e non ha Divisioni corazzate da prendere a martellate dal cielo). La soluzione? Se osserviamo le azioni intraprese dal 2 agosto 1990 a oggi, direi che nessuno ha ben le idee chiare di come affrontare il problema nella Regione, perché siamo troppo dipendenti nelle decisioni politiche da chi alla fine ha i rubinetti del petrolio: l’Arabia Saudita. C’è un dettaglio su cui tutti sono d’accordo: siamo tutti in attesa della Terza Guerra del Golfo. Non sappiamo quando, ma sicuramente ci sarà. 
           
  

16.4.15

Recensione di Cuore di Rondine -Longanesi Editore-



Dopo quasi venticinque anni di ritardo rispetto alla letteratura anglosassone in Italia una casa editrice a livello nazionale ha capito che non è più tabù pubblicare biografie di militari ed ex-militari dei Reparti Speciali. Non è la prima, e non sarà l'ultima, ma per troppi anni, specie dalle case editrici minori ed indipendenti, abbiamo avuto pessimi libri, spesso di millantatori, che nelle loro "biografie" hanno inquinato la percezione che il grande pubblico ha delle Forze Speciali italiane. Cuore di Rondine invece è la prima vera biografia militare italiana degna di questo nome.

E' con grande curiosità ed interesse (non sono due sinonimi) che mi sono precipitato a leggere questo libro. Innanzitutto per il legame di stima che mi lega al Reparto e poi per capire come un Operatore del GIS, uno dei primi pilastri fondatori del Gruppo Intervento Speciale, poteva accingersi a raccogliere la sfida di raccontare 30 anni di storia italiana. Cuore di Rondine si snoda attraverso le vicende di cronaca più in vista dell'Italia dalla fine degli anni '70 al 2005. La rivolta del carcere di Trani, Il sequestro di Cesare Casella, l'operazione per il salvataggio di Patrizia Tacchella, i Serenissimi che assaltano il Campanile di P.zza San Marco e le attività più recenti a Nassiriya. Solo per citare alcuni episodi descritti nel libro e di cui Comandante Alfa, lo pseudonimo dietro cui si cela l'autore, che nonostante l'età anagrafica è ancora operativo presso il Reparto, è stato protagonista in prima persona.

Il libro è magnificamente scritto con la tecnica del “sliding flashback”, ovvero in una linea temporale narrativa ben definita (l’Iraq tra il 2004 ed il 2005), l’autore ricorda vari momenti della sua carriera operativa attraverso vari artifici narrativi. I momenti di solitudine in branda, oppure la voglia di condividere un episodio operativo significativo con le reclute irachene, sono tutti spunti per aprire capitoli di operazioni precedenti.
Lo stile di scrittura è una ventata di aria fresca rispetto ad altri libri di questo genere. Durante la lettura, infatti, specie nei capitoli meno operativi, ho avuto qualche dubbio sulla mano che ha realizzato il libro. Non è una mano completamente “maschile”. Lo stile non è diretto, ma nemmeno verboso. La descrizione delle emozioni provate dal Comandante Alfa durante la sua vita operativa è resa con una magnificenza letteraria che denota una sensibilità enorme nell’accarezzare ogni situazione. Ogni dubbio si scioglie quando arrivo ai ringraziamenti a fine libro: Stefania Piumarta è la talentuosa interfaccia letteraria tra le emozioni profondissime del Comandante Alfa e le parole scritte sul libro.

In certe parti la narrazione, specie nei dialoghi, è molto esplicita. L’ho apprezzato, a volte i termini volgari danno la giusta prospettiva e tensione per sottolineare le situazioni. Ma non esagera mai.
Le emozioni sono il pilastro solido su cui tutto il libro si regge. Emozioni per la lontananza dalla famiglia, il senso del dovere che scolpisce un giovane, irrequieto e disorientato Carabiniere ad inizio carriera in uno degli operatori del GIS fondamentali per il Reparto. I turbamenti per i colleghi persi negli anni e per ciò di cui è stato purtroppo testimone suo malgrado. Il rapporto speciale con il defunto Presidente Cossiga. C’è spazio anche per episodi divertenti, siparietti di distensione anche per il lettore. Una fra tutti: lo spassosissimo dialogo tra il Comandante Alfa ed il Serenissimo-Mimetico asserragliato sul campanile di Piazza San Marco.

Ci sono capitoli che sono veramente toccanti che da soli valgono l’intero libro, come quello dedicato alla liberazione di Patrizia Tacchella, che mette a nudo l’operatore in tutta la sua umana sensibilità. Ma cito solo questo. Il libro è pieno di passaggi che fanno salire un nodo in gola, descritti con straordinaria emozione.
Il libro è un semplice dialogo con il lettore. Cuore di Rondine non cade nella trappola di descrivere nei dettagli le operazioni del GIS. 
E’ un libro per far capire cos'è il GIS.
Dal punto di vista tecnico e delle tecnologie utilizzate dal Reparto il libro è perfetto: non scende in dettagli. Solo qualche sprazzo di descrizioni di tecniche operative a livello superficiale, ma più per coinvolgere il lettore nel visualizzare l'azione. Ho trovato solo un refuso in una sigla di un elicottero (CH45…), per il resto il lavoro di editing eseguito su questo manoscritto è stato eccezionale. Cosa rara.

Cuore di Rondine è un libro per tutti. Deve essere un libro per tutti. L’appassionato di “cose militari” non è il reale target di questa biografia. Il lettore tipo sarà quella persona che vuole capire cosa significa essere padre, soldato e manager di uomini e materiali, con responsabilità che vanno oltre l’immaginabile.
Le mie personali conclusioni sono quelle che abbiamo finalmente in Italia un bel libro, che consiglio vivamente (non sono stato pagato per scrivere questa recensione ;) ) di acquistare, di leggere e rileggere. Non capita spesso di fare quattro chiacchiere con un operatore del GIS. 

Si spera, a questo punto, che questa biografia possa vendere almeno 10.000 copie (che sarebbe un record stratosferico per un libro pubblicato solo in lingua italiana nel nostro svogliato panorama di lettori italiani) in modo da convincere magari di abbattere un altro tabù: finalmente fare un film *decente* su una biografia di un militare italiano. Per troppo tempo abbiamo subito pessime fiction e ancor peggio film sull'argomento. Forse Cuore di Rondine può essere quell'opera in grado di convincere dei produttori a farne un film. Non sarebbero soldi buttati via.

#iosonocuoredirondine

11.1.14

Recensione - LONE SURVIVOR



Questo film è tratto dall'omonimo libro biografico di  Marcus Luttrell e Patrick Robinson. La vicenda è piuttosto famosa, quindi con questa recensione non commetterò nessun spoiler.
 Giugno 2005: gli USA decidono di intensificare le operazioni di ricerca, identificazione ed eliminazione dei leader talebani in Afghanistan.
Una squadra di quattro SEALs è infiltrata in una zona montuosa per raccogliere informazioni su un capo militare talebano che ha un'enorme influenza nell'area. La squadra sarà compromessa perché scoperta in maniera casuale da dei pastori di montagna che avvertiranno i talebani. Ne scaturirà una battaglia in cui i quattro soldati dovranno difendersi da una soverchiante forza nemica. In tre moriranno,
mentre l'unico sopravvissuto (da qui il nome dell'opera) Marcus Luttrell sarà salvato, ospitato e difeso
dagli abitanti di un villaggio afghano che sono ostili ai talebani.
Gli eventi del libro da cui è tratto il film sono realmente accaduti.

L’opera cinematografica, dico subito, per i primi 100 minuti è una cronaca fedele del libro.
E' un film ben realizzato, pieno di dettagli tecnici coerenti e verosimili, con un cast di attori che non sarà sicuramente da Oscar, però riescono a portare sullo schermo in maniera convincente dei SEALs in combattimento. Lo spiegamento di mezzi aerei e delle Forze Armate USA durante tutto il film è notevole.
Solo il finale è un disastro completo, in cui Peter Berg, che per tutto il tempo si trattiene a rivelarsi di essere il regista di pessimi film precedenti (Hancock e Battleship su tutti), si scatena e quasi stravolge completamente il vero senso del libro.

La pellicola inizia con tre minuti circa di filmati di repertorio della selezione a cui sono sottoposte le reclute del corso BUD/S, il primo gradino per qualificarsi SEALs. Una parte preponderante del libro è dedicata proprio alla selezione, e in questi minuti introduttivi se ne cerca di coglierne il lato più impegnativo ed infernale per coloro che offrono volontari per affrontarlo.
Dopodiché la trama prosegue cercando di dare un'idea del cameratismo che esiste tra i quattro protagonisti e delle loro relative vicende private. Il regista ha solo venti minuti per farlo, ma direi che ci riesce efficacemente. Il film entra subito nel vivo, con il briefing per la missione, in cui appare per un cameo
proprio Luttrell in persona.
Il briefing è reso in maniera molto realistica. Una riunione in una stanza raffazzonata separata dal resto della base solo con pareti di legno sottile (l'onnipresente "plywood"), molti notebook, un videoproiettore commerciale che proietta su una parete della scarnissime slide di PowerPoint dove si discute ogni singolo dettaglio della missione in modo chiaro ed esaustivo. Per meglio descrivere lo svolgimento della missione ad un certo punto, su una mappa cartacea, vengono utilizzati dei modellini giocattolo di elicotteri. Nella realtà avviene proprio così: briefing chiari, spartani, accessibili ed esaustivi. Alla faccia dei briefing con
effetti speciali che si vedono in altri film della stessa categoria.

Una volta inseriti sulla montagna, la cui location è sorprendentemente fedele a quella descritta nel libro,
ovvero una zona montuosa, con vegetazione di conifere e dirupi rocciosi, i quattro SEALs presentano un equipaggiamento compatibile con quello che solitamente, nel 2005, erano consueti portare. L'estrema eterogeneità della buffetteria era, ed è, una caratteristica delle SOF sul campo. Dopo quasi dieci anni le uniformi rappresentate nel film, se paragonate a quelle attuali, sembrano davvero molto "vintage".

Non sto a discutere la scelta tattica che porta il comandante della pattuglia a liberare i pastori che li hanno scoperti. Nel libro Luttrell dichiara apertamente del fatto che avevano una paura maledetta di finire sulla CNN come assassini di civili e di venire processati alla Corte Marziale. Il libro è una lunghissima e pesante denuncia della politica "molle" americana che ha portato al disastro militare in Afghanistan, perché di fatto ha limitato fortemente le decisioni sul campo dei comandanti a qualsiasi livello.
Nel film questo discorso  è presente, anche se in forma più ammorbidita.

Una volta liberati i pastori, è solo questione di minuti che arrivi la sequenza chiave del film: la battaglia nel bosco. Dico subito che si tratta di trentacinque ininterrotti minuti di montaggio frenetico di uno scontro a fuoco molto ben realizzato che probabilmente sarà riconosciuto come una delle scene cult del cinema di guerra/azione.

Non ci sono commenti da fare particolari in questa scena, che effettivamente non espone il fianco a sequenze esagerate od inverosimili (aldilà della situazione assurda in cui si ritrovano i quattro soldati).
Un enorme plauso agli stuntmen. In due episodi distinti i soldati, per sfuggire al fuoco nemico, sono costretti a scivolare giù da una parete rocciosa ripida ed irta di rocce acuminate, massi sporgenti e tronchi d’albero. Per qualche decina di secondi i corpi dei SEALs, con un realismo che fa chiudere gli occhi più di una volta, rotolano senza controllo contro sassi, tronchi, asperità del terreno, fracassandosi ossa e procurandosi ferite orribili. Devo ancora capire se queste sequenze sono state realizzate con controfigure dotate di imbottiture speciali oppure con manichini animati particolarmente ben realizzati. Il film non mostra pietà, filtri o censure su come gli eventi e la battaglia segnano i SEALs.
Si vedranno i protagonisti perdere il controllo, piangere dal dolore e dalla frustrazione, combattere urlando e maledicendo il nemico. Morire con il corpo oltraggiato da decine di ferite realizzate con un realismo che lascia basiti. Ad esempio uno dei SEALs durante il combattimento colpisce violentemente il viso su una  roccia. Nei trentacinque minuti della battaglia metà del suo viso si gonfierà progressivamente col passare del tempo. C’è stata veramente una cura maniacale proprio nel mostrare lesioni che subiscono i soldati, esattamente come Luttrell le descrive sul libro.
Il film in America infatti è classificato come R-Restricted, più o meno l’equivalente elastico del nostro “Vietato ai minori di anni 18”.
Non ci sono altri commenti da fare sulla battaglia. Anche il sonoro è ben inserito (per quanto realizzato in  post-produzione) nel contesto del linguaggio cinematografico nella sequenza. I suoni delle varie armi, tipologie e modello, sono ben differenziati. 
Gli effetti surround sono efficacissimi per rendere l’idea di come i colpi impazzino in tutta la boscaglia. Per le armi non silenziate la fiammata è stata aggiunta in post-produzione, per compensare la scarsa vivacità delle cartucce a salve usate sul set.
Al solito gli RPG di Hollywood lasciano una bella scia bianca densa (lo spettatore deve capire chi ha lanciato, da dove e cosa) e creano esplosioni esagerate quando impattano, ma concediamolo, all’interno di questa pellicola. Nella realtà gli RPG sono un’arma piuttosto “odiata” appunto perché non lascia una scia tale durante il volo del razzo che possa evidenziare chiaramente la traiettoria ed il punto di origine.
Grande cura anche nella rappresentazioni delle armi, versioni di AR-15/M4 iper-customizzate in base alle esigenze dell’operatore, rese anonime da mimetizzazioni a spray realizzate a mano. Sorprendente la precisione con cui vengono riportate sullo schermo i reticoli di mira MIL-DOT dell’arma dello sniper ed il reticolo proprietario della Trijicon del suo ACOG. Solitamente in tutti i film certi dettagli sono rappresentati con reticoli semplificati che poco c’entrano con quello che si vede davvero quando si traguarda attraverso ottiche specifiche.

Altra sequenza notevole è la scena dell’abbattimento del Chinook della QRF (Quick Reaction Force) chiamata in extremis dal capopattuglia prima di morire. L’evento è accaduto realmente ed ha rappresentato fino al 2011 la maggior perdita contemporanea di soldati USA sul suolo afghano.
La scena è rapidissima, isterica ed è allo stesso tempo un pugno allo stomaco. Anche qui l’estremo realismo non fa capire dove inizia l’uso di modelli in scala 1:1 del Chinook e dove si stia usando sapientemente la computer grafica.

Finita la drammatica sequenza della battaglia, che è il fulcro vitale del film, Marcus ormai devastato dalle ferite, viene raccolto da un gruppo di abitanti di un villaggio vicino che si mostrano amichevoli.
Nel tempo in cui nel film sembra passare circa un giorno scarso (contro le svariate giornate descritte nel libro), il film scade completamente, prendendo una direzione da “sono Peter Berg: adesso comando io”.
Marcus si toglie una scheggia dalla gamba in una sequenza che un misto tra Predator ed il primo Terminator. La questione della differenza culturale tra la tribù afghana e Marcus è appena accennata.
I talebani arrivano al villaggio per prendersi il SEALs sopravvissuto e gli abitanti del villaggio imbastiscono  una battaglia  che fa impallidire le sequenze urbane di BlackHawk Down di Ridley Scott.
Arriva improvvisamente un AC-130 Gunship (utilizzato in pieno giorno contro ogni procedura vigente! Il dettaglio più irreale di tutto il film) ed un Apache solitario che a colpi di razzi e cannonate, riuscendo miracolosamente a distinguere sul terreno chi sono i talebani e chi sono gli abitanti del villaggio “buoni”,  respingono l’attacco. Appare una forza di estrazione modello Call Of Duty che recupera Marcus per esfiltrarlo via, non prima che si fermi per ringraziare il capo villaggio, che è stato traforato come una groviera per la battaglia coi talebani, ma in piedi e fiero come pochi, che accetta il ringraziamento con un dignitoso muto cenno del capo.
In questi diciassette minuti finali del film, dove l’urgenza di CHIUDERE la pellicola è tangibilissima, con
buchi narrativi enormi, si rovina quasi un film che nei primi 100 minuti è una drammatica, ed abbastanza fedele, cronaca del libro di Lutrell.

I titoli di coda sono un omaggio a  tutti gli uomini che sono morti per recuperare Marcus Luttrell,
utilizzando filmati e foto autentiche che li ritraggono.

Notevole la colonna sonora in tutto il film.

Sponsor ufficiale del film la Oakley: in ogni singola inquadratura (che non rappresenti i talebani) c'è almeno una volta il marchio ben visibile. Certamente è una linea di prodotti molto utilizzata dai militari, ma sono mostrati modelli di magliette, mutande (!!!), guanti tattici, scarponcini ed occhiali che nel 2005 non erano ancora in commercio con quel design. 

Lone Survivor, a parte il finale “stelle e strisce” un po’ differente da come Lutrell afferma nel suo libro, è un film sicuramente da andare a vedere.
E’ un film crudo, realistico, verosimile, ben realizzato.
Ragguardevole la quasi assenza di retorica pro-America. E’ un film ambiguamente non classificabile come di  pura propaganda (come il notevolissimo BlackHawk Down ed il pessimo/ridicolo Act of Valor).
Forse Lone Survivor fallisce, a causa nel voler puntare tutto sul realismo in tempo reale, nel comunicare allo spettatore ciò che davvero la guerra in Afghanistan e l’impegno americano, ha rappresentato in quella nazione.
Potrebbe essere un film perfettamente ambientato in un qualsiasi altro scenario ed “epoca”.
E’ un’occasione mancata di voler rappresentare una realtà oltre la battaglia fine a sé stessa.

(Recensione basata sulla versione cinematografica distribuita in USA, il film sarà nelle sale italiane a febbario 2014)

19.12.13

TRAILER - LONE SURVIVOR


A Febbraio 2014 è prevista nelle sale italiane l’uscita dell’atteso Lone Survivor.
Questo film, che è stato oggetto di trattativa economica tra le maggiori case cinematografiche americane per tre anni, è l’adattamento di due libri: Lone Survivor di Marcus Luttrell (pubblicato nel 2009) e Operation Red Wings (pubblicato il 17 Dicembre 2013).
La pellicola narra la vicenda di un team di quattro elementi dei SEALs impegnati in una missione di ricognizione in Afghanistan nel Luglio 2005.
La pattuglia viene compromessa e quindi inseguita ed ingaggiata da decine di talebani. Solo Marcus Luttrell soppravviverà (come suggerisce anche il titolo) e verrà accolto e protetto da una famiglia di un vicino villaggio. Il film narra le due vicende: quella di Marcus e quella della gigantesca operazione per il suo recupero.

Visivamente il trailer si presenta in maniera possente e con un apparente dispiegamento di mezzi militari ed equipaggiamenti autentici. E’ un film molto sentito dalla comunità militare USA, e la collaborazione in termini di uomini, consulenze e mezzi per la sua realizzazione sembra che sia stata enorme.
Avendo letto Lone Survivor colpisce, dal trailer, la location dello scontro a fuoco, che sembra uscito perfettamente dalle pagine del libro di Luttrell. Inoltre l’equipaggiamento che si vede addosso agli attori è coerente sempre con quanto descritto nel libro.
Potenzialmente, dal trailer, sembra un film ben realizzato, uno di quei film di “storia contemporanea” che capitano sugli schermi una volta ogni decennio.
L’unico problema è il regista. Peter Berg ha firmato “““capolavori””” come Battleship ed Hancock ed il linear-fumettistico iper-stereotipato The Kingdom. Non basta affermare che Berg ha passato un anno coi Seals, visitato le famiglie dei caduti e vissuto un mese con Luttrel, pur di prepararsi al meglio per dirigere questo film. Lone Survivor dovrà dimostrare che un regista di film d’azione quasi-spazzatura ad alta tecnologia sa rendere giustizia ad una storia intensa, tratta da eventi realmente accaduti e che è molto attesa dagli americani.
Sicuramente Lone Survivor è un film da andare a vedere.